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The Dog Stars – Le stelle dopo la fine (2026): Ridley, se volevi fare un Western bastava dirlo

Non so voi, ma dalla mia “Bolla” (o meglio, dalla mia Bara), la sensazione è che il nuovo lavoro del fratello anagraficamente maggiore di Tony, ma artisticamente minore, ovvero Ridley Scott, non è che fosse proprio attesissimo, perché si sa, sono tutti fan di Ridley Scott ma poi non vanno a vedere i suoi film.

L’uscita in sala del film è stata spostata almeno una volta e, malgrado un cast con attrici e attori del momento, nomi caldi, non mi sembra che ci sia stata questa grande aspettativa attorno a “The Dog Stars”. Al momento in cui vi scrivo, il venerdì della prima settimana di uscita in sala del film, la pagina Wikipedia italiana non è stata completata; mercoledì poi, verso le 19.00, l’ora in cui è terminato l’embargo per le recensioni in anteprima, sono state cancellate in rete dalla (brutta) notizia su Tim Curry. Insomma, attesona vera eh?

Dopo il rinoceronte, Ridley ha aperto alla sua case animaletti, ecco il cane (miglior amico dell’Elordi)

Ridley Scott è diventato uno di quei registi che tutti considerano automaticamente importanti, non a torto, anche se il nostro ha capito che fare sparate resta l’unico vero modo per pubblicizzare i suoi film. Ha la mistica di uno di quegli chef famosi, anche se il problema è che stavolta nel piatto ci sono parecchie cose che abbiamo già mangiato.

“The Dog Stars” è infatti l’ennesimo film sulla fine del mondo, solo che qui la fine del mondo è arrivata sotto forma di una pandemia che ha fatto fuori gran parte dell’umanità. Il copione scritto da Mark L. Smith è ispirato al romanzo omonimo del 2012 di Peter Heller, perché la fantascienza e l’arte in generale hanno più volte saputo anticipare il futuro, quello che per noi è il passato, la pandemia del 2020. Solo che, essendoci tutti passati, il risultato è un po’ una fotocopia, ma andiamo per gradi: il protagonista Hig, interpretato da Jacob Elordi, vive in un aeroporto abbandonato del Colorado insieme al suo cane e a Bangley, interpretato da Josh Brolin, e già questa coppia mi sembra un ottimo modo per rappresentare due diverse strategie psicologiche davanti alla fine della civiltà, anche se questa fase così procedurale ricorda un pò The Martian.

Hig pensa ancora che possa esserci qualcosa là fuori, Bangley pensa che là fuori ci siano soprattutto persone alle quali sparare. Hig è un pilota e un meccanico, uno che passa il tempo a tenere in ordine l’aereo e a cercare di mantenere una parvenza di vita normale dentro un mondo che di normale non ha più niente; Bangley invece è quello che, se sente un rumore fuori dalla recinzione, non si domanda chi sia: si domanda quale calibro usare. Il paradosso? Scott sembra molto interessato a raccontare la quotidianità di questi personaggi; quando rallenta e ci parla di loro, si vede la sua ambizione a voler dirigere un Western (… ma fallo Ridley! Fanne uno vero, con i cavalli, cavolo!), anche se mi fa venire la depressione l’idea che, anche dopo la fine della società, le persone siano ancora solo e sempre definite dal proprio mestiere.

Hai anche Josh Brolin, fallo questo Western, fallo!

Il punto è proprio il contrasto fra questi due modi di sopravvivere: da una parte la necessità di proteggersi, dall’altra quella di non trasformare la sopravvivenza in una prigione, perché una volta che hai perso tutto, cosa significa davvero sopravvivere? Restare vivo il più a lungo possibile, mangiando quello che trovi e sparando a chiunque si avvicini, oppure provare a ricostruire un rapporto umano, accettando il rischio che un altro essere umano possa farti male?

Ecco, qui “The Dog Stars” avrebbe una cosa abbastanza interessante da raccontare, solo che spesso sembra più interessato ad abbozzare tutto questo che a svilupparlo. Mi fanno sorridere quei pochi che hanno parlato della terza sortita di quello con le mire da filosofo di casa Scott nella fantascienza: la distanza tra Alien, Blade Runner e questo film è molto grossa, diciamo che siamo più in zona The Last of Us, diretto dall’ultimo Scott. Quindi il problema è che il mondo di “The Dog Stars”, per quanto magnificamente costruito, non è esattamente un territorio inesplorato, almeno non cinematograficamente parlando.

Abbiamo già visto la pandemia, la solitudine, le strade vuote, la natura che si riprende gli spazi, le comunità isolate, gli uomini armati, il protagonista traumatizzato, la paura dello straniero e la domanda se valga ancora la pena fidarsi degli altri. Abbiamo visto così tanto post-apocalittico che ormai esiste praticamente un arredamento IKEA dedicato alla fine della civiltà: tavolo di legno grezzo, fucile appoggiato sopra, barattoli di conserve, automobile arrugginita e fotografia della moglie morta. Manca solo il catalogo e, considerando i suoi trascorsi nella pubblicità, se lo firmasse lo Scott minore, non mi stupirebbe.

Apocalisse, reparto tre quinta corsia, vicino all’arredo bagno.

Il problema non è che un film non possa più raccontare queste cose, naturalmente può farlo; il problema è cosa ci mette di suo. “The Dog Stars” non sempre sembra avere una risposta, perché Ridley Scott riesce a rendere molto bene la desolazione, ma la desolazione da sola non è un’idea. Hig, per esempio, dovrebbe essere il centro emotivo del film, un uomo che ha perso la moglie, che vive in un mondo praticamente morto e che continua a volare sopra quello che resta della civiltà. L’aereo diventa quasi una possibilità di fuga e, come pilota di Bare Volanti, apprezzo le scene aeree e la metafora di ricerca; peccato che, malgrado la prova di Elordi (che dentro il registro malinconico è perfettamente a suo agio), manchi la chimica con il resto dei personaggi.

Elordi e’ un pilota piazzista volante / Quando atterra e’ felice, quando vola e’ un signor pilota (quasi-cit.)

Ad esempio, il personaggio di Cima, impersonata da Margaret Qualley, sta qui per ricordarci che Hig non deve soltanto sopravvivere, ma deve anche tornare a vivere. Il rapporto fra i due avrebbe potuto essere il cuore del film, perché rappresenta proprio la possibilità di uscire dal guscio, di ricominciare a fidarsi di qualcuno, di immaginare un futuro invece di limitarsi a difendere il presente, ma anche qui il film tende a suggerire più di quanto approfondisca e ho anche dei dubbi sulla chimica tra i due attori, bravi singolarmente, ma meno insieme, come un duetto tra due grandi nomi della musica che di solito risulta essere una canzoncina modesta.

Se la prospettiva è di passare l’apocalisse con lei, buona Apocalisse a tutti, citando Terry Pratchett.

Bangley, che invece avrebbe tutte le caratteristiche per diventare il personaggio più interessante del gruppo, rimane soprattutto la personificazione della paranoia. Josh Brolin è perfetto nel ruolo, perché sembra essere nato con l’espressione di uno che ha già capito che qualcosa andrà storto, ma anche lui finisce spesso per essere più una funzione narrativa che una persona.

Ovviamente, in un futuro post-apocalittico, non possono mancare le bande di predoni. Ridley Scott ha talmente tanto mestiere e maestria che tutte le parti d’azione, anche in notturna con i visori e i mirini, funzionano molto bene. Se avesse avuto meno spocchia e mire da filosofo, e fosse stato un po’ più dedito al cinema di genere come suo fratello, il migliore degli Scott ovvero Tony, gli avrei voluto molto più bene.

Il destino di Guy Pierce nei film dell’altro Scott? Essere vecchio.

Un esempio? Qui è chiaro che la “pancia” di “The Dog Stars” sia quella di un film Western. Per me la scena migliore del film è quella specie di assalto alla diligenza che troviamo verso metà: i predoni, come una tribù, attaccano l’aeroplano del protagonista, che riesce a decollare a fatica e all’ultimo secondo ha echi evidenti da film Western, perché i singoli momenti dell’ultima fatica dell’altro Scott ci sono e funzionano, ma è l’amalgama che manca e anche la svolta finale vira verso una piega che mi ha quasi tirato fuori dalla storia.

Nella parte finale “The Dog Stars” si concede infatti una deviazione più cattiva, più grottesca e improvvisamente il film acquista un’energia diversa, non necessariamente perché quella svolta sia perfetta, anzi, può lasciare anche qualche dubbio sul modo in cui arriva e sul tono che introduce, ma almeno per un momento non sembra più di assistere all’ennesimo racconto post-apocalittico confezionato secondo le regole del genere. Per assurdo, questa storia funziona meglio quando c’è più Ridley Scott e meno “Generico film post-apocalittico numero mille mila”.

Tzè, solo perché non avete mai visto me appoggiato alla mia Bara Volante intento a guardare l’orizzonte.

A un certo punto, in una sala quasi vuota (ma non siete tutti fan di Ridley Scott e io sono il suo odiatore seriale!? Che succede, dove eravate?), mi sono chiesto: «Cos’altro hai da dirmi, questo film?». Bisogna dire che “The Dog Stars” qualche risposta ce l’ha: parla della necessità di fidarsi, della paura, della solitudine, del bisogno di comunità, del trauma e della possibilità di ricominciare. Ma non riesce sempre a trasformare questi temi in qualcosa che sembri davvero sentito, qualcosa che non potrebbe appartenere a un’altra storia post-apocalittica generica numero mille mila.

Insomma, si può sopravvivere all’apocalisse, ma diventa sempre più difficile sopravvivere e spiccare nel mare magnum dei film post-apocalittici. La sensazione è che Scott si sia barricato dietro a questo genere perché è quello per cui si trovano i fondi, ma se volevi fare un Western, Ridley, ma fallo, fallo! Che ti frega, fallo! Invece di rilasciare affermazioni baldanzose e un po’ ridicole, con la tua età e il tuo status dovresti davvero poter fare quello che vuoi. Che non è questo, si vede.

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