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The Elephant Man (1980): l’uomo elefante al centro della stanza

Non vorrei sembrare esagerato, ma concedetemi una semplificazione per una volta: mi attirava l’idea di una monografia su David Lynch da tempo, specialmente per poter trattare il film di oggi come davvero merita, proprio per questo, vi do il mio bentornato al nuovo capitolo della rubrica… Le Bare non sono quello che sembrano.

Guardiamoci idealmente negli occhi, chi a Hollywood poteva essere così pazzarello da dare un lavoro ad uno come David Lynch, disallineato – nel senso migliore del termine – totale, che si stava facendo un nome nel circuito delle proiezioni di mezzanotte con quella perla, più unica che rara di Eraserhead? Ma tranquilli, il nostro Davidino ha un piano B impeccabile, si tratta del titolo che diventerà sicuramente il suo secondo film da regista, mi riferisco all’ormai leggendario “Ronnie Rocket”, di cui tento una sintesi: il protagonista di questo copione è un detective che vuole trovare il modo di entrare in una misteriosa “seconda dimensione”, conta di riuscirci usano la sua capacità di stare in equilibrio su una gamba sola, ad ostacolarlo alcune stanze senzienti, un misterioso treno e i Donut Men, che usano l’elettricità come arma. Se tutto questo non fosse ancora abbastanza, abbiamo anche una sottotrama su Ronald d’Arte, adolescente affetto da nanismo, che a causa di un errore durante un intervento chirurgico può sopravvivere solo collegando periodicamente il suo corpo a una presa elettrica. Ecco, poi chiedetevi perché nessuno ha mai voluto produrre questo soggetto, anche se è abbastanza chiaro che alcune delle folli idee contenute in “Ronnie Rocket” siano poi scivolate dentro Twin Peaks.

La svolta è arrivata quando l’amico e produttore Stuart Cornfeld organizzò un incontro con Lynch in una caffetteria (vi ho già citato Twin Peaks, vero? Ok, andiamo avanti) proponendogli tre copioni già pronti, il nostro Davide volle solo sapere i titoli, ma gli bastò sentire il primo: “The Elephant Man”. Tratto dai libri “The Elephant Man and Other Reminiscences” del dottor Frederick Treves e “The Elephant Man: A Study in Human Dignity” di Ashley Montagu, il copione scritto da Christopher De Vore, Eric Bergren e successivamente in parte revisionato da Lynch, era la libera interpretazione della vita del vero Uomo Elefante, Joseph Merrick (nel film è diventato John), nato con numerose deformazioni fisiche per via della sua sindrome di Proteo, diventato caso di studio nella Londra del ‘800 i cui resti, sono esposti tuttora nel museo del Royal London Hospital.

Sognava di dirigere la cospirazione degli uomini ciambella invece ha firmato beh, un capolavoro.

Chi aveva per le mani i diritti su questo bellissimo copione? Originariamente nessuno era interessato a produrre un film su un uomo esteticamente respingente per il pubblico, fino al giorno in cui quell’illuminata di Anne Bancroft non lo lesse trovando al suo interno tutta la bellezza che nessun’altro vedeva, insomma, ha anticipato il suo ruolo nel film. Sgomitando quello che ronfava nell’altra metà del suo letto Bancroft gli disse: «Leggilo, è questo il copione che cercavi da produrre.»

Nell’altra metà del letto ovviamente c’era il marito di quella donna straordinaria, che è anche la risposta alla mia ideale domanda iniziale: chi a Hollywood poteva essere così pazzarello da dare un lavoro ad uno come David Lynch? Ovviamente “Mad” Mel Brooks! Dalla sua neonata casa di produzione, la Brooks Film, aveva fatto sparire il suo nome per evitare che le persone pensassero immediatamente a film comici, e il soggetto di “The Elephant Man” era perfetto per sottolineare questo distacco. Dopo aver accarezzato l’idea di far dirigere il film a Terence Malick, a Lynch arriva la notizia che Mel Brooks vuole prima vedere Eraserhead per farsi un’idea e poi, nel caso, assegnarli la regia della biografia su Merrick, risposta di Lynch alla notizia? «Grazie di tutto è stato un piacere conoscermi», tutto l’umorismo del regista di Missoula in una frase.

Mi dispiace spezzare la monocromia del bianco e nero, ma penso che una foto con Mel Brooks valga ben la pena.

Della visione privata messa su per Mel Brooks e pochi altri di Eraserhead, a porte chiuse, negli uffici della Brooks Film, ci viene tramandato solo questo: Lynch atterrito che fuma come uno che attende il patibolo, le porte che si spalancano, “Mad” Mel che esce a braccia aperte e gli dice «Sei completamente pazzo. Ti voglio bene. Sei assunto!» (storia vera). Ci tengo ad aggiungere che la Brooks Film è la stessa che ha tenuto idealmente a battesimo i miei due David registi preferiti, perché, sempre per discostarsi dalle commedie, l’altro filmetto da niente prodotto dal re della risata, era questa meraviglia di Cronenberg scusate se è poco muoversi così tra mosche ed elefanti.

Lynch fa subito suo il copione, l’inizio con la madre di Merrick incinta e calpestata dagli elefanti in Africa, diventa il momento onirico che apre un film circolare, visto che termina allo stesso modo e si gioca una “lynchiata” solo verso metà, ed io so cosa state pensando: titolo tutto sommato canonico, trama lineare, il film di David Lynch più accessibile (perché ricordiamolo, se un film è accessibile, ai cinefili con la puzzetta sotto il naso deve fare schifo per forza), eppure chiamatemi banale, o chiamatemi banane se preferite, ma io ho una predilezione per questo gioiello. Raramente ho reazioni fisiche immediate guardando i film, li devo elaborare e poi sono un T-800, ma mi basta guardare una foto di Joh Hurt con il trucco di scena in “The Elephant Man” per avere un brivido, mai capito se di emozione o di terrore (storia vera), solo questo film ci riesce, per questo motivo personale e per tutti i suoi meriti invece molto meno soggettivi non ho dubbi… Classido!

Superata la gioia dell’essere assunto da Mel Brooks, che ha prontamente ribattezzato David Lynch come una spece di James Stewart da Marte, per il regista originario di Missoula sono iniziati i guai. La sua idea originale era quella di curare anche il trucco protesico di Merrick, come aveva fatto per il feto di Eraserhead, ma si rese presto conto che era davvero un lavoro troppo grosso per un film che si giocava sulla credibilità del trucco quasi tutte le sue carte. Lo stesso Lynch ha sempre confermato che Christopher Tucker è l’uomo che gli ha salvato vita e carriera: responsabile di molte delle creature presenti nella cantina di Mos Eisley in Guerre Stellari, partendo da calchi sui resti del vero Merrik, ha tirato fuori un capolavoro che richiedeva qualcosa come nove ore per essere indossato da John Hurt, l’attore che ha battuto la concorrenza di tutti, anche di nomi grossi come Dustin Hoffman (che con Anne Bancroft di mezzo è sempre nella zona delle operazioni), che passava le ore sulla sedie del trucco letteralmente per calarsi nella mentalità del suo personaggio, un processo reso quasi spirituale dai consigli del James Stewart da Marte.

La scelta anti-modaiola del bianco è nero per un film del 1980 è stata ovviamente voluta da Lynch, in continuità con il suo film d’esordio, ma anche per rendere il trucco protesico omogeneo al resto delle immagini e per restituire il tono della Londra vittoriana dell’800, tutto giusto, con l’aggiunta, assolutamente non da poco, di creare un ideale filo continuo, con l’unico altro film della storia del cinema che davvero somiglia ad “The Elephant Man” ovvero Freaks di Tod Browning, che per sensibilità, capacità di sconvolgere il pubblico e di farlo patteggiare con i gli ultimi degli ultimi, è davvero l’unico titolo con lo stesso cuore del capolavoro di Lynch.

Sempre, eternamente, dalla parte degli ultimi, prima o poi ci siamo sentiti tutti così.

Un paragrafo tutto suo se lo merita John Hurt, scusate se mi ripeto ma è la mia occasione per chiudere un cerchio aperto da una vita, lo dico sempre che per me Giovanni Ferito è stato il singolo attore più spaventoso di tutta la storia del cinema, legate alla sua filmografia ci sono i maggiori traumi, spaventi e brividi della mia vita da appassionato di cinema. La sua prova nei panni di John Merrick è da storia del cinema, siamo alla recitazione allo stato puro, quella che deve emergere anche dalla maschera, qui il talento di Hurt si vede tutto, tutta l’umanità dell’uomo elefante (in cui la parte fondamentale è proprio la prima, uomo) si traduce in una prova che fa funzionare il film meravigliosamente, al resto, ci pensa la regia di David Lynch.

Perché “The Elephant Man” è un capolavoro e ogni volta mi procura un gilet di pelle di elefante d’oca? Perché è uno studio sulla paura, in particolare su quella per la mostruosità: dopo la spiegazione sulla madre di Merrick, veniamo gettati subito nei bassifondi della Londra dell’800 che fa da sfondo alla storia, qui si esibisce “Il più grande aborto di natura del mondo” come lo etichetta Bytes (Freddie Jones), la quintessenza di tutti i padroni di animali maltrattanti o dei mariti violenti, per non parlare dei commerciali senza scrupoli, che tratta Merrick peggio di una bestia e Lynch, scientifico, non ci mostra nulla, percepiamo la drammaticità della deformità fisica dell’uomo elefante da quella singola lacrima che riga il volto del Dr. Frederick Treves, il ruolo che ha lanciato Anthony Hopkins, e parliamoci chiaramente, al netto di Anne Bancroft, oggettivamente imperdibile anche come essere umano, cosa ci dice di una storia, cosa ci dice dei “normali” che la popolano, se il buono è fatto a forma di Hannibal Lecter?

Non siamo abituati lo so, ma lui è uno dei buoni del film, regolatevi di conseguenza.

Il dottore si mette in testa, non di poter curare Merrick, in un dialogo onestissimo tra i due è chiaro che il nostro sia incurabile, ma di potergli dare – e qui veniamo al tema del film – una dignità, con tutti i dubbi morali che questo gesto si porta dietro, lo stesso dottore ad un certo punto si tormenta, dubbioso sull’essere diventato un Bytes 2.0 che continua a far esibire Merrick, solo su un palcoscenico più prestigioso. Anche se la scelta di Treves è quella che fa chiunque dotato di un minimo di intelligenza emotiva, anche se lo svelamento di Merrick da parte di Lynch è una lenta partita a poker.

Questa roba fa piangere più di Dumbo!

Sappiamo tutto del suo corpo dalla lezione di anatomia, dove l’uomo elefante è ancora solo un caso di studio, che ci arriva tramite la descrizione della sua condizione e la sagoma dietro una tenda, che volendo, potrebbe essere ancora una sorta di sipario nel piccolo “Freak show” del dottore. L’attesa del vedere l’orribile uomo elefante è la paura stessa, l’attesa creata dal venditore dello spettacolo, ma per nostra fortuna Lynch è più vicino alla sensibilità di Treves che all’assenza di essa di Bytes, la rivelazione avviene con l’urlo disperato dell’infermiera ignara, che porta la colazione a Merrick, ma il momento chiave è come Lynch ci mostra il suo protagonista: in un angolo del suo letto e della sua stanza, più spaventato lui di quanto mai potremmo esserlo noi del suo aspetto.

Da qui inizia il secondo svelamento di Merrick, più uomo che elefante, Treves che sostiene all’infermiera – convinta di fare bene al paziente anche se risponde solo con i metodi forti – che sono anche gli unici che Merrick ha sempre conosciuto, regredito come qualunque essere umano che ha subìto violenze, costretto a farlo per restare in vita, che però trova la forza di tirare fuori il suo lato umano, quando con tutto il coraggio di cui è capace, recita a memoria il ventitreesimo salmo della Bibbia, letteralmente per salvarsi la vita, e non vi sfugga che questo è uno dei tre momenti chiave del film che Lynch sottolinea, facendo fare capolino alla musica, quasi totalmente assente per tutta la durata di “The Elephant Man”.

Da qui in poi, voler bene a John Merrick è quasi automatico, la sua commozione guardando le foto a casa di Treves, il modo in cui costruisce il modellino della cattedrale, con una sola mano e la sua fantasia a compensare, fanno di lui uno dei personaggi più incredibili mai visti, l’apice di tutto questo? Ovviamente quella che per me è la scena più tenera e romantica della storia del cinema, ancora di più visto che compare in un film che di tenero e romantico – ad una prima occhiata – non dovrebbe avere proprio nulla, doppiamente, triplamente, simbolico che veda protagonista proprio quella meraviglia umanoide di Anne Bancroft. La scena «Oh signor Merrick lei non è affatto un uomo elefante, lei è Romeo» è magnifica perché mette insieme una delle donne più belle mai viste sul grande schermo e forse il più orribile dei protagonisti maschili e ci mostra che hanno lo stesso cuore. Altro che Ronnie Rocket, essù!

Il romanticismo ai tempi della Bara Volante,

La cattiveria umana però è insita nel nostro DNA, l’irruzione notturna in casa di Merrick, dove una folla lo umilia, lo costringe a bere e a specchiarsi. Quell’urlo sfascia budella che fa rotolare l’uomo elefante giù dalla sua piccola collina, costretto nuovamente ed esibirsi in Belgio come una animale fino a culminare nella scena che è quella che imito spessissimo alla Wing-woman, che questo film l’ha visto più volte “recitato” (male) da me che da John Hurt, il secondo momento in cui la musica fa capolino è nell’inseguimento alla stazione, con quel bambino rompicoglioni che non si fa i cazzi suoi e che porta allo smascheramento in pubblico: «Nooo! Io non sono un elefante, io non sono un animale, sono un essere umano, un uomooo, un uomo…» la Wing-woman la sa a memoria, Santa donna, altro che Anne Bancroft, che pazienza deve avere con me.

Dopo aver perso tutto, questo momento che per Merrick è una presa di posizione, gli permetto di riavere tutto, trovo brillante il fatto che a teatro, in uno spettacolo dedicato idealmente a lui, il protagonista assista ad un esibizione di attrici e attori vestiti da animali, Lynch è talmente intelligente che lo sottolinea per mezzo secondo senza ribadirlo o urlarlo al pubblico. Il finale invece riprende il tema chiave del film, la dignità, i cuscini e la posizione sdraiata, per dormire come un uomo, sono elementi anticipatori che determinano tutto il finale, una forma di eutanasia nel momento più felice della sua vita, quando quella dignità a lungo dimenticata è stata riconquistata. Il finale onirico che dà un senso di circolarità al film è così universale perché Merrick con la sua vita è diventato a suo modo immortale: «Mai. Oh, mai. Niente morirà mai. L’acqua scorre. Il vento soffia. La nuvola fugge. Il cuore batte. Niente muore.»

Chiedete alla Wing-woman se conosce questa scena, penso di averla “recitata” più volte di John Hurt (solo molto peggio)

Il lascito di “The Elephant Man” va oltre il musical nato da una costola di questo film, va oltre le otto nomination agli Oscar e zero statuette portate a casa, sconfitto da “Gente comune”, va oltre John Hurt ignorato per la sua trasformazione fisica in favore di Robert DeNiro, premiato per la sua trasformazione fisica, più socialmente accettabile. Per me si riassume tutto nel produttore, sempre lui, Mel Brooks che “cristona” dicendo: «Tra dieci anni “Gente comune” sarà la risposta a una domanda di Trivial Pursuit, mentre il pubblico continuerà a guardare “The elephant man”» (storia vera).

Cassidy, quando si approccia ad affrontare i film intellettuali della storia del cinema.

Come al solito aveva ragione il Maestro Mel Brooks, la categoria miglior trucco non esisteva, se ora c’è è quasi esclusivamente grazie a questo film meraviglioso, che sarà anche troppo “accessibile” e lineare tra quelli della filmografia di cui fa parte, ma non cambia il fatto che sia un capolavoro. Dopo questa pietra miliare David Lynch era pronto per la stratosfera, quella che ha effettivamente affrontato con Dune, film che anche noi quella Bara abbiamo già trattato, quindi vi suggerisco una rilettura del post (se vi va), per essere pronti la settimana prossima, con un altro passaggio chiave della filmografia del regista originario di Missoula, non mancate, scivoleremo sul velluto.

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