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The First Slam Dunk (2023): il film sul basket che ogni giocatore ha sempre sognato

Lo so, ci ho messo un po’ per portare uno dei migliori film visti nel corso dell’anno su questa Bara, ma indossate per un momento le mie scarpe (da basket), se per voi l’attesa è stata complicata, provate ad immaginare il vostro amichevole Cassidy di quartiere, che morde il freno seduto in panca perché per trattare “The First Slam Dunk” era necessario partire dai fondamentali, le basi, ovvero la serie animata, ideale partita di qualificazione per accedere alla finale vera, il post di oggi.

Uscito in Giappone il 3 dicembre del 2022, “THE FIRST SLAM DUNK”, reso graficamente proprio così, con caratteri occidentali e tutto maiuscolo anche nel titolo originale, il film diretto da Takehiko Inoue è rimasto nelle sale giapponesi per mesi, superando ogni record di incasso andando agilmente i 14 miliardi di yen (circa 90 e qualcosa milioni) per un risultato a livello globale di circa 270 milioni di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, ora voglio proprio vedere che scusa si inventerà l’Accademy per ignorarlo, anche perché cosa ha spinto i giapponesi ad uscire di casa e ad affrontare i proibitivi costi dei loro biglietti del cinema (che si attestano tra i 15 e i 20 euro nostrani, storia vera), per vedere sul grande schermo una storia che Takehiko Inoue aveva già terminato di raccontare su carta nel 1996? Amore per i personaggi o malinconia per gli anni ’90? No la verità è molto più semplice, “The First Slam Dunk” è una meraviglia, oserei citare la frase simbolo dei Tre Caballeros, dicendo che si tratta di “un fottuto capolavoro” (cit.), ma siccome poi passerei per uno di quelli che vuole fare la sparata (da tre punti), rincaro la dose e argomento.

«Secondo post, vi voglio concentrati, cerchiamo di far girare il pallone e non solo le palle ai lettori come sempre ok?»

“The First Slam Dunk” non è il più bel film sulla pallacanestro che sia mai stato fatto, è semplicemente il film sulla pallacanestro che ogni giocatore di basket ha sempre sognato di vedere, quello che ha diretto nella sua testa, pescando il proprio punto di vista da bordo campo e montandolo insieme ai momenti di gioco dentro quei 28 metri. Ho passato la mia vita di cinefilo e giocatore a sperare di vedere un film con queste caratteristiche, ed ora che Takehiko Inoue lo ha diretto per davvero io non ho dubbi, anche perché i colori dei Classidy sono gli stessi della divisa dello Shōhoku, quindi chiudiamo il cerchio.

Perché questo film è tanto bello? Perché ogni grande risultato si ottiene con la dedizione, il sacrifico e il duro lavoro, quindi per parlare della genesi di questo gioiello è necessario fare un salto indietro nel tempo, quasi un flashback.

Ci sono già stati casi di grandi Mangaka che hanno fatto il salto, finendo a dirigere alcune loro opere al cinema, sto pensando a Hayao Miyazaki con Nausicaä della Valle del vento oppure Katsuhiro Ōtomo con Akira, ma entrambi questo grandi Sensei avevano avuto esperienze pregresse nel campo dell’animazione. Takehiko Inoue invece ci si è approcciato come Hanamichi Sakuragi con la pallacanestro, come abbiamo visto nel post dedicato, Inoue non ha mai apprezzato molto la serie animata realizzata da Tōei Animation e non è mai stato coinvolto nemmeno nell’adattamento per il piccolo schermo dell’altro suo Manga cestistico, ovvero “Buzzer Beater”, eppure è saltato a bordo senza paura nell’impresa di portare, anche fuori dalla pagine del suo fumetto, il campionato dello Shōhoku, raccogliendo tutta la storia produttiva, le interviste, gli storyboard nel volume “The First Slam Dunk re:Source”, un compendio al film, un’enciclopedia uscita in Giappone lo scorso dicembre che raccoglie tutto l’enorme lavoro dietro a questo classico istantaneo.


Un’immagine tratta da “The First Slam Dunk re:Source” (fonte)

Per Inoue il “come” nella narrazione è stato sempre superiore al “cosa”, anche perché parliamoci chiaro, quando hai per le mani una storia sportiva, in particolare dedicata ad un gioco che non prevede il pareggio tra le sue opzioni, le alternative che puoi avere sono essenzialmente due, Colpo Vincente oppure Rocky, non lamentatevi non sto facendo nessun genere di anticipazioni, sto riflettendo sul genere di racconto di cui fa parte anche Slam Dunk, motivo per cui già ai tempi dell’uscita dell’ultimo numero del Manga, molti lettori giapponesi storsero un po’ il naso di fronte alla conclusione frettolosa messa su da Takehiko Inoue, uno che da valore a “come” racconti una storia, all’intensità che riesci a far emergere e soprattutto, al coinvolgimento emotivo con cui riesci a conquistare il pubblico e se tutti quei giapponesi sono corsi in sala, per vedere sullo schermo il finale di una partita di cui conoscevano in molti caso (a patto di aver letto il Manga) il risultato finale, qualcosa vorrà pur dire no?

Dopo la conclusione di “Slam Dunk”, Takehiko Inoue si è lanciato in altri Manga come “Vagabond”, ma allontanandosi progressivamente da un “media” che per lui aveva già raggiunto il massimo, tanto da lasciare i suoi ultimi lavori in pausa, quelli si senza una vera conclusione, attorno all’anno 2000, una necessità di cambiare forma espressiva che si è dovuta scontrare, oltre che con i fan delusi, anche con chi gli chiedeva di tornare sul luogo del delitto, anche perché una volta giocatore di basket, cestista per sempre. Questo spiega perché la sua storia autoconclusiva (e in parte, autobiografica) intitolata “Piercing”, risultava sospettosamente vicina per tono, ambientazione e in qualche caso anche personaggi, proprio a “Slam Dunk”, tanto che l’autore arrivò a lanciare la palla nel campo dei suoi lettori, se volete considerarla canonica o meno, sta a voi (storia vera).

«Allora quando iniziamo a giocare Coach Cass? Questa premessa è infinita!»

Nel 2003 però, Slam Dunk vendeva ancora moltissimo, tanto da spingere la Tōei Animation a proporre a Inoue l’idea di realizzare un nuovo film, respinti con perdite come dopo una stoppata di Akagi il gorilla. Passano gli anni, altro giro, altro tiro, altro tentativo, questa volta l’araldo mandato a discutere con Inoue è il produttore Toshiyuki Matsui, mai davvero coinvolto con la realizzazione dell’anime. Altra stoppata del gorilla Inoue, indifferente anche ai provini in CGI portati dal produttore, insipidi secondo il Mangaka, la svolta? Nel 2014 con una breve animazione realizzata in tecnica mista, un po’ di 3D e un po’ di disegno a mano, Takehiko Inoue si convince, era quel nuovo “media” da esplorare che stava cercando ad una condizione però: il playmaker in cabina di regia, doveva essere lui e nessun altro.

Nei tre anni successivi, Inoue si getta anima e corpo nella pre-produzione, lo spunto di partenza è la finale del campionato nazionale studentesco, la partita tra lo Shōhoku contro l’imbattuto San’nō, il tutto però mescolato con parti prese da “Piercing”, che nel film si trasformano nei flashback sul passato nell’unico membro del quintetto base rimasto in disparte nell’anime, ovvero Ryota Miyagi con la storia pronta e un milione di storyboard disegnati, si passa alla produzione, altri quattro anni, lo ripeto, quattro anni, tempi del tutto normali per un qualsiasi film d’animazione a tecnica mista qui da noi in occidente, ma ridicolmente lunghi per l’operosità e l’industria giapponese, abituata a sfornare film come “THE FIRST SLAM DUNK” in circa un anno, lo ripeto, un anno, perché anche questo è un dato spaventoso che va sottolineato.

Fondamentali individuali (cinematografici)

Certo, quella storiella di pandemia globale (potreste averne sentito parlare) non ha aiutato, ma nemmeno la meticolosità di Takehiko Inoue che ha imposto un metodo di lavoro così strutturato: gli animatori preparavano la sequenza in 3D, il regista la modificava, se necessario indicando anche la traiettoria delle stille di sudore sul corpo dei suoi giocatori, ridisegnando a mano tutto fotogramma per fotogramma, prima di rispedire tutto agli animatori, un palleggio, un passaggio continui di palla che per assurdo, sarebbe stato meno laborioso se Inoue avesse disegnato tutto alla vecchia maniera, ma il risultato di tanta fatica, dedizione e duro lavoro, nell’animazione e nella pallacanestro, vale ogni stramaledetto minuto di questa meraviglia.

Tra le innovazioni portate da “THE FIRST SLAM DUNK” anche una che mi piace moltissimo a livello promozionale, una campagna basata su tre poster in croce (potete immaginare chi li ha disegnati) e trailer ancora più brevi e criptici, l’opposto dell’ingozzamento di informazioni nostrane, una mossa talmente riuscita che è stata replicata identica per il prossimo lavoro del Sensei Hayao Miyazaki (storia vera).

Sul poster promozionale, il saluto ufficiale della Bara Volante.

Tra le cento ragioni a supporto del fatto che siamo di fronte ad un classico istantaneo anche la fruibilità dell’opera, se avete giocato a Basket nella vostra vita o se amate “Slam Dunk”, non ho bisogno di spendere una parola per “vendervi” il film, molto probabilmente lo avete già comprato anche se è stato nei nostri cinema letteralmente due giorni in croce. Ma la bellezza di “The First Slam Dunk” sta nel fatto che potete non sapere nemmeno palleggiare da qui a lì, non aver letto mezza pagina del Manga, per assurdo, nemmeno visto la serie animata per godervi in pieno questa meraviglia. Certo, se l’avete vista sarà come ritrovare vecchi amici, ma la scelta narrativa di Takehiko Inoue è talmente azzeccata, che questo film diventa la storia di Ryota Miyagi, il suo arco narrativo completo oltre che il suo punto di vista sulla partita, in cui i suoi compagni dello Shōhoku vi diventeranno immediatamente familiari, grazie al loro essere archetipi narrativi, il roccioso capitano Akagi (bellissima la scena dei suoi “demoni interiori”) guida spirituale. Essendo un termine nato in campo sportivo ed ora usato per tutto posso usarlo, la resilienza di Rukawa per poi arrivare al Craig Hodges di turno, ovvero Mitsui e il suo processo di auto coscienza a colpi di tiri da dietro la linea da tre punti, fino ad arrivare a lui, il mitico, Hanamichi Sakuragi che se non sapete chi sia, qui ritroverete come “comic relief”, una spalla comica con un talento per il ribalzo, che sulla lunga distanza tirerà fuori un carisma superiore. Ci sono dieci momenti di pura esaltazione legati al “genio del Basket”, il salto alla Rodman oppure la Guaransheed (che dovremmo chiamare Hanamsheed), perfettamente godibili ed emozionanti per chiunque, perché “THE FIRST SLAM DUNK” ha la capacità di portare sul grande schermo i momenti già epici, drammatici e in generale, cinematografici che sono parte del DNA del gioco creato dal dottor James Naismith.

Come Mitsui ho la mano calda per scrivere questo post! 

Adesso io cosa faccio esattamente? Ve lo racconto tutto scena per scena? Per l’entusiasmo che ho nel cuore potrei, a questo punto spero che prima o poi, in qualunque formato (anche Laserdisc) prima o poi arrivi in Home video, il regalo sarebbe tra i contenuti extra, infilare l’ultimo minuto del film commentato da Flavio Tranquillo, qualcuno lo coinvolga vi prego, ma anche così, “The First Slam Dunk” è una meraviglia che ha il tempo di una partita di basket anche nel suo primo atto, molto, ma molto più flemmatico rispetto alla serie animata, un tono più serio, che ruota intorno alla storia personale di Ryota. Qualcuno, aggiungo anche povero di spirito, sostiene che aggiungere i flashback sia stato il modo facilone di “rivendere” la stessa storia al pubblico, no no, guardare il ditone a tergicristallo stile zio Dikembe, no no, siamo più dalle parti de “I Racconti del Vascello Nero” in Watchmen, la storia nella storia, intimamente legata, che segue l’andamento della partita stessa perché come detto parlando della serie animata e dello stile di Inoue, qui è il “come” che conta molto più del “cosa” e per questi ragazzi così giovani, che potranno esprimere il loro bruciante amore per il gioco solo a scuola (e in qualche caso, useranno la pallacanestro, grande maestra di vita, per definirsi, come Mitsui e Ryota) la  partita è il centro del loro mondo, ma visto che si tratta di uno sport che non prevede pareggio, il “come” ci viene raccontato, risulta ai massimi livelli, anche cinematografici.

La schiacciata del gorilla è potente anche in animazione mista.

Volete l’appunto da giocatore? Ed è forse l’unica non-critica che posso muovere al film? Il raddoppio sistematico del San’nō sul piccolo Ryota, avrebbe dovuto durare tutta la partita considerando i risultati raccolti sul campo, ma sparisce per tornare nel momento più cinematograficamente drammatico possibile, quando il flashback sul personaggio ci ha portati per mano al centro stesso delle sue superiori motivazioni (la trovata della scritta sul palmo è uno dei cento momenti da applauso), infatti Ryota riesce a “rompere” il raddoppio quando emotivamente conta di più, per lui sul campo e per noi spettatori, ipnotizzati a seguire, cosa vi dicevo? È il “come” racconti qualcosa che per Takehiko Inoue conta più del “cosa”.

Passatela a me, voglio giocare con voi! 

Affrontiamo il gorilla (non Akagi) al centro della stanza, non mi guardo “THE FIRST SLAM DUNK” perché sono legato all’animazione tradizionale e al basket anni ’90 (tutto centri e rari tiri da tre) di un tempo, la seconda ve la risolvo subito, qui trovate il più bell’omaggio possibile ad uno dei migliori momenti cestistici vintage di sempre il tiro di Sasha Danilovic, quindi ora che siete sistemati, passiamo agli altri. Bellissima la serie animata, ne abbiamo parlato, dinamica da morire nel suo essere composta da disegni statici, Rukawa in posa da MJ che vola a canestro è fantastico, un po’ meno l’idea di movimento data ripetendo sempre le due animazioni, per dare al pubblico l’impressione che i giocatori si muovessero in difesa. Guardando “THE FIRST SLAM DUNK” si capisce perché Inoue abbia deciso di lasciare la squadra dei Manga per andare a giocare in quella dell’animazione cinematografica, se volete i disegni a mano, qui ne troverete ad ogni fotogramma, ma in più potrete godervi i movimenti realistici dei giocatori, che stanno davvero bassi sulle ginocchia in difesa, che lasciano andare il braccio libero all’indietro quando vanno su in sottomano, tutti quei piccoli movimenti da veri giocatori di basket che l’animazione di fine anni ’90 non poteva permettersi, quindi non voglio sentire scuse, scaldatevi e scendete in campo.

In generale “THE FIRST SLAM DUNK” è un gioiello perché porta letteralmente i personaggi, disegnati (sempre dal solito, sempre lui) letteralmente sullo schermo, in un ideale passaggio dalla carta al cinema sulle note di una colonna sonora travolgente, si inizia con la “maschia” Love Rockets dei The Birthday per arrivare a quel finale incredibile sulle note di Dai Zero Kan dei 10 FEET, ovviamente finite entrambe in tutte le mie playlist (storia vera).

Mancava solo lui, il cuore del quintetto base di questa squadra.

Vogliamo parlare di quel finale senza parlare di quel finale? Per un film che inizia flemmatico, intimista, quasi riflessivo, “THE FIRST SLAM DUNK” sale di colpi affrontando tutte le difficoltà, i punti da rimontare e le mazzate, quelle sotto canestro e date dalla vita, con il tempo che accelera e rallenta in maniera quasi invisibile. Un momento chiave, estremamente negativo per una persona nella vita o per una squadra sul campo, può colpirti a tradimento, rapido come un tiro scoccato da tre punti, per recuperare potresti aver bisogno di tempo, necessario a fare i conti con la fatica nella vocina nella testa che ti dice che non puoi farcela, non c’è ritorno questa volta, è finita, anche se lo sappiamo tutti che non è finita per davvero finché c’è tempo sul cronometro prima del fischio finale, e quindi quell’ultimo minuto, anzi per la precisione, quegli ultimi quarantaquattro secondi sono travolgenti, perché fuori da un campo da basket non avevo mai visto Padre Tempo rallentare, estendersi e allo stesso momento correre via così, come succede solo giocando a Basket, ci voleva Takehiko Inoue, passato ad una “media” nuovo, per rendere alla perfezione il tempo di una partita di pallacanestro.

Da Colpo vincente, Inoue prende il senso per il dramma e il coinvolgimento, da Blue Chips il realismo estremo del punto di vista da bordo campo e dei movimenti sul parquet, da He got game il gioco come redenzione nella vita e da Chi non salta bianco è il tocco anni ’90 e Hanamichi novello Billy e Sidney, però tutto condito dal coinvolgimento emotivo di The last dance. Sto esagerando? Mi è scappato di mano l’entusiasmo? Ecco voi guardatelo, poi tornare qui. A dirmi che ho ragione.

Il duro lavoro di chi sgomita sotto i ferri. 

Se fosse stato un film “THE FIRST SLAM DUNK” avrebbe avuto bisogno di ore, ed ore, ed ore di girato dettagliatissimo, da levigare, tagliare e raffinare al montaggio, per avere sempre il primo piano sulla palla, sugli occhi e sul viso giusto al momento giusto, sarebbe dovuto essere un lavoro gargantuesco che invece Takehiko Inoue può fare perché ha già il Manga alla base e i suoi storyboard a fare da supporto, un risultato che solo con l’animazione puoi ottenere in maniera così riuscita, potente ed emozionante, quindi questo non solo è cinema, ma è anche grande pallacanestro, perché sul campo sono stati schierati quintali di amore, competenza e preparazione per entrambe queste due cosette che mi stanno molto, ma molto a cuore. Dōmo arigatō Sensei Inoue, ed ora se volete scusarmi, io vado a giocare a Basket.

Sepolto in precedenza mercoledì 27 settembre 2023

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