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The Gentlemen (2020): quanto c@%#o sono British

Quando sai fare qualcosa, e intendo dire saperla fare
davvero molto bene, ripetersi continuamente è davvero un male? Mi spiego
meglio, l’evoluzione ci ha portati dall’essere gelatinose meduse unicellulari a specie
dominante sul pianeta (senza averne il merito), però se hai la fortuna di
trovare la tua vocazione nella vita, devi per forza assecondare l’evoluzione provando nuove strade?

Voglio dire gli AC/DC fanno lo stesso disco da quanto?
Quarant’anni? Non hanno mai ceduto componendo una ballata, quando hanno perso
drammaticamente Bon Scott, hanno trovato un cantante (quasi) identico per
sostituirlo, sono sempre loro uguali a loro stessi e bravissimi a suonare il
loro Hard Rock aborigeno, da beh, sempre. Questa lunga premessa sghemba che mi fa blaterare come
se fossi uno dei personaggi di Guy Ritchie, non potrebbe valere che so, anche
per Guy Ritchie?
La mania di dare un’etichetta a tutto per anni ha voluto Guy
Ritchie come una sorta di Tarantino Inglese, l’ombra del regista di Knoxville
era la sua più grande sfiga in carriera, finché dirigeva titoli di assoluto
culto come “Lock & Stock” (1998) e “Snatch” (2000). Poi è arrivata l’altra
grande etichetta della sua vita, quella di “Mr. Madonna”, con la signora
Veronica Ciccone che lo ha costretto (o forse no, chi lo sa) a dirigere il remake non
richiesto (e inutile) di un bel film di Lina Wertmüller.

“Sai, è il tipo di cose che si fa per amore. Non guardatemi in quel modo ragazzi dai!”

Ho voluto bene al discreto “RocknRolla” (2008) e credo di
essere uno dei pochi che ha anche apprezzato il sottovalutato “Revolver”
(2005), persino la svolta con l’apertura ai grandi film d’intrattenimento
americani di Ritchie è andata benino, i suoi due Sherlock Holmes avevano dei
numeri, non molti ma li avevano, ma anche qui, l’ombra lunga della serie della BBC incombeva.

Poi il disastro, il tedioso Operazione U.N.C.L.E., il fallimentare King Tamarthur ed infine la totale sottomissione all’impero Disney. Quindi torno alla mia
domanda iniziale, se nella vita hai la fortuna di trovare una cosa che ti
riesce dannatamente bene, è lecito continuare a farla all’infinito? Davanti ad
un film come “The Gentlemen”, vorrei che Guy Ritchie lo facesse.

Ritchie ha dato una ragione d’essere anche alla filmografia di Hugh Grant, uno che ha rischiato di essere il Doctor (Who)

Inutile girarci attorno, al vecchio Guy riescono alla grande
le sue storie di gangster Inglesi, con la trama composta da personaggi assurdi
(ma a loro modo stilosi) che parlano per epitaffi e s’incontrano e si scontrano
incrociando vite, pistole e insulti sotto cieli grigi britannici. Chiaro come
il sole (non quello di Albione) che sia sempre lo stesso film, o per lo meno la
stessa tipologia di storia, ma cavolo se la sa fare Ritchie!

Questa volta tutto ruota attorno al nuovo arrivato nella
“Factory” (passatemi il termine alla Andy Warhol) di attori di Ritchie, ovvero
l’americano Matthew “McCoso” McConaughey, in un ruolo che gli calza davvero a
pennello e lo riporta dalle parti dei suoi ruoli migliori. Anche se ancora non mi
capacito come McCoso sia passato da inutile portatore sano di addominali da sfoggiare nei film, ad
essere un attore vero, uno che sposta gli equilibri e che mi fa piacere vedere
nei film, quando un tempo non potevo sopportarlo. Visto? A lui ad esempio
l’evoluzione ha fatto molto bene.

Mi aspetto che cominci a battersi il petto facendo i versi, come in “The Wolf of Wall Street” 

Il suo personaggio Mickey Pearson, è il proprietario di un
impero basato su piantine dalle foglie a sette punte, che produce denaro (ed
erba) per miliardi. Ma Mickey, il re della foresta (di Mariagiovanna) vorrebbe vendere tutto ad un
suo simile, uno con il fiuto per i soldi come Matthew (Jeremy Strong), in modo da potersi ritirare a vita privata con la sua bella moglie, una “Cleopatra Londinese”
come viene definita nel film, fatta a forma di Michelle Dockery, che in
“Downton Abbey” era talmente magnetica che persino io sono riuscito a seguire
quella serie, cioè abbastanza, un po’ ho dormito lo ammetto. Qui la ritroviamo tostissima ma in un ruolo alto locato, quanto
quello della sua Lady Mary Talbot.

Con lei anche io sono (quasi) riuscito a vedere “Downton Abbey”

Trattandosi di un film di Guy Ritchie, questa semplice
trattativa non può risolversi nel modo più veloce e lineare possibile, infatti
a raccontarci gli eventi, presentando il variopinto manipolo di attori protagonisti della storia, ci sono due narratori d’eccezione, anche loro due veterani dei
film di Ritchie.

Il primo è Hugh Grant, che interpreta il giornalista Fletcher,
viscido, losco, forse omosessuale, sicuramente impallinato di cinema, tanto che
ad un certo punto recita davanti alla locandina dell’originale Organizzazione
U.N.C.L.E. giusto per confermare l’utilizzo quasi meta-cinematografico che Ritchie
fa del personaggio. Un vero e proprio narratore degli eventi, di sicuro il
regista del ricatto organizzato nei confronti di Mickey ed elencato con dovizia
di dettaglia al suo braccio destro, Raymond, quest’ultimo fatto a forma di un Charlie Hunnam,
straordinariamente quieto, almeno fino al momento in cui la storia non richiede di far
esplodere (poderosamente) il suo personaggio.

“Aspetto solo un ordine per esplodere, sul serio, mi basta un cenno”

Quindi abbiamo un pezzo grosso dello spaccio d’erba e un
ricatto, nel mezzo? Di tutto! La figlia di un lord Inglese da salvare da alcuni
fattoni locali, ma anche il pezzo grosso del giornalismo, l’odioso Big Dan
(interpretarlo dal mitico Eddie Marsan) che ha Mickey nel suo mirino e vogliamo
farci mancare anche il redivivo Colin Farrell?

Qui interpreta la parte di un personaggio semplicemente noto
come Coach, un allenatore di arti marziali miste che gestisce la sua palestra, un tipo losco che permette a Farrell di non doversi presentare sul set troppo sobrio – cosa che
per l’Irlandese ormai credo sia impossibile – regalandoci comunque un ruolo
eccentrico con cui bucare lo schermo.

Per altro Farrell ha potuto lavorare in pigiama, prima che il Covid lo rendesse una moda.

Quindi un coach che gestisce alla sua maniera alcuni ragazzi
difficili dei quartieri popolari, un ricatto, un patrimonio in Ganja che deve
passare di mano, chi ho dimenticato? Ah sì i cinesi di Dry Eye (Henry Golding),
non so come si dica «Ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost» in cinese, però
il nuovo arrivato vorrebbe fare il Genny Savastano della situazione.

“The Gentlemen” dura 113 minuti e ci mette un momento ad
ingranare, perché come potete immaginare deve prima presentare tutto questo
popò di gentiluomini (si fa per dire), posizionando tutti i pezzi sulla
scacchiera. Guy Ritchie gestisce alla perfezione la trama da lui sceneggiata e
la regia, in cui può davvero fare sfoggio di tutta l’esperienza accumulata
negli anni. Ci sono gli inseguimenti a piedi per strada, le corse in auto, c’è
addirittura un momento da videomusicale (perfettamente integrato nella storia)
che ci ricorda che “Mr. Madonna” per la sua ex moglie ha fatto anche questo,
dirigere videoclip.

“Sembriamo i Power Rangers però con i quadretti”

Il cast funziona alla grande, e se McCoso è una conferma,
cavare fuori qualcosa da Colin Farrell di questi tempi è un’impresa che solo un
regista capace di gestire i suoi attori può ottenere. Le scene mitiche non
mancano, sempre condite da quel gusto per l’umorismo nero che contraddistingue
i film di Ritchie, ad esempio la scena che chiameremo “Peppa Pig”, ricorderà
forse un po’ un episodio di “Black Mirror”, ma è destinata a finire tra le
trovate più folli della filmografia del regista.

Insomma non serve nemmeno stare troppo a raccontare una trama
inedita, ma uguale nella tipologia a tutte le altre dei primi film di Ritchie,
uno spettacolo ben gestito che proprio per la sua natura sempre così uguale a
sé stessa, potrà magari far storcere il naso ai cinefili che vorrebbero
ammirare il percorso artistico di un regista, ma se il percorso artistico
prevede robaccia come Aladdin,

perdonatemi, magari non sarò a mio volta un Gentleman, ma preferisco mille
volte questa c@%#o di roba qui, dannatamente “British”, sul serio però, alla
faccia della Dark Polo Gang.

Il tè delle cinque con il mignolo sollevato, per il resto ci possiamo lavorare ma è già un buon inizio.

Anche perché sui titoli di coda del film, Ritchie si gioca
la classica “That’s Entertainment” dei The Jam, e il suo film è proprio questo,
intrattenimento ben fatto che a fine visione ti lascia con la pancia piena e
bello soddisfatto, magari non il piatto raffinato che molti cinefili
vorrebbero, ma è saporito, cotto bene e servito con fiumi di birra. Guy ascolta
me, lascia perdere tutto il resto e fai solo più film così fino a fine
carriera, sarà uno spasso per tutti!

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