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The Handmaid’s Tale – Stagione 1: Nolite te bastardes carborundorum

“L’uomo produce
il male come l’ape il miele”.


Mi sono ritrovato
a pensare spesso durante la visione della prima stagione di “The Handmaid’s
Tale” a questa citazione di William Golding, tratta dal quel capolavoro che è
“Il signore delle mosche”. La società in cui è ambientata la storia è molto
vicina alla mia idea di male assoluto, un (non tanto) coraggioso nuovo mondo
sorto in risposta a quello attuale.
Trovo non ci sia
nulla di più spaventoso della privazione della libertà personale, forse di
peggio solo il sacrificio volontario di quella stessa libertà, in
favore di valori imposti dal potente di turno, o magari ancora peggio, una
volontaria rinuncia alla libertà diretta conseguenza della paura, del
terrorismo, del diverso, un po’ come il famigerato e spesso citato sermone del
pastore Martin Niemöller, “Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto
nessuno a protestare”.
Tratta dal
romanzo distopico “Il racconto dell’ancella” del 1985 dell’autrice
femminista Margaret Atwood, “The Handmaid’s Tale” (già adattato per il grande schermo nel 1990) è una delle serie più
necessarie e al passo con i nostri (brutti) tempi, vi possa capitare di vedere,
mettete in preventivo qualche momento di sana angoscia, ma non perdetela,
perché oltre a farci riflettere sui tempi che stiamo vivendo, è davvero una grande
serie, non è obbligatorio essere femministi, o possedere un utero (anche se
immagino che per il pubblico femminile sia doppiamente sconvolgente) per
patteggiare con le protagoniste, penso che basti essere umani.



“Tieni quel paralume giù, che qui fuori è un mondo brutto”.

In un futuro che
potrebbe essere mercoledì prossimo, gli Stati Uniti d’America sono soltanto un
ricordo, rifondati nella nuova società di Gilead, un regime basato sui valori
tradizionali ed ultra cattolici della società, in cui per fare fronte al
problema delle nascite zero, le poche donne ancora fertili hanno l’enorme onore
(si fa per dire…) di vestire il rosso, colore della fertilità, diventando le
ancelle dei ricchi comandanti in capo, il loro compito è quello di mantenere un
profilo bassissimo e di ripopolare il pianeta attraverso stupri organizzati,
ehm pardon volevo dire, attraverso una gloriosa cerimonia di fertilità.

L’ancella in
questione interpretata da una brava e azzeccatissima Elisabeth Moss, nel giro di pochissimo tempo e una manciata di
flashback che ci aggiornano sul suo triste destino e il lento degrado della
società, passa dall’essere una donna con un lavoro, un marito e una figlia, a
non poter nemmeno utilizzare il suo nome, ma soltanto l’appellativo Difred (Offred
nella versione originale) che riassume la sua nuova condizione, una proprietà
di Fred, inteso come il Comandante Fred Waterford (un azzeccato Joseph Fiennes,
visto che ti viene voglia di prenderlo a sberle anche più del solito).



Se tuo fratello Ralph da piccolo ti picchiava faceva solo bene.

Alle donne di
Gilead è vietato leggere e per un’interpretazione tutta personale di un
passaggio della Bibbia sono costrette a mettere al mondo i figli dei
comandanti, senza tenere conto dei loro sentimenti o del loro orientamento
sessuale, come nel caso di Diglen, interpretata dagli occhi sgranati di Alexis
Bledel che io ricordo per una particina di quattro secondo in “Sin City”
(2005), ma mi dicono essere famosa per “Una mamma per amica”, di cui non ho
visto nemmeno mezzo episodio, quindi mi fido.

“Niente donne, tranne per chi ha moglie ovviamente” , “Un paese libero” (Cit.)

Molto ben fatta
dal punto di vista visivo (tra i vari registi, spunta anche la solita Floria
Sigismondi, ormai specializzata in serie tv), la serie ideata da Bruce Miller ti concede l’opportunità di calarti
da spettatore in un mondo dove il male ha vinto, dove la libertà personale è
stata sacrificata sull’altare del terrore, un nuovo ordine mondiale dalle idee
medioevali, in cui la misoginia e l’odio per l’omosessualità sono la norma. In
questo senso, il personaggio di Moira (la Poussey di Orange is the new black) incarna alla perfezione cosa può voler
dire vivere in quello che a tutti gli effetti è il peggiore dei mondi
possibili.



Orange Red is the new black.

Come il titolo
mette bene in chiaro, la storia è raccontata quasi totalmente dal punto di
vista dei personaggi femminili, anche se l’episodio sette, ci racconta parte
del destino del marito della protagonista. Bisogna dire che non tutti i
passaggi sono perfettamente spiegati, ad esempio, non è completamente chiaro
quale sia il ruolo degli uomini all’interno di questa società (potranno mica
fare tutti gli autisti come il personaggio di Max Minghella, no?), ma è una
questione che non fa perdere un grammo della forza della serie, proseguendo
negli episodi è impossibile non fare il tifo per le ancelle che qui subiscono
ogni genere di maltrattamento.

Molto complicato
anche il ruolo della moglie del comandante Waterford, di fatto Serena Joy visto
il suo ruolo dovrebbe vivere in una condizione migliore rispetto a Difred, ma
di fatto anche lei è vittima dei comportamenti del marito e forse un carnefice
anche peggiore, in ogni caso, anche Yvonne Strahovski (salute!) è davvero
azzeccata nel ruolo.



Un coraggioso nuovo mondo.

Uno degli episodi
più riusciti è sicuramente il quarto, la scritta che Difred utilizza come
motivazione, lasciata sulla parete dalla presedente “inquilina” della sua
cella, mi ha fatto pensare ad una trovata molto simile di quel capolavoro che è
“V for Vendetta” di Alan Moore e David Lloyd (del film non voglio sentir
parlare, è una riduzione per bambini), pubblicato per la prima volta tra il
1982 e il 1985, stesso anno di pubblicazione del romanzo di Margaret Atwood, non
sarebbe male capire chi ha omaggiato chi, in ogni caso, la scena nella serie tv
è uno dei momenti migliori in assoluto.

Davvero azzeccata
la scelta di selezionare famose canzoni, per sottolineare alcuni passaggi,
qualcuno anche piuttosto crudo, un ottimo esempio di musica fuori contesto che
non fa altro che rimarcare ancora di più la volontà di Difred di ribellarsi, “Feeling
Good” di Nina Simone è davvero perfetta per quel passaggio della stagione, ma
ho apprezzato particolarmente l’uso satirico di “American girl” di Tom Petty.



Take it easy baby / Make it last all night / She was an American girl.

La musica è parte
di quella cultura che alle ancelle viene negata, in uno di quei passaggi della stagione
che gridano fortissimo METAFORONE (l’altro? Le donne dell’ufficio che vengono “invitate”
a lasciare il posto di lavoro, per via delle nuove decisioni del governo) e che
ti costringono a riflettere sui tempi moderni, a distanza di pochissime
settimane dalla messa in onda di American Gods, abbiamo un’altra serie americana che riflette sui tempi moderni, dal
punto di vista delle minoranze, dalle mie parti due indizi tendono a fare una
prova.

L’uomo produce il
male come le api il miele, qui sono un gruppo di donne a rialzare la testa,
ma indipendentemente dal vostro sesso, “The Handmaid’s Tale” è il tipo di
storia che piace a me, quella su di un personaggio che non ha intenzione di
chinare il capo e lasciarsi spezzare, per dirla come direbbe Difred: «Nolite te
bastardes carborundorum, bitches».
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