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The Hateful Eight (2016): La Cosa (Western) di Quentin Tarantino

Quando viene
annunciata l’uscita di un nuovo film, ci sono alcune categorie di pellicole che
mi mandano in sollucchero: i film Western e la nuova fatica di Quentin
Tarantino. Immaginate come mi posso sentire quando esce il nuovo Western
diretto da quel pazzoide!

Per quanto mi
riguarda il Western è il Re dei generi cinematografici, sta al Cinema come il
Rock ‘n Roll sta alla musica, l’unico altro genere che mi fa sciogliere è
l’Horror, lasciatemi l’icona aperta, perché questa volta Tarantino ha sfornato
un altro bellissimo film Western dopo “Django Unchained”, ma allo stesso tempo
ha saputo fare qualcosa di differente…
L’ottavo film
(e mezzo, se contiamo anche “Death Proof”) di Tarantino ha rischiato di non
vedere la luce, o meglio, il buio della sala. Sì, perché esattamente com’era
già accaduto con “Kill Bill” la sceneggiatura è finita in rete prima
del tempo, solo che a differenza del film sulla vendetta della Sposa, Quentin questa
volta si è incazzato di brutto, minacciando di gettare tutto nella spazzatura.
Il regista di Knoville ha dichiarato di avere nel taschino 10 altri progetti e
non credo sia una sparata, anche perché ormai ho perso il conto dei progetti
annunciati da Tarantino negli anni.

“Because we LOOOOOOOOOOVE making movies!”.
In ogni caso,
dobbiamo tutti dire grazie a Samuel L. Jackson: completamente esaltato
dalla lettura del copione, è riuscito a far cambiare idea a Tarantino. La
prossima volta che incontrare Sam Jackson in coda alla casse dell’Esselunga
ricordatevi di ringraziarlo.
Ovviamente,
Quentin non sarebbe Quentin se non facesse le cose a modo suo, non solo alla
fine si è convinto a dirigere “The Hateful Eight” (primo film del regista con
tre parole nel titolo), ma dopo le opportune modifiche lo ha trasformato in un
dramma da camera, però diretto nel glorioso Panavision anamorfico a 70mm.
Perché dirigere un film di quasi tre ore, ambientato principalmente in una sola
location, nello spettacolare formato in pellicola che ha reso gloriosa la gara
di bighe di “Ben-Hur” (1959) o “Gli ammutinati del Bounty” (1962)? Perché
questo mondo appartiene a Quentin Tarantino, e noi siamo tutti suoi ospiti.
Guardate il risultato finale e provate a dirmi che non ha avuto ragione lui su
tutta la linea, visto Sabato scorso nel cinema Arcadia di Melzo, mi devo ancora riprendere da tanta bellezza…



I nostri genitori hanno avuto “Il grande sentiero” e “Lawrence d’Arabia”, ora abbiamo il NOSTRO film in 70mm…
Pochi anni
dopo la Guerra civile americana, nel Wyoming il cacciatore di taglie John Ruth
(Kurt Russell) scorta la criminale Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) a Red
Rock, dove tenendo onore al soprannome di Ruth, verrà impiccata. Lungo la
strada danno un passaggio, prima al maggiore Marquis Warren (Nero, infatti lo
interpreta Sam Jackson) e poi al sudista Chris Mannix (Bianco… Walton Goggins)
e il viaggio fino a Red Rock rischia di diventare la versione in piccolo della
Guerra civile.
Giunti al
rifugio di Minnie e Sweet Dave, restano bloccati a causa di una buffera di neve
in arrivo, insieme ad altri quattro “gentiluomini” arrivati prima di loro…
Seguono tanti dialoghi, tensione a palate e un fottio di sangue.
Togliamoci
subito il dente: a me il film è piaciuto e non necessariamente poco, ma temo
che una parte del pubblico rischierà di restare delusa, proprio perché “The
Hateful Eight” (da qui in poi “Gli Ottodiosi”) è un film di quasi tre ore in
cui i protagonisti parlano per tutto il tempo, incastrati in una sola location.
La classica cosa che può far scappare urlando il pubblico generalista,
specialmente quello che si sarebbe aspettato di vedere “Django Unchained 2”.



“Django? Questa volta mi sono portato anche io DUE pistole”.
Di certo, non
mi lascio spaventare da un film dove i protagonisti parlano tutto il tempo,
specialmente se è scritto così bene, anche perché “Gli Ottodiosi” non ha
davvero nulla di meno rispetto agli altri film di Tarantino. Di tante pellicole
che ci sono in circolazione, dove i personaggi sono scritti con i piedi e spesso si
perdono nelle voragini della sceneggiatura, un film come questo è una boccata
di aria fresca. Gli otto protagonisti che arrivano al capanno (che poi sono
nove, la campagna pubblicitaria non tiene conto dell’autista della carrozza
O.B. interpretato da James Parks, figlio del grande Michael) sono tutti scritti
alla grande, le motivazioni che li muovono sono chiare, rendono le loro
azioni e le dinamiche interne lampanti allo spettatore. Ognuno di loro come
promette il titolo è una bomba di odio pronta ad esplodere, figuratevi cosa può
venire fuori riunendo otto (nove) personaggi così, forzatamente nello stesso
posto, in un clima di odio, ma anche di sospetto.



I magnifici Otto(diosi)… Faccio la conta come Steve McQueen.
Inoltre, non
credo che sia una novità che i film di Tarantino siano caratterizzati da lunghi
ed articolati dialoghi, in tutti, compreso “Gli Ottodiosi”, i
personaggi hanno ereditato la stessa favella del loro creatore. Proprio
come Tarantino nelle sue interviste, i protagonisti di questo dramma da
interni, sono tutti capaci di uscire dai guai (o sprofondarci dentro)
utilizzando solo il dono della parola. Per me questa è continuità stilistica.
Tarantino
recupera la struttura a capitoli che lo ha reso celebre, la suddivisione con
tanto di titoli, come in “Pulp Fiction”, ma anche la trovata narrativa di far
fare un passo indietro alla storia, raccontandoci il tutto, da un altro punto
di vista. Sì, perché Tarantino prima di essere uno che parla a mitraglia e cita
film con la stessa velocità, è un narratore che levati, ma levati proprio!
Qui porta in
scena una storia che potrebbe funzionare anche a teatro, un racconto dove
Quentin dimostra di aver letto e capito Agatha Christie, tra gli Ottodiosi di
Tarantino e i “Dieci piccoli indiani” della scrittrice, non c’è solo un’analogia numerico/western, vedere per credere (nessuno SPOILER Giuro!).



“No, non possiamo fare un pupazzo di neve… E smettila di chiamarmi Hobbes!”.
Ma Tarantino è
talmente fenomenale da dominare la narrazione a suo piacimento, per più di metà
della sua durata “The Hateful Eight” procede in maniera lineare, introducendo
i personaggi e mettendo legna sotto il fuoco dei loro conflitti interni e dei
sospetti tra di loro, poi ad un certo punto, Tarantino si permette di inserire
una voce narrante (per altro dello stesso Quentin), che fa fare prima un
piccolo salto in avanti di 15 minuti alla storia, fornendo agli spettatori
delle informazioni in più rispetto ai protagonisti in scena, in modo da
aumentare la suspence, come da manuale del giallo. La cosa bella, è che quel
salto in avanti di 15 minuti, non dà mai la sensazione di un trucchetto (nello
stile del “Rullo mancante” di Grindhouse) per risparmiarsi di dover scrivere un
pezzo di sceneggiatura, no, anzi, sono piuttosto sicuro che Tarantino aveva già
tutti i dialoghi anche per quella porzione di film.
Tarantino non
si limita a scrivere benissimo una storia che è già pronta, così com’è, per
esordire a teatro su tutti i palcoscenici del mondo, no! Ci ficca dentro quanto
più Cinema possibile, lo fa con le solite citazioni interne, ma soprattutto
grazie ad alcune inquadrature filmate nel glorioso Panavision a 70mm che
risultano bellissime, davvero da togliere il fiato, al resto poi ci pensa la
colonna sonora di Ennio Morricone, una delle migliori tra quelle composte dal
grande musicista. Un’altra intendo dire.



“Liberatemi da questo pazzo… Aiuto”.
Chiamo un
attimo Time-Out solo per dirvi che per quanto riguarda le citazioni, le
chicche, le strizzatine d’occhio e gli Eastern Eggs (chiamateli come vi pare),
arriverà un post specifico, giusto per tentare di evitare di far diventare
questo un papiro lungo chilometri… Missione persa in partenza trattandosi del
sottoscritto!
Quentin Tarantino ha dichiarato di essersi ispirato ai mitici Western televisivi come “Bonanza”, “Ai confini dell’Arizona” e “Il Viriginiano”, ricordando che almeno un paio di volte a stagione, questi episodi si giocavano la carta di un episodio in cui tutti i protagonisti erano chiusi nella stessa stanza, a volte utilizzando una tempesta di neve come espediente narrativo, ma personalmente mentre guardavo il film ho avuto un paio di dejà vù molto potenti.

Non ci volevo
credere, perché da fanatico dei film di John Carpenter, ho sempre paura di fare
la figura del fanboy che vede il suo mito da tutte le parti, ho seriamente
temuto di essermi fatto influenzare dalla presenza di Kurt Russell nel cast. Ma
nella scena in cui O.B. e Chris Mannix escono fuori nella neve, per piantare i
paletti che serviranno a creare il passaggio dal rifugio alla latrina, ho
proprio avuto un flash di un certo film in particolare che amo appena appena, a
quel punto mi sono detto: “Ma vuoi vedere che quel matto di Quentin sta
rifacendo la sua versione de “La Cosa” di Giovanni Carpentiere?”.



“Io so di essere umano. E se voi foste tutti Cose mi avreste già assal… No aspetta, questo è un altro film”.
Sempre senza
rivelarvi nulla della trama (non voglio rovinarvi la visione), il capolavoro del
Maestro Carpenter è davvero l’archetipo cinematografico a cui Tarantino si è
affidato: esattamente come per “La Cosa” anche “Gli Ottodiosi” porta in scena
un gruppo di uomini, sospettosi uno nei confronti dell’altro, pronti a tutto
pur di portare a casa la pelle, dentro, tensioni, accuse e sospetti dominano,
fuori, invece, la neve e un freddo assassino costringono tutti alla
(impossibile) convivenza forzata.
A questo
aggiungete esplosioni di sangue a secchiate ed il gioco è fatto! Il risultato è
uno stranissimo Western che ricorda un po’ “Le Iene” e tanto “La Cosa” di
Carpenter. Sempre senza rivelare nulla, provate a guardare la scena finale
dell’ottavo film (e mezzo) di Tarantino e provate a dirmi se non ha davvero
tantissimo in comune con il capolavoro di Giovanni Carpentiere.

“Daisy, fagli vedere cosa intendiamo per Horror”.
Nella sua
intelligenza Tarantino capisce che Western e Horror, hanno molti tratti
distintivi in comune, e sfrutta la ehm…. Cosa, alla grande. Per altro
recentemente abbiamo assistito ad un altro caso di Western/Horror (con Kurt come protagonista), quindi due indizi iniziano davvero a fare una prova. Tarantino ha dichiarato la sua intenzione di volersi cimentare con
il genere Horror (probabilmente è uno di quei 10 progetti di cui parlavo ad
inizio commento), ormai lo sappiamo che Quentin 100 ne dice e una ne fa, il suo
entusiasmo gli scioglie la lingua anche più del solito, ma a questo ci credo (o
forse come X-Files “I want to believe”) perché le prove generali per fare un
film dell’orrore, Tarantino le ha già fatte qui, evidentemente Kurt
Russell lo ispira, dopo aver girato uno Slasher movie con le automobili, ora ha
anche detto la sua sul capolavoro di Carpenter.
Quando, poi, ho
scoperto da IMDB, che l’unico film che Tarantino ha mostrato al cast è stato
proprio “The Thing” ho capito che non erano fissazioni da fanboy (questa volta
almeno). Ora ditemi cosa volete, ma io avrei voluto essere una mosca, per
vedere la faccia di Kurt Russell, quando Tarantino ha dichiarato che avrebbe
fatto vedere agli attori il film di Carpenter, mi immagino una cosa del tipo: “Vuoi
far vedere ‘La Cosa’ a ME Quentin? … Really?!”.



“Ottima scelta ragazzo, quello si che è un bel film”.
Il fatto che
il film di Carpenter sia stato la principale fonte di ispirazione per Quentin è
messo in chiaro anche dalle musiche: nel film si sentono porzioni delle tracce “Bestiality”
e “Despair”, pezzi composti da Morricone per “The Thing”, ma scartati da
Carpenter, che ai tempi, nel suo viaggio a Roma per incontrare il grande
compositore, gli chiese di restare sul semplice, usando molti Synth. Salvo poi
scartare tutto e tenere sì e no un paio di pezzi, di tutti quelli composti da
Morricone, cose che ai tempi fece incazzare non poco il buon Ennio… Ma si sa
che il piglio decisionista di Giovanni Carpenter è uno dei suoi tratti
distintivi.
L’anima Horror
di questa pellicola non si limita ai pezzi avanzati da “La Cosa”, sui
titoli di coda del film Tarantino si gioca la carta Roy Orbison, con il suo
pezzo “There Won’t Be Many Coming Home”, che ero sicuro di aver già
sentito in un altro film. Dopo essermi arrovellato il Gulliver e una piccola
ricerca dove mi sono ricordato di che film si trattava, “L’ultima casa a
sinistra” di Wes Craven del 1972… Guardate che stavolta il film Horror
Tarantino lo fa davvero, non è stata solo una sparata delle sue!



“Dici che siamo vestiti giusti per un Horror?” , “Non so, ma visto che sei nero, fossi in te mi preoccuperei”. 
Oltre alle
influenze Horror, un’altra cosa che ho amato molto è stata la sotto
trama raziale che pervade tutto il film, in questi ultimi mesi abbiamo visto
Quentin sfilare per i diritti degli Afro Americani (mi immagino che il suo
rivela storico Spike Lee, abbia preso molto bene questa cosa), ho apprezzato
moltissimo il fatto che “Gli Ottodiosi” non cerchi mai di mettere in bocca ai
suoi protagonisti, concetti mutuati al secolo in cui viviamo, credo che non ci
sia niente di più odioso che raccontare personaggi del passato, facendoli
passare per moderni attivisti, non ha senso mostrare che so, gli Spartani, come
soldati con lo stress post traumatico, oppure negare il fatto che Thomas Jefferson
(uno dei maggiori fautori dell’abolizione dello schiavismo) aveva schiavi neri
al suo servizio a casa sua, solo perché è qualcosa che nel 2016, risulta
sconveniente.



Chris Mannix ci regala la sua imitazione di James Brown (I feel good!).
Tarantino non
si nasconde dietro ad un dito, attraverso i personaggi, in particolare quelli
del Maggiore Marquis Warren e di Chris Mannix, porta in scena le tensioni
ancora presenti negli Stati Uniti dopo l’assassinio di Lincoln e sempre per la
gioia del rivale storico Spike Lee, non tira via la mano nemmeno nel modo di parlare,
pare che la famigerata “parola con la N” (Nebbia? Nibbio?) venga pronunciata circa 56
volte durante il film. Quindi aspettatevi delle inutili accuse di razzismo
anche per questo film…
Anche perché le
accuse di misoginia, per come viene trattato il personaggio di Jennifer
Jason Leigh purtroppo sono già arrivate. Ora, dichiarare che Tarantino è un
misogino, è assurdo, anche perché ha sempre scritto personaggi femminili
emancipati e forti e si può dire la stessa cosa anche di Daisy Domergue. La
storia inizia con lei (la sua impiccagione) e ad ogni svolta il suo
personaggio è coinvolto in prima persona, inoltre penso che sia l’unica ad
essere sempre in scena (anche nelle scene in cui non parla). Carpenter ha
sempre dichiarato che il suo alieno mutaforma era di essere femminile (o
almeno, l’equivalente femminile per una razza aliena), quindi “La Cosa” era un
film di uomini, in balìa di una sola femmina, qui è esattamente la stessa cosa,
perché tutti gli uomini e i loro destini, alla fine ruotano intorno all’unica
femminuccia del gruppo. Insomma, come successo al povero Joss Whedon, anche questa volta le accuse di misoginia sono
totalmente campate in aria, anche perché Daisy Domergue è un personaggio tosto
e carico di odio, esattamente come gli altri suoi sette compari e Jennifer
Jason Leigh non recitava così alla grande da anni.



“Daisy, come faceva l’indiano di The Revenant?”.
Il cast è
straordinario, il mondo è sempre troppo impegnato a parlare di quanto Tarantino
sia un citazionista e troppo spesso si dimentica che è anche un grande regista
di attori. Qui il cast, composto da qualche esordiente e tante vecchie
conoscenze Tarantiniane (non avevo ancora usato questo aggettivo, ma qui mi è
scappato) offre uno spettacolo esaltante.
Il Maggiore
Marquis Warren di Samuel L. Jackson, a lungo sembra l’unico buono del film, poi
si rivela viscido e vendicativo, tra tutti è forse il personaggio simbolo di
questo gruppo di bastardi (senza gloria), tutti quanto carichi di odio e allo
stesso tempo con qualcosa da nascondere.



“Già… ma tu non somigli a quello che li incassa” (Cit.)
John Ruth è
tanto risoluto quando poco sveglio, infatti commette un paio di leggerezze
imperdonabili, Kurt Russell è il solito monte Rushmore di carisma, la
decostruzione del suo personaggio ha qualcosa in comune con il lavoro fatto su
Stuntman Mike, ho un’altra teoria, ma non posso fare anticipazioni sulla
storia.
Tarantino
riesce a far tornare a recitare in serie A anche Michael Madsen, ormai relegato
a recitare (svogliato) in troppi film di serie B (se non Z). Per il resto, sono
felice che finalmente Tarantino abbia fatto tornare il suo primo attore
feticcio, Tim Roth, che qui (complice anche la pelliccia) ricorda molto il Christoph
Waltz di “Django Unchained”, rimasto fuori da questo film per via degli impegni
lavorativi. Voglio sperare che Roth non sia stato chiamato solo come sostituto
(da quello che ho letto in giro no, ne parleremo nel prossimo post specifico),
in ogni caso risponde con un’altra grande prova, dove il suo accentone inglese
ha perfettamente cittadinanza.



“Faccio anche pezzi a richiesta, volete qualcosa di Morricone?”.
Non mancano
piccole particine di lusso nemmeno per James Parks (Figlio di Michael Parks) e
per Zoe Bell, ma la menzione speciale va sicuramente a Walton Goggins. Vi
prego, se ne avete la possibilità gustatevi il film in lingua originale, perché
l’accento pazzesco da “Hillbilly” di Goggins è qualcosa che NON si può
doppiare!

Walton Goggins
ha per le mani il personaggio più difficile di tutti, razzista, ignorante e
odioso, basta un attimo a scadere nel macchiettismo con un personaggio del
genere, lui non solo lo interpreta alla grande, ma sembra che sia nato con
cinturone e speroni, è un peccato che ci siano così pochi film Western in giro,
perché lui sembra davvero nato negli anni della frontiera americana.
Insomma, cosa
devo aggiungere? Anche questa volta Quentin ha vinto tutto, trovate una sala
che proietta il film in 70mm e in lingua originale e godetevi questo
spettacolo, l’ottavo grandissimo film uscito dalla testa di quel pazzo dalla
parlantina a mitraglia… Scusate, ottavo film e mezzo.
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