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The Hitcher – La lunga strada della paura (1986): riders on the storm

Il thriller è un genere che si presta a contaminazioni, una delle sue più gustose varianti è quella del thriller stradale, “On the road” se pensate che suoni più figo, non parlo di storie di inseguimenti su lunghissime strade polverose, parlo proprio di film dove l’automobile è un elemento fondamentale, ma la tensione, quella che ti incolla allo schermo e ti fa diventare bianche le nocche della mani lo è ancora di più.

Non sono poi tanti i film così, mi viene in mente il mitico Duel di Spielberg e poi naturalmente, “The Hitcher”. Ora, saranno passati dieci anni almeno dall’ultima volta che ho visto questo film, lo ricordavo bellissimo, ma temevo di averlo idealizzato nella mia testa, messo al sicuro tra i ricordi del passato, me lo sono rivisto, per festeggiare i trent’anni della sua uscita in Italia, sapete che vi dico? E’ ancora una bomba, considerando la sua unicità si merita un posto tra i Classidy!

Per festeggiare i trent’anni dell’uscita in Italia del film, ecco a voi tanti bei pulsantini da premere per completare il resto del Blogtour, ma solo dopo il solito Banner firmato da Lucius!

Date un passaggio alla recensione del Zinefilo.
IPMP con la locandina dell’epoca.

Quando persino uno privo di sintesi come me, può riassumervi la trama di un film in poche righe, vuol dire la è davvero ridotta all’osso, penso non si possa essere più stringati della storia di un ragazzo di nome Jim Halsey (C. Thomas Howell), in viaggio sulla route 66, per portare una Cadillac Seville del ’75 dalla sua città natale Chicago giù in California fino a San Diego, per riconsegnarla al suo proprietario. Il viaggio è lungo, per evitare il colpo di sonno che lo ha quasi mandato fuori strada, decide di offrire un passaggio ad un autostoppista fermo a bordo strada sotto una pioggia battente, “Mia madre mi dice sempre di non farlo” dice il ragazzo, che avrà modo di scoprire che il consiglio materno è più che azzeccato, visto che lo sconosciuto che si presenta come John Ryder (un gigantesco Rutger Hauer) si rivela essere uno psicopatico.

«Ciao, mi chiamo John, e sono fuori di testa»

L’autostoppista assassino era una figura ricorrente nelle poesie di Jim Morrison ed è anche al centro della canzone dei Doors “Riders on the storm” che, a detta dello sceneggiatore Eric Red, è stata l’ispirazione per la storia. Mica male il nostro Enrico il Rosso, uno che ha scritto e diretto un altro thriller automobilistico “Le strade della paura” (1988), ma soprattutto un’altra bomba “on the road” ovvero Il buio si avvicina capolavoro diretto da Kathryn Bigelow nel 1987.

Ora so che canzone avrete in testa per il resto della giornata.

Per la parte di John Ryder, il nostro Eric aveva in mente alcuni nomi uno più grosso dell’altro: David Bowie, Sting, Harry Dean Stanton e Terence Stamp, ognuno avrebbe regalato prove magnifiche, ne sono certo, ma quando Stamp rifiuta la parte, a bordo sale Rutger Hauer e la sua prova è da storia del cinema, no sul serio, un gigante.

Ci sono tanti pronti a dirvi che dopo questo film Rutger Hauer si sia perso tra tanti film di serie B, se non proprio di serie Z, lui è il primo ad ammettere che l’87 è stato un anno di grazia, eppure pochi attori hanno saputo bucare lo schermo, essere carne e sangue come Hauer, l’Olandese si è guadagnato il suo posto nella storia del cinema con il monologo finale di Roy in Blade Runner, così ho sbrigato la pratica di citare quel capolavoro quando si parla di Rutger Hauer e posso concentrarmi alla sua prova in questo film, che è altrettanto magnifica.

«Mi ripeti quella frase divertente che dici sempre sulle porte di Tannhauser?»

C. Thomas Howell ha candidamente ammesso di avere avuto una paura fottuta di Rutger Hauer per tutto il tempo passato a lavorare su questo film, intimidito dalla sua presenza fuori e dentro il set ed, in effetti, viene da credere che quel tizio inquietante sia psicopatico sul serio, la sua entrata in scena è talmente efficace, che nel resto del film gli basta apparire brevemente per gelare il sangue a Jim (e agli spettatori), aggiungete poi che Rutger Hauer è sempre stato interessato al lato fisico del cinema, al suo movimento. Proprio come per “Blade Runner”, Hauer ha fatto quasi tutti gli stunt di questo film, compreso quello finale, il salto dal camion per il trasporto prigionieri, al cofano dell’auto di Jim, tanto che se guardate bene, è possibile vedere il dente che il buon Ruggero si è scheggiato, sbattendo contro il calcio del fucile a pompa tenuto in mano durante il salto (storia vera).

Bambini, non provateci a casa, lasciate fare a Rutger.

Per altro, sul set Ruggero ritrova anche Jennifer Jason Leigh, nei panni della cameriera Nash, i due aveva già lavorato insieme in L’amore e il sangue e “Doppia J” è davvero brava malgrado abbia poco spazio e allora avesse solo 24 anni, ma il mondo periodicamente si dimentica del talento della Leigh.

«Ah ecco dove ti avevo già visto!»

A proposito di esordienti di talento, la sceneggiatura finisce nella mani del regista Robert Harmon, probabilmente lo ricordate per “Accerchiato” (Nowhere To Run, 1993) con Van Damme e per (purtroppo) poco altro di significativo, perché Harmon qui gira come un uomo posseduto, uno che sa di stare facendo il film della vita, cosa che a ben guardare è davvero successo.

Harmon prende la prima bozza di sceneggiatura e capisce che da tutta quella roba scritta da Enrico il Rosso può venire fuori un film di tre ore, quindi applica dei tagli illuminanti, sforbiciando le scene più splatter, ad esempio, sparisce dai radar la scena in cui John Ryder macella l’allegra famigliola che lo raccoglie a bordo strada e fa sparire l’occhio umano nelle patatine, sostituito dal dito mozzato nascosto a tradimento da Ryder nelle patatine fritte di Jim.

L’insalata va servita condita, non le patatine!

Potrebbe essere un suicidio per un film etichettato come Horror/Thriller far sparire scene grondanti sangue, in realtà è una manna, il massacro della famiglia non mostrato, ma solo suggerito dalla reazione sgomenta di Jim ha il doppio dell’efficacia e il ditino birichino nelle patatine è ancora oggi una vigliaccata che prende alla sprovvista lo spettatore, diventando una delle immagini più iconiche del film.

Ma i tagli hanno soprattutto l’effetto di snellire la storia che diventa un capolavoro di ritmo, dopo 23 minuti di film, sembra già passata un’ora, ma non per la noia, quella non ha cittadinanza in questo film, ma per il numero di eventi che si succedono, perché “The Hitcher” t’incolla allo schermo, anzi, ti prende proprio per il bavero e ti trascina giù nel gorgo di paranoia e disperazione in cui si ritrova il povero Jim, colpevole di fatto di aver accostato al momento sbagliato, sperando nella compagnia di qualcuno per evitare un colpo di sonno.
Quello che Rutger Hauer capì subito leggendo la sceneggiatura e che, ad esempio, non capì ai tempi l’esimio Roger Ebert (questo è uno dei pochi film a cui il famoso critico appioppo uno zero, storia vera) è che “The Hitcher” è un’allegoria sul male, anzi, sul male negli Stati Uniti d’America, quindi, di conseguenza, in tutto il mondo Occidentale, il male sale a bordo della vita delle persone, a volte accolto a volte senza preavviso, ma di fatto non ti lascia più, un tormento capace di minare le certezze e di spingerti all’estremo, anche a voler morire, lo stesso Jim prima di reagire, arriva a puntarsi la pistola al mento.

«Prossima volta giuro che prendo il treno»

Il male come concetto non può essere sconfitto, quando entra nella tua vita le uniche cose che puoi fare è cercare di seminarlo, oppure affrontarlo a viso aperto, cosa che Jim fa sfruttando i canoni del cinema americano: gli inseguimenti e le fughe sono duelli stradali e lo scontro finale è un duello all’ultimo sangue dal sapore western e, non solo per la location del film, nel finale la metafora del male da sconfiggere diventa palese.

Il “Final boy” pronto al duello finale con il cattivo.

Ma se fissi a lungo lo sguardo in Rutger Hauer, sappiate che torna buona la celebre citazione a Nietzsche fin troppo utilizzata, il protagonista arriva a fine film provato fisicamente, ma soprattutto minato nella mente, uscito vivo da un esperienza che lo ha segnato e cambiato per sempre, il tutto mostrato in 96 minuti dal ritmo ineccepibile, in cui i (pochi) momenti di tregua, sono solo un modo per tirare brevemente il fiato prima della prossima sventura, in un perfetto equilibrio tra film di genere (quindi d’intrattenimento cinematografico al suo meglio) e un’autorialità non gettata in faccia allo spettatore.

Gli inseguimenti in auto sono girati alla grande, Robert Harmon non sbaglia uno stacco di montaggio che sia uno e tra elicotteri abbattuti, ci regala anche poliziotti che si sparano alle gomme a vicenda, per effetto dell’inchiodata del protagonista, che sembra un omaggio ad una scena quasi simile di Mad Max 2 – The Road Warrior, dimostrazione che Harmon al suo esordio alla regia, aveva già studiato tutti i film giusti.

Ecco cosa intendo quando parlo di “Film culturali”

Ma la vera forza di “The Hitcher – La lunga strada della paura” è di essere un film nero, nerissimo, che non cede un millimetro alle classiche soluzioni Hollywoodiane e di conseguenza allo spettatore. Non vi rivelo nulla per non rovinare la visione a quei (due) che non avessero mai visto questo filmone, pensate solo alla scena della bella in pericolo: non c’è niente di più lontano da Hollywood di quello che accade qui e a distanza di trent’anni dalla sua uscita, devo ancora vedere un film con il coraggio di portare in scena la stessa soluzione.

Un bello schiaffone dato a mano aperta in faccia ad Hollywood.

Proprio per questo, alla faccia della mia preoccupazione, “The Hitcher” è un film invecchiato alla grande, se uscisse in sala oggi, basterebbe una scena in cui Rutger Hauer spacca il cellulare di Jim e poi sarebbe ancora attualissimo, cavolo! Persino la camicia a quadri neri e rossi del protagonista è tornata di moda!

Ma la marcia in più del film è proprio Rutger Hauer: con la sua prova, mette su undici l’amplificatore come facevano gli Spinal Tap, Robert Harmon non fa l’errore di raccontarci per filo e per segno le origini di Giovanni Cavaliere, lascia fare tutto ad Hauer che riempie lo schermo con una presenza fisica senza pari. Il suo John Ryder è un demonio in fuga dall’inferno, completamente privo di rimorso e allo stesso tempo pazzo furioso. Rutger Hauer risulta talmente intimidatorio che quando non è in scena, si sta nell’ansia di veder spuntare il suo sorriso “mangia merda” (come direbbero gli Yankee), da tutte le parti, la stessa faccia diabolica con cui alla domanda «Da dove vieni?», risponde beffardo «Da Disneyland».

«… Ti ho anche portato un souvenir»
“The Hitcher” resta un apice mai più raggiunto, ma spesso imitato, Robert Harmon dimostrando che questo era davvero il film della sua vita, ha cercato di ritornare sugli stessi territori nel 2004 con “Highwaymen”, ma senza riuscire a ripetere l’impresa.
Esiste anche un seguito di questo film, uscito nel 2003 e un remake del 2007 con Sean Bean al posto di Rutger Hauer, mettiamola così: se non li avete visti, continuate pure a vivere sereni e felici, se invece ve li ricordate e magari vi sono pure piaciuti, sappiate che siete banditi a vita da queste pagine!
No, vabbè dai, senza diventare tragici, diciamo che l’unica utilità di sequel e remake, è quella di ricordarci che razza di film pazzesco sia “The Hitcher – La lunga strada della paura”, trent’anni portati alla grande e passati tutti a ricordarci che no, è meglio non dare passaggi agli sconosciuti, specialmente se sono Olandesi e biondi.

Ecco però ogni tanto, i consigli materni, ascoltali!

Riders on the storm, riders on the storm
Into this house, we’re born, into this world, we’re thrown
Like a dog without a bone, an actor out on loan
Riders on the storm.

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