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The Host (2006): non scatenate il potere dei perdenti

La nostra nuova scrittrice di fiducia, torna l’amica Rebel Rebel per fare quello che di solito faccio io: scrivere di film di mostri giganti! Questo compleanno le stava particolarmente a cuore, quindi vi lascio nelle sue capaci mani, la Bara è tua!

«Andiamo! Oggi Cassidy non c’è, finalmente sulla Bara qualcuno che sa davvero scrivere!»

Il mio primo incontro con Bong Joon-ho è stato con quella soave coltellata di Mother (2009) in cui sono inciampata davvero per caso. Il colpo di fulmine è stato talmente fatale che ho voluto approfondire la conoscenza con questo genio assoluto proveniente dalla Corea del Sud e che oggi è stranoto, giustamente ovunque, anche grazie al sacrosanto Oscar come Miglior Film per Parasite. L’ammirazione e la sorpresa per aver scoperto un regista di tale portata è stata un viatico per addentrarmi un po’ di più nel cinema di questo paese, lontanissimo geograficamente, ma che esprime un’arte cinematografica capace di avvicinarlo quanto un vecchio dirimpettaio. Quindi devo dirvi che, per esempio, grazie al cinema di Bong, ho conosciuto l’altro suo collega genio, Park Chan-wook, nelle sale in questi giorni con l’ennesimo filmone, di cui ha scritto Cassidy da par suo, qui sulla Bara. Insomma la Corea del Sud vive e lotta con noi.

The Host è stato definito dal New York Magazine “il miglior film di mostri di sempre”. Costato dieci milioni di dollari (ben spesi direi visti gli effetti speciali notevoli vent’anni fa come oggi) il film sbanca il botteghino, sbaraglia ogni record d’incasso in patria, entusiasmando pubblico e critica e consacrando Bong come uno dei cineasti più interessanti della sua generazione (la mia per inciso, non per vantarmi!). Consideriamo che nel 2000 aveva già firmato quel gioiellino di Barking Dogs Never Bite e nel 2003 sganciava un altro meteorite sulle nostre teste ossia Memories of Murder. Insomma uno che il mestiere lo può insegnare e fermiamoci qui. Ah no scusate, solo un appunto antipatriottico; The Host in Italia non è stato distribuito nelle sale cinematografiche ed è stato trasmesso da Rai Movie solamente nel giugno 2013. Vabbè!

Un primo piano su Bong Joon-ho che dirige un primo piano.

Dire che in questo film Bong si cimenti col genere horror, a mio parere, è vero solo in parte. Ovvero il dato è che non siamo al cospetto di un regista di genere. Una delle qualità straordinarie di Bong è semmai la maestria nel saper affrontare i diversi generi, uno ad uno, film dopo film, omaggiandoli con dovizia e rispettandone i canoni. Di fatto The Host è un film dell’orrore a tutti gli effetti come Memories è un giallo e Barking una commedia nera. Con una caparbietà propria di chi ha per davvero qualcosa da dire, il nostro coreano prende le misure del genere per inserirci molto, molto altro. Il denominatore comune di Bong non risiede nel genere ma piuttosto nello stile e nel messaggio: passatemi questo termine caduto in disgrazia ma che continuo ad onorare. In ogni suo film la fanno da padrone un’imprevedibilità spiazzante, mai fine a stessa, un’implacabile satira sociale e un senso del grottesco e della comicità taglienti a volte perfino cattivi. Tutto converge nella direzione di una costante riflessione sui rapporti sociali ed interpersonali e sulle dinamiche che gli individui si trovano a fronteggiare in una società disgregata, nella quotidiana battaglia per salvaguardare se stessi, i propri affetti e per continuare, in qualche sgangherato modo, a sopravvivere.

La trama: in un laboratorio di ricerca uno scienziato americano ordina al suo assistente coreano di gettare litri e litri di formaldeide scaduta nello scarico fognario, il quale finisce dritto nel fiume Han. Dalle acque irrimediabilmente avvelenate sorge un mostro mutante che miete una bella quantità di vittime e rapisce la figlia appena adolescente di un uomo mezzo ritardato e fannullone Gang-du (l’attore feticcio di Bong, Song Kang-ho) che gestisce un chioschetto sul fiume insieme al padre. Certi che la piccola Hyun-seo sia ancora viva, i componenti della scombinata famiglia, il padre, il nonno, la zia campionessa di tiro con l’arco, lo zio laureato e disoccupato, si uniranno cercando con ogni mezzo di ritrovare la bimba rapita. La lotta senza quartiere che affronteranno sarà, si contro il mostro assassino, ma anche contro la violenza delle autorità coreane che, soggiogate al volere di quelle americane, imporranno una quarantena violenta e diffonderanno false notizie di contagio da virus per sviare l’opinione pubblica dalle proprie responsabilità. La famiglia Park, stigmatizzata come infetta e pericolosa, dovrà sopravvivere allo stato di polizia imposto ai cittadini, alle menzogne della propaganda, per poter al fine scovare il mostro e con esso la propria bambina.

Non date (bambine) da mangiare ai mostri.

The Host oltre ad essere visivamente un film altamente spettacolare, come si conviene ad un “film con mostro”, riesce a ricomprendere, in un’organicità compatta che non ha una crepa, diverse intenzioni di narrazione. Tanto per non sbagliarsi, Bong non rinuncia mai ad un potente tema politico, che va dall’antiamericanismo (ma dai!), alla rappresentazione di un popolo ridotto al servilismo, ai temi dell’ecologismo e del condizionamento sociale. Con medesima forza d’impatto innesta anche una dimensione intima che fa dell’ostinazione disperata dei tragicomici elementi della famiglia Park, l’ultimo baluardo di resistenza in una società allo sbando, senza più punti di riferimento istituzionali in cui riconoscersi. In ogni scena gli elementi si fondono e raccontano un’unica storia che si riversa senza forzature in ognuno di questi aspetti. Quello di Bong è un cinema di lucida ed apparente anarchia dove nulla è aspettato ma dove sui titoli di coda ci rendiamo conto che ogni cosa è al suo posto.

La costruzione dell’azione mozzafiato e la sontuosità della scena dell’apparizione del mostro che si scaglia sulla miriade di persone assiepate sulla riva del fiume è una coreografia mirabile dove non mancano accelerazioni improvvise e rallentamenti di ripresa a tutta adrenalina. La scena non ha nulla di classico, il mostro, la cui prima immagine, appeso per la coda a testa in giù è spaventosa, irrompe in piena luce, in un pomeriggio estivo pieno di gente. E in mezzo al macello generale non si rinuncia mai alla sferzata comica con l’astante che riconosce nel mostro il famoso delfino delle Amazzoni. Ritroviamo la costante altalena tra tragicità e humor satirico nella scena del funerale collettivo dove tra lo strazio dei parenti delle vittime del mostro, Bong strapazza senza remore i personaggi degli addetti alla sicurezza, comici nella loro incompetenza e nell’aspetto, mentre cercano di imporre, improvvisando, un ordine di cui non sembrano comprendere le strategie.

Corea, enorme e tostissima tradizione di tiro con l’arco.

Ad alta concentrazione umoristica il personaggio dello scienziato americano strabico e folle che sottopone Gang-du ad una sorta di lobotomia sulla base delle sue strampalate teorie. Altrettanto umoristica la legittimazione dell’agente Yellow, ovvero un gas che gli americani decidono di riversare sulla città per annientare il mostro e con lui ogni traccia biologica esistente, che viene sponsorizzato dai media coreani assoggettati come l’arma di intervento diretto contro il terrorismo biologico e le epidemie più all’avanguardia di tutto il pianeta. La rappresentazione delle autorità americane oscilla per tutto il film tra l’orrore dell’oppressione e della privazione di diritti verso un altro popolo e la miseria del ridicolo. Prima le combinano e poi ce le ritornano… e mostrate un po’ di gratitudine santo cielo! Ma la gratitudine non è esattamente ciò che ravvediamo ammirando e tifando per lo zio che bombarda il mostro di bottiglie/bombe Molotov, nell’azione di lancio tipica del manifestante anti-sistema. Evvai!

Per Godzilla ci vuole l’Oxygen Killer, in assenza, tocca arrangiarci.

Ma ciò che più di tutto mi fa amare Bong e il suo cinema è l’attenzione alla componente umana e quella vena di sincera tenerezza riservata ai perdenti, agli sbilenchi che tali divengono quando una società è piegata e pressoché annientata. L’amarezza per le sorti del suo paese, il racconto della Corea del Sud, non nel senso di patria natia, ma con la camera puntata ostinatamente sulla comunità di persone che ne costituisce la sostanza, è certamente sempre presente per tutto il film e non solo in questo (si pensi per altri versi a Parasite). E il dolore per questi popoli, privati di una propria identità, ingannati, raggirati, la capiamo al volo perché l’abbiamo vista accadere troppe volte, oggigiorno purtroppo più che mai.

Sullo sfondo di una Seul grigia di fango e di pioggia sporca, con le acque del fiume infestato scure di degrado, The Host, col suo strabiliante mostro anfibio, in realtà è un film ad alto tasso politico e la resilienza dell’essere umano è il suo strumento sovversivo. La famiglia Park contiene il fallimento di ognuno dei suoi componenti. La zia non vince l’oro perché esita sempre troppo, lo zio è laureato e proprio in virtù di questo disoccupato, e Gang-du col suo aspetto fumettistico e il faccione un po’ ebete, è rotto interiormente. Un’anima tragica e farsesca attraversa tutta la famiglia. Eppure lo sconfinato amore verso la piccola riesce a fare di questa Armata Brancaleone made in Seul un manipolo di eroi la cui forza si moltiplica nello spalleggiarsi l’un l’altro per la salvezza della bimba. Piena di dolcezza la scena in cui la famiglia fuggita dalla prigionia della quarantena, si rifugia nel chioschetto in riva al fiume per rifocillarsi di porcherie confezionate e ad ognuno dei personaggi appare l’immagine della bimba e ognuno di essi la nutre e l’accarezza. Proprio in questa circostanza, non a caso, il nonno parla agli altri suoi due figli del perché Gang-du è il relitto che è; anche qui lo spettatore viene spinto letteralmente ad uno sforzo di empatia e comprensione perché la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo. Così, per capirci in fretta.

La famiglia di cui non sapevate di voler fare parte.

In Gang-du ritrovo le caratteristiche umane più commoventi. È un buono a nulla che vive sulle spalle del lavoro del padre, un ubriacone, una miseria d’uomo. Senza speranza pensereste, invece il suo essere padre in una situazione disperata come quella di una figlia rapita da un mostro enorme, gli conferisce una forza straordinaria quasi un superpotere. Senza rischiare di spoilerare per quei lettori che non hanno ancora avuto l’occasione di vedere questo grande film (affrettatevi!) il sentimento viscerale di paternità sarà la lucina che rimane accesa nel buio della solita miseria. Si perché non si tratta per Bong di regalarci storie di riscatto, che sono le benaccette per quanto mi riguarda, no, perché niente si aggiusta e niente si ripara. Si tratta invece di continuare a vedere e cercare nell’essere umano, anche nel più infimo e sfigato dell’universo, la grandezza di un sentimento talmente banale e quotidiano come quello di un padre verso una figlia. Saper riconoscere diventa saper rispettare, un esercizio di umanità da allenare ogni giorno.

Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto ma sappiate che le ho già commissionato di tutto, poveretta, in che guaio si è messa!

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