La politica di Netflix è chiara, raccogliere con la rete a
strascico tutto quello che trova in giro tra le produzioni mondiali, però allo
stesso tempo sfornare prodotti sia pensati da un algoritmo per attirare l’attenzione, oppure dando carta bianca (e fondi) agli autori per portare avanti la loro
opera.
Ecco perché ha poco senso bollare tutto un genere, una
categoria o una piattaforma di streaming come cacca, certo è più facile, veloce
e in linea con la politica di “Infernet” dove ogni parare deve essere estremo e
urlato. Ma siccome io penso che il compito del cinefilo (se mai ne avesse uno)
è quello di scovare il cinema di qualità ovunque si trova, per fortuna ogni
tanto anche dalle maglie di Netflix spunta un prodotto disallineato e
bellissimo come questo “The House”.
Sapete che amo molto l’animazione a passo uno, con “The House” ero convinto che mi sarei trovato davanti ad
una storia di animaletti pucciosetti al massimo vagamenti oscuri, se non
proprio un “Coraline” (2009) al massimo una cosetta alla Wes Anderson più
caustico e meno arancione, il fatto che comparisse anche Jarvis Cocker, il
cantante dei Pulp, tra i doppiatori mi faceva propendere in tal senso. Con mia
grande sorpresa invece mi sono trovato davanti un horror, uno di quelli anche
belli inquietanti, anzi tre horror in uno visto che “The House” è un
antologica a tema, con tre storie che ruotano intorno – pensate un po’ – ad una casa.
Avrei anche dovuto arrivarci però, dove c’è casa c’è Horror.
categoria o una piattaforma di streaming come cacca, certo è più facile, veloce
e in linea con la politica di “Infernet” dove ogni parare deve essere estremo e
urlato. Ma siccome io penso che il compito del cinefilo (se mai ne avesse uno)
è quello di scovare il cinema di qualità ovunque si trova, per fortuna ogni
tanto anche dalle maglie di Netflix spunta un prodotto disallineato e
bellissimo come questo “The House”.
una storia di animaletti pucciosetti al massimo vagamenti oscuri, se non
proprio un “Coraline” (2009) al massimo una cosetta alla Wes Anderson più
caustico e meno arancione, il fatto che comparisse anche Jarvis Cocker, il
cantante dei Pulp, tra i doppiatori mi faceva propendere in tal senso. Con mia
grande sorpresa invece mi sono trovato davanti un horror, uno di quelli anche
belli inquietanti, anzi tre horror in uno visto che “The House” è un
antologica a tema, con tre storie che ruotano intorno – pensate un po’ – ad una casa.
Avrei anche dovuto arrivarci però, dove c’è casa c’è Horror.
| Animazione a passo uno, l’artigianato cinematografico che mi scalda il cuore. |
Irlandese Enda Walsh, autrice della sceneggiatura sul ribelle dell’IRA
protagonista di “Hunger” (2009) di Steve McQueen. Facendo squadra con gli
animatori dei Nexus Studios, che fanno un lavoro incredibile, non ho ben capito di che fossero fatti i singoli Pupazzi (feltro forse?), sono esperto di tessuti quanto di fisica nucleare, però dal punto di vista visivo l’animazione è incredibile, capace di mettere anche una discreta ansia, almeno fino all’ultimo segmento, che prova a portare un po’ di speranza (tra la nebbia).
| Voi li vedete così tutti carini, ma questo film morde! |
Questo segmento abbraccia in pieno l’horror gotico, con un enorme capacità di suscitare una sana angoscia, se pensavo che mi sarei trovato davanti ad una favola nera in stop-motion, con questo primo capitolo è stato chiarissimo che “The House” è puro horror, anzi tre tipologie diverse di horror tutti sotto lo stesso tetto.
Il secondo capitolo si intitola “È smarrita la verità che non si può vincere”, anche qui, ad una prima occhiata il tono sembra cambiato perché se il primo segmento era ambientato nel passato con la costruzione della casa, questo è ambientato al giorno d’oggi, dove un simpatico topone si dispera per cercare di vendere la stessa casa che nel frattempo ha ristrutturato, indebitandosi per altro.
| Sono quasi stato in pena per un venditore di case. Ho detto quasi. |
Le nevrosi del protagonista fanno iniziare il segmento con un tono più leggero, finché non arrivano potenziali compratori, che come in una vecchia commedia con Tom Hanks non hanno nessuna intenzione di abbandonare la casa, parassiti, che sono uno dei problemi del protagonista, le cui visioni quasi Kafkiane toccano apici quasi lisergici, prima di abbracciare un finale senza ombra di dubbio da Body Horror, inutile girarci attorno, echi di Ballard, Cronenberg e tutte quelle belle cosette così. Nella casa faccio la mia cosa (horror).
| This is the house, come on in / This is the house, built on sin (cit.) |
L’ultimo capitolo svolta ancora, in “Ascolta bene e cerca la luce del sole”, la casa è sopravvissuta ad un disastro, siamo nel futuro e la nebbia avvolge tutto e le acque stanno per divorarsi quel poco di terra rimasta, insomma Kevin Costner aveva previsto tutto!
La protagonista, una topolina antropomorfa si ostina a rattoppare la casa ormai cadente, una chiara metafora dell’attaccamento al passato, da cui i coinquilini la aiuteranno a staccarsi, tra cui una doppiata da Helena Bonham Carter, bravissima ma ormai un po’ motonona nella scelta dei ruoli da eterna eccentrica.
| “Tuo marito non ti fa fare queste cose vero?”, “No lui al massimo mi fa recitare il ruolo della regina di cuori con la capoccia gigante” |
L’ultimo capitolo abbraccia il sottogenere dell’eco-horror, lasciando una piccola speranza nella conclusione di un film in grado di evocare riflessioni, anche sulla differenza tra “House” e “Home” (come nel testo della canzone sui titoli di coda), l’abitazione diventa una metafora di cosa possiamo chiamare veramente casa, e in qualche caso chi ci fa sentire a nostro agio, proprio come se fossimo a casa.

