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The Killer (2023): bisogna essere metodici per fare gli assassini (o i registi)

Quest’anno è la seconda volta che scrivo un post su un film che si intitola The Killer, ma è la prima che scrivo di un film di David Fincher, quindi iniziamo subito dai difetti della sua ultima fatica, che come da moda del regista deve avere una resa grafica del titolo particolare, niente numero tre al cubo o utilizzi espressivi del numero sette, ma la lettera “I” accasciata colpita in testa da un colpo di fucile, che poi è anche l’inizio di questo “The Killer”.

I titoli di testa per Fincher offrono spesso indizi sulla trama.

Vi ho promesso subito i difetti, eccoli: ad un certo punto durante il quinto capitolo in cui “The Killer” è suddiviso, Tilda Swinton racconta la barzelletta dell’orso, sempre quella che viene raccontata in tutti i film e proprio per questo non fa ridere, perché l’abbiamo già sentita un milione di volte. Fine dei difetti di “The Killer” il resto, sono tutte aspettative del pubblico.

Seconda distribuzione Netflix per Fincher dopo il suo ottimo e già dimenticato Mank, “The Killer” riunisce la coppia composta dal regista e lo sceneggiatore di Seven, visto che Andrew Kevin Walker qui ha adattato il fumetto omonimo scritto da Matz e illustrato da Luc Jacamon pubblicato tra il 1998 e il 2014, anche se nessuno sta sbraitando su “Infernet” riguardo al fatto che i “Cinecomics” hanno stufato, più che altro come al solito i Social-Così sono divisi tra «CAPOLAVORO’!» e «Cagata pazzesca!», mettendo in chiaro come sempre che la verità sta nel mezzo e non sui Social.

«Guardali come si affannano a sbraitare in cerca di un mi piace in più, quasi quasi ora gli sparo»

Da un certo punto di vista “The Killer” è il perfetto contenuto per Netflix, 118 minuti, durata tutto sommato canonica, che in mano ad un altro regista sarebbero potuto durare anche mezz’ora in meno perché, e qui arriviamo alla prima grande colpa del film stando ai “Social-cosi”, la trama è troppo seeeeeempliceeeeee! Solita accusa che non vuol dire niente fornita da chi, quando ha visto quella scena nel quarto capitolo del film, ha sperato che “The Killer” fosse tutto così, azione azione azione, dimenticando che se il tuo protagonista è un metodico assassino (non uno di quelli seriali che piacciono tanto a Fincher, ma quasi, visto che ascolta a rotazione i The Smiths), che smonologheggia per tutto il film che per altro, inizia con una dichiarazione d’intenti limpidissima, visto che direttamente dalla parole del suo protagonista/avatar il regista ci dice: «Se non riesci a sopportare la noia questo lavoro non fa per te.»

Prima di lanciarsi in un colpo sparato da grande distanza, stile Annie Oakley (cit.) ci vuole una preparazione che potrebbe essere la stessa che serve per fare un film, in questo senso l’assassino senza nome di “The Killer” è identico al suo metodico regista, il suo ripetersi costantemente le sue regole lo mette in chiaro, anzi me lo immagino dire ai finanziatori della Paramount Pictures: «Non combattere se non sei pagato.»

La storia di “The Killer” è semplice perché chiare sono le sue fonti, il Polar, Melville e tutta quella bella robina lì, basta dire che proprio come in uno dei titoli simbolo del genere, anche qui i personaggi non hanno un nome ma sono identificati quasi esclusivamente per il loro ruolo, infatti il primo capitolo del film è un po’ la regola dei cinque minuti estesa a lungo prologo, in cui arriva l’evento chiave della vita del personaggio… occhio al micro SPOILER in arrivo!

Occhio che in questo paragrafo volano SPOILER e pallottole.

La preparazione prima di un colpo da cecchino da sparare che non va a segno e “brucia” la copertura del nostro protagonista. Perché l’inizio del film è così importante? Perché la Wing-woman, lapidaria come al solito l’ha ben riassunto: «Tre ore a fare il figo con le sue regole e poi ha pure sbagliato il colpo», verità assoluta perché il film parla proprio di questo, la storia di un uomo iper metodico che fa un errore, un tipo di dramma che solo gli ossessivi-compulsivi possono capire per davvero. Fine della sezione con micro SPOILER!

Il bello di “The Killer” sta nel suo non spiegarti nulla, anzi meglio, spiegarti solo il minimo indispensabile alla faccia di quei film dove ti devono raccontare TUTTO per filo e per segno, qui non sappiamo chi sia il bersaglio, spesso non conosciamo nemmeno i nomi dei personaggi, la trama procede quasi alla rovescia su fino ai mandanti, cinque capitoli e un epilogo che chiude il cerchio, in cui l’assassino impersonato da Michael Fassbender può continuare a fare quello che conosce meglio, essere metodico, il tutto per continuare a negare a se stesso la falla nel suo sistema, quella che ha fatto crollare tutto e a cui bisogna rimediare come? Sempre allo stesso modo, affidandosi a quel sistema di valori, a quelle regole di vita quasi da Ronin.

Un Ronin vestito come un turista britannico con nomi (finti) presi in prestito dalla serie tv americane.

Che “The Killer” sia tratto da un fumetto è chiaro dalla sua divisione in capitoli e dal continuo smonologare del protagonista, la voce narrante qui sono le didascalie che su carta leggeremmo, ma è facile capire perché a Fincher interessasse questa storia, dopo Fight Club abbiamo un altro protagonista senza nome che attraverso monologhi interiori ci racconta il suo sociopatico punto di vista sul mondo. Ma allo stesso tempo sembra la storia di Seven raccontata dal punto di vista del serial killer, solo che qui non è seriale solo perché qualcuno lo paga per lasciare a terra cadaveri, anche se la procedura estremamente metodica di base è la stessa.

Allo stesso tempo metodica è la regia di Fincher, che inizia con (veloci) titoli di testa molto stilosi e pieni di inizi su quello che vedremo come da tradizione e che per la colonna sonora, si affida ai pretoriani ovvero Trent Reznor e Atticus Ross, che firmano una nuova tornata di algide musiche perfetta in contrapposizione con The Smiths perennemente in cuffia per il protagonista.

Un film tanto parlato “The Killer”, anche se i dialoghi poi non sono solo quelli che servono per farci capire di più della trama, forse l’unica a parlarsi un po’ addosso è proprio la già citata Tilda Swinton, che però svolge una funzione sociale, quella di elaborare verbalmente quello che il protagonista non vuole ammettere, infatti si sbatte tantissimo per rimediare al suo errore di cui non vuole nemmeno parlare, quindi ad esclusione di queste parti inevitabilmente parlate, alla fine “The Killer” è un film che va seguito con gli occhi fissi sullo schermo, ma non quello del telefono, quindi ad una prima occhiata sembra il titolo perfetto per la distribuzione di Netflix, in realtà è roba da cinema, anche se in sala ci è stato lo spazio di un mattino.

Spara con qualunque cosa, anche con la sparachiodi se serve.

Quando nel quarto capitolo arriva una lunga sequenza di lotta tutta in interni, montata alla grande, forse qualcuno avrebbe sperato che tutto il film fosse così, ma qui bisogna fare pace con le proprie aspettative gente, per un assassino di professione tutta azione, abbiamo già John Wick, se da Fincher vi aspettavate lo sesso stile, mi sa che film del regista nato a Denver non li avete mai visti, davvero da quello che ha diretto “Zodiac” (2007), “Millennium – Uomini che odiano le donne” (2011) o “L’amore bugiardo – Gone Girl” (2014) vi aspettavate un ritmo adrenalinico senza pause? Ho citato volutamente questi tre titoli perché pensate un po’, ai tempi furono ferocemente criticati ed ora, sono quasi considerati, se non tra i migliori della produzione di Fincher, almeno nei piani alti delle classifiche a tema che tanti cinefili (io no!) amano fare.

Di sicuro “The Killer” rappresenta un ritorno al cinema di genere, anzi, al genere di film con assassini a cui Fincher è sempre associato, anche se lui stesso ha sempre provato a prenderne le distanze come nel 2008 ad esempio, con “Il curioso caso di Benjamin Button” che non è un brutto film, solo fa strano associarlo a Fincher, tutto lì, quindi il problema come al solito sono le aspettative. Dico sempre che Padre Tempo è il miglior critico cinematografico del mondo, recentemente sono incappato in un’intervista a Joe Dante, in cui il Maestro sosteneva che le reazioni e le critiche dei giornalisti a caldo valgono il giusto, è dopo cinque anni che diventa chiaro il valore e la portata di un film. Totalmente d’accordo con Migthy Joe, infatti questo film finirà come gli altri di Fincher criticati all’uscita e apprezzati più avanti, anche solo per un dettaglio: mi auguro sarà la prima di un’infilata di buone prove di un bravissimo attore che si era maldestramente svalutato, ovvero Michael Fassbender.

Nessuno si ricorda del suo “L’uomo di neve” (2017), però di Magneto si. 

Vi ricordate quando recitava in tutti i film, non per forza meritevoli? Ecco, il periodo di pausa che si è preso per scegliersi meglio i copioni (mi auguro) riparte con il passo giusto, qui ha di nuovo l’occasione per calarsi nella ruotine di un personaggio che la trama non sviluppa più di tanto, concentrandosi più sul lato Thriller della vicenda, forse perché non ne ha nemmeno poi tanto bisogno, ci pensa Michele Piegaveloce a metterci le sfaccettature in un personaggio che vorrebbe essere monolitico e granitico, ma deve fare i conti con una crepa nelle sue certezze. All’attore basta sgranare gli occhi su una frase in particolare di Tilda Swinton per far arrivare al pubblico tutta la dimensione del dramma che un ossessivo-compulsivo come il suo Killer sta attraversando, oppure volete un altro dettaglio? Il movimento destra-sinistra che fa con il collo il personaggio, sempre prima di entrare in azione, non proprio la mossa di Roger Murtaugh ma quasi.

Capisco che la fruizione di film nel 2023 funzioni così, tanto AAAAIIIIP (anche noto come “hype”) per un titolo e poi via, sotto con il prossimo, ma il cinema a lenta cottura di Fincher, quello che si prepara un sacco prima di sparare un colpo (o girare una scena) si prende il suo tempo e anche alla lunga verrà valutato diversamente, per ora spero che sia il primo colpo sparato nella direzione giusta per il rilancio della carriera di Fassbender, il giochino da Social per cui l’ultimo film di un regista debba essere per forza il più bello o il più brutto di sempre ha stancato, se non volete credere a me, date fiducia a Joe Dante.

Sepolto in precedenza lunedì 13 novembre 2023

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