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The Last Dance: ultimo tango a Chicago (Bulls)

La prima volta che ho sentito parlare di “The Last Dance”
come serie televisiva di Netflix e non come frase coniata da Phil Jackson per l’ultima
stagione dei Bulls di Michael Jordan, penso sia stato circa cinque anni fa,
anche se la genesi di questa docu-serie sportiva creata da Michael Tollin per
ESPN e Netflix ha radici molto più profonde, in realtà, è da una vita intera che
l’aspettavo, probabilmente proprio dal 1998.

Nel 1998 avevo quattordici anni e senza girarci attorno,
vivevo, respiravo e pensavo solo alla pallacanestro, faccio parte di quella
generazione colpita in mezzo agli occhi dall’esplosione del basket NBA anche
qui da noi in uno strambo Paese a forma di scarpa, periferia dell’impero dove tutto arriva in scomoda differita.

“Che hai fatto in tutti questi anni Noodles Cassidy?”, “Ho aspettato The Last Dance”

Vorrei raccontarvi che le mie giornate filavano così, tra
un tiro a canestro (e un film di Spike Lee) senza risultare un cliché, ma dovrei
mentire per farlo perché era davvero così la mia routine quotidiana, la
pallacanestro (da sempre una mia fissa) in quel periodo era un’ossessione, una
passione bruciante che ha influenzato molta della mia vita e che quando non si
consumava sul campo, mi accompagnava fuori durante le mie giornate, alimentata dal culto
per quei ragazzi in divisa rossa e da quello, ammettiamolo, piuttosto stiloso
nel vestire, con il 23 e la lingua di fuori quando volava a canestro.

Dovete capire che parliamo di 22 anni fa, anche se gli
eventi narrati in “The Last Dance” a me continuano a sembrare successi
mercoledì scorso, perché non c’è stato un aneddoto, una frase, una scelta di
gioco, un’affermazione dei Chicago Bulls di Michael Jordan che io non abbia seguito,
citato oppure replicato (o meglio, tentato di replicare) sul campo, un culto
assoluto e totale come non mi è mai più capitato di avere nella mia vita, il
tipo di passione che forse può scattare solo in piena adolescenza.

La sacra trilogia, direttamente dalla collezione privata di casa Cassidy.

Perché il mito del maestro Bruce Lee ho dovuto “impararlo”
da solo tra le vhs della videoteca, non ho mai avuto un fratello maggiore da
cui ereditarlo, inoltre sono arrivato davvero troppo tardi anche per la Beatlemania
degli anni ’60, ma poco importa perché ho avuto i Bulls di MJ, forse la più
grande squadra di basket di sempre, non solo per risultati conseguiti sul
parquet, ma soprattutto per impatto culturale, i miei Beatles vestivano di rosso
ed esprimevano la loro arte con uno Spaulding a spicchi, infatti trovo
poeticamente giusto che “The Last Dance” abbia battuto per numero di ascolti
quella che fino a questo momento era la serie tv più seguita del popolare
canale streaming, ovvero La casa di carta.
Chicago batte Tokyo e soci, anche a parità di divise rosse.

I get high with a little help from my friends (Cit.)

I Bulls di MJ sono stati la prima e l’ultima squadra per
cui io abbia fatto davvero il tifo, un tifo, per fortuna, sportivo che non mi ha
mai impedito di ammettere che i Seattle Supersonics di Gary Payton e compagni
fossero una grande squadra così come gli Utah Jazz della coppia Stockton e Malone,
sì, però quanto li ho “odiati” nel senso sportivo, penso di aver avuto i primi
capelli bianchi sui canestri del Postino nelle finali della stagione ’96-‘97 e
soprattutto in quelle del 1998.

Storici avversari, grandi squadre, tutti asfaltati dal numero 23.

Quando MJ si è ritirato (per la seconda, ma non ultima
volta) ho pensato che con l’NBA avevo chiuso, per fortuna così non è stato
anche se non avrebbe avuto più nessun senso cercare un’altra squadra perché le
passioni adolescenziali sono così: ti segnano a vita. Con il tempo e con gli
occhi dell’appassionato di pallacanestro (non per forza del tifoso schierato)
ho potuto godermi squadre bellissime, come i San Antonio Spurs, i Pistons del
2004 che non erano più gli odiati “Bad-Boys”, ma avevano lo stesso spirito
operaio, oppure la cavalcata dei Lakers di Kobe e Shaq, non a caso, allenato
proprio da Coach Zen, Phill Jackson.

Sembra il copione di una stagione cinematografica, con tanto di titoli da film.

Un giorno, magari proprio ESPN e Netflix produrranno una
serie come questa dedicata alla squadra che ha ritoccato il precedente record
di vittorie in stagione regolare (72 vinte e 10 perse) dei Bulls di MJ, quei
Golden State Warriors che per certi versi hanno preso qualcosa del gioco di
Chicago ma anche l’allenatore, infatti Steve Kerr nelle sue interviste in “The
Last Dance” indossa i colori dei Warriors, quasi come a voler ribadire il percorso
fatto, guadagnandosi la fiducia di Jordan nel modo più doloroso (letteralmente)
possibile.

Un “The Last Dance” sui Warriors, oppure perché no, uno (già in parte annunciato) sulla carriera del compianto Kobe, lo guarderei
subito, oggi stesso, ma non sarebbe la stessa cosa perché i Bulls sono stati
speciali, per me e per tanti come me.

“Senti un po’, mi sembri bravino, ma ora ti spiego due cose su come stare al mondo”

Per farvi capire il mio livello di follia
ossessione per quei ragazzi, forse, sarebbe bastata una foto della mia camera di
allora, tra poster e ritagli di giornale era un monopolio rosso, nero e bianco
in cui rifugiarmi. Potrei raccontarvi del giorno in cui andai a scuola con la
maglia numero 23 di MJ ricevuta in regalo da mio padre, camminando
letteralmente ad un metro e mezzo da terra per la gioia, oppure di come abbia
passato ore a provare a replicare sul campo quello che vedevo fare a MJ e soci,
certo ad altezze e livelli di talento diversi, questo bisogna dirlo.

Da grande volevo essere come Mike (sono solo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia)

Ogni giocatore di quella squadra è diventato oggetto di
culto per me, a partire dall’ultimo dei panchinari andando su fino in cielo, a
quella divinità umanoide che sembrava (e tuttora sembra) inarrivabile, potrei
ancora elencarveli tutti: Scott Burrell il sosia da discount di MJ, Jud
Buechler il surfista-pallavolista, l’australiano Luc Longley… Me la potrei
giocare facile con i nomi grossi, a cui arriverò a breve (forse… Se questo post
non dovesse degenerare completamente), ma per farvi capire la situazione, devo
citarvi il mio Bulls preferito ad ovest di quelli facili: Bill Wennington.

Il centro di riserva, quello che per chi come me era
povero allora e non poteva già godersi le telecronache dei maestri Flavio
Tranquillo e Federico Buffa su Tele+ (futuro Sky), lo stramaledetto Guido
Bagatta su Italia 1 chiamava “Billone” perché il suo tiro parallelo alla linea
di fondo, da più o meno cinque metri da canestro era diventato “Il tirone di
Billone”, se vi può interessare, ancora oggi se mi mettete su un campetto con
la ruggine da non-gioco addosso, potrei fare 1 su 10 al tiro, ma state sicuri
che da quella “piastrella”, quella di Bill Wennington potrei fare canestro
anche dormendo per quanti tiro ho preso dal campo nella mia ragguardevole (si
fa per dire…) carriera di giocatore.

Con tutto quello che potrei scrivere su “The Last Dance” io cosa faccio? Parlo di Bill Wennington.

Bill Wennington ha passato tutta l’ultima stagione dei
Bulls, quella ribattezzata da Coach Phil Jackson come “l’ultimo ballo”,
riprendendo tutto con una vecchia videocamera stile anni ’90 che sembrava piccola
solo in quelle sue manone da centro. Siccome ho consumato tutte le partite registrate
dei Bulls con il mio vecchio videoregistratore (ho ancora i nastri a casa dei
miei. Storia vera), se le lacrime e l’emozione per la Gara 6 a Salt Lake non vi
hanno sopraffatti, potreste aver notato Billone, con il figliolo (allora bimbo)
in spalla, a riprendere anche i festeggiamenti nella baraonda sul campo. Ecco,
io è da allora che sognavo di poter vedere il contenuto di quei vhs, persino
Bill aveva capito di essere testimone diretto di qualcosa di irripetibile e ha
provato a suo modo a salvare quei momenti. “The Last Dance” è questo: il mio
desiderio di vedere finalmente le registrazioni, i dietro le quinte della più
grande squadra di pallacanestro del mondo, però realizzati con la
professionalità di ESPN, quindi il meglio sul mercato. Perdonami Bill se ti
metto un’altra volta in panchina, ma ci sarai abituato.

Attraverso salti temporali e qualche volta reiterando
alcuni messaggi, “The Last Dance” è un prodotto incredibilmente accurato anche
per uno come me che ha passato un’abbondante fetta della vita a documentarsi
su questa squadra, per altro facendolo con mezzi orgogliosamente analogici,
perché la popolarità dei Bulls e il culto attorno a Michael Jordan, non ha mai
potuto contare sui mezzi moderni, le dichiarazioni dei giocatori non potevi
leggerle comodamente sul tuo telefono su Twitter, ma dovevi pescarle su riviste
come Magic Basket e American Superbasket, oppure imparando a memoria cassette
come la classica “Come Fly with me” (di cui ricordo ancora tutta l’introduzione
di Flavio Tranquillo a memoria… Non sfidatemi a ripeterla perché potrei
accettare la sfida), oppure “Air time” e “Playground” (di cui per altro avevo un
po’ parlato QUI).

Like Mike (if I could be like Mike)

In “The Last Dance” ho ritrovato le affermazioni di Phil
Jackson e quel senso di ineluttabilità di un’era, quella dei Bulls, che stava
per concludersi. Ho ritrovato le tensioni tra Pippen e il general manager Jerry
Krause, ma anche le gloriose sfide del passato, quelle che hanno preparato
Jordan e i Bulls all’ultimo tango (a Salt Lake city) per Gara 6.

Per chi non ha mai avuto il piacere di veder giocare
questa squadra, “The Last Dance” sarà l’occasione per approfondire i fatti e
gli (incredibili) protagonisti, per tutti gli altri, invece… Beh, inutile girarci
intorno: un viaggio indietro nel tempo, roba che nemmeno il TARDIS del Doctor
Who potrebbe permettersi. Queste dieci puntate, presentate a coppie di due
tutti i lunedì per cinque settimane, sono state un ritorno alla mia adolescenza
(come mi ha prontamente fatto notare la mia Wing-Woman), ma anche l’occasione
per sentire i vecchi amici di allora, quelli che al tempo dividevano con me il
tempo sul campo e la follia fuori per risentirci e dirci anche solo: «La stai
guardando?», «La sto guardando». Perché chi c’era allora ricorda e oggi potrà
un po’ riviverlo con questa incredibile docu-serie evento.

I 2.13 cm di altezza di Patrick Ewing non sono niente per uno chiamato “Air”

Cerco di mantenere un minimo di spirito critico, anche se
ho sbracato malamente ormai, difetti? Essenzialmente uno: “The Last Dance” nel
suo essere Jordan-centrica (com’è logico che sia) si sceglie i suoi nemici,
quindi Jerry Krause (che simpatico non è mai stato, con quel suo aspetto da
cattivo dei film purtroppo non è più su questa Terra per dire la sua) viene quasi automaticamente identificato come la nemesi, su di lui viene
applicato il principio del bastone e della carota, viene dipinto come il grigio
burocrate pronto a smantellare una squadra disposta a provare ad inseguire
anche il settimo anello (a MJ non è ancora scesa, ventidue anni non sono
abbastanza per il fuoco della competizione che si porta dentro), ma anche come
quello che è stato per davvero, ovvero un grande General Manager in grado di
mettere insieme tutti questi talenti. Ma questo è davvero l’unico difetto che
riesco a trovare in un prodotto accurato, estremamente dettagliato e condito da
dosi abbondanti di cuore.

Batman e Robin? Teneteveli, io avevo già questi due.

Penso che ci sia davvero poco da aggiungere sulla qualità
della prima puntata che da sola è in grado di convincere chiunque a continuare
la visione, ma è con gli episodi successivi che “The Last Dance” migliora, la
seconda puntata dedicata al più grande secondo violino del mondo, il talento
incredibile e sottopagato di Scottie Pippen senza la quale questo documentario
non sarebbe mai stato realizzato.

Gli episodi tre e quattro sono dedicati a Dennis “Il
verme” Rodman e a Coach Zen Phil Jackson, dentro non ci troverete niente di
nuovo rispetto a quanto già raccontato nei rispettivi libri “Bad as i wanna be”
(in cui Rodman sulla copertina compariva in moto, nudo e con un pallone da
basket a coprire le vergone) oppure “Sacred hoops” con tutta la filosofia di
vita e pallacanestro di un santone Hippy come Jackson, arrivato a vincere undici
anelli NBA da allenatore. Nota personale: il capitolo del suo libro “Se incontri
Buddha, passagli la palla”, con tutti i suoi riferimenti ai precetti religiosi,
resta il singolo capitolo più ostico da leggere che io abbia mai affrontato
nella mia carriera di lettore, non oso pensare come fossero i libri che “Coach
Zen” rifilava ai suoi giocatori come letture obbligatorie.

Dennis che parla di parabole a rimbalzo è come quando Spielberg parla di cinema, un genio al lavoro.

Tra doverosi omaggi al compianto Kobe (l’episodio cinque,
quello che narra il primo All-Star Game della mia vita, anche di quello ho
ancora la vhs) e il complicatissimo 1992 di Jordan, consumato tra olimpiadi e
scommesse di golf, “The Last Dance” è una marcia trionfale, ma anche un viaggio
nel tempo che riesce a raccontare alla perfezione quello che noi vecchi
fanatici di questa squadra avevamo già capito: la pallacanestro con i suoi
momenti drammatici (esclusivamente in modo cestistico) sa essere più
cinematografica di tanto buon cinema e Jerry Krause anche se simpatico come una
spinta alle spalle mentre stai scendendo le scale, ha saputo mettere insieme un
cast di personalità che se non fossero reali, sembrerebbero usciti dalla mente
di uno sceneggiatore particolarmente in forma.

Due dei miei preferiti, si esibiscono nel saluto ufficiale della Bara Volante.

L’assoluta solidità di Scottie Pippen, la filosofia Zen
di Coach Jackson, il genio e la follia di Dennis Rodman, personaggi da film che
per me sono stati esempi positivi (sì, anche Rodman!) che mi hanno spinto a
migliorare a livello fisico, cestistico e perché no, anche intellettuale, basta
dire che la mia passione per i Pearl Jam la devo al Verme che, per altro,
compare anche sulla copertina di uno dei loro dischi, oltre che sul palco di
molte loro esibizioni a Chicago. Infatti, mi è sembrata una perfetta quadratura
del cerchio sentire la loro “Presente tense” come colonna sonora dell’emotivo
finale.

Ma se vogliamo parlare di cinema, allora bisogna tenere
ancora una volta gli occhi addosso a quel signore con il 23, lui che il cinema
lo ha fatto per davvero sul campo e fuoriLeBron… Tanti auguri per “Space Jam 2”, ma proprio tanti.

“Oh oh, mi è semblato di vedele un LeBlon!”

La morte di papà James Jordan è il lutto formativo, come per Peter Parker e Bruce Wayne. Il ritiro, l’abbandono della responsabilità e il ritorno («I’m Back») con tanto di nuovo costume (numero 45). Gli episodi sette e otto di “The Last Dance” sono il cammino dell’eroe e la genesi del mio supereroe preferito di sempre. Trovo significativo che sia proprio il “mio” Bill Wennington a citare le parole di MJ: «Aggrappati al mio mantello e tieniti forte». Un supereroe, ecco come appariva Jordan, gli mancava solo il tema di John Williams in sottofondo, ma anche quello di “Space Jam” era perfetto come colonna sonora.

Il ritorno dell’eroe (con il suo nuovo costume numero 45)

Se mai ho avuto in vita mia qualcuno che potrei definire
un eroe, insieme a Carpenter e Eastwood metteteci pure MJ. Il suo talento va
oltre la notevole capacità (ampiamente dimostrata) di potersi librare in aria restando
sospeso lassù per un tempo assurdamente lungo, la vera forza di MJ è stata
quella di essere un esempio positivo, qualcuno che ha saputo unificare e
caricarsi sulle spalle, la passione mondiale per la pallacanestro, in un
momento in cui una grande fetta del mondo stava scoprendo questo giochino.

Prima c’erano Larry e Magic, poi è arrivato MJ con le sue
scarpe, la divisa stilosa, la lingua fuori ad ogni azione a farsi portavoce del
gioco, rendendo la pallacanestro anche un fenomeno di costume fuori dal campo,
per questo i Bulls sono stati la più grande squadra di basket del mondo e il
loro “ultimo tango”, non poteva che essere meglio di tante sceneggiature
cinematografiche.
Questo viaggio indietro nel tempo, ma anche nei miei
ricordi, mi ha riportato al senso di ineluttabilità di un’epoca cestistica (ma
non solo) che stava per terminare, destinato a concludersi a Salt Lake city,
con quella Gara 6 e quei venti secondi che hanno cambiato il gioco per sempre,
in cui la celebrazione e il culto per l’uomo (uomo? Siamo sicuri?) chiamato
Michael Jordan si sono completati. Quelli che Federico Buffa ha definito “un
invito all’ateismo” e che Flavio Tranquillo ha sottolineato invocando MJ a
pieni polmoni.

Può essere l’ultima azione della sua carriera NBA, arresto tiro… Jordan! JORDAN! Michael Jeffrey Jooooordan! (cit.)

Le differenze? La prima volta ho visto Gara 6 erano circa
le quattro del mattino, avevo quindici anni e ho dovuto esultare in silenzio
per non svegliare tutti. Oggi con “The Last Dance” sono tornato sul lago salato
con le stesse emozioni, più vecchio, ma sempre con la maglia rossa dei Bulls
addosso. Alla mia Wing-Woman, consapevole del pazzo che ha in giro per casa, che mi ha (giustamente) chiesto che roba mi fossi
messo addosso, ho risposto che stavo portando avanti una tradizione vecchia di
ventidue anni (storia vera).

“Più le cose cambiano più restano le stesse” (Cit.)

Non vorrei esagerare definendo “The Last Dance” il più
importante audiovisivo della storia della razza umana (ok, forse ho un po’
esagerato) ma so di non esagerare quando affermo che in dieci episodi ho ritrovato
quintali di vecchie emozioni, ora che ho l’età di MJ al suo ritiro (il secondo), ho viaggiato indietro nel tempo, forse anche per
mettere la parola fine ad un periodo che ha contribuito a formarmi, non avrei
potuto chiedere di più da questa serie e da un’attesa durata ventidue anni.


Anzi, forse, una cosa potrei chiederla: un episodio, almeno
uno, dedicato a quelle ottanta ore di libera uscita di Dennis Rodman a Las
Vegas, con Carmen Electra che corre a nascondersi nuda sotto il piumone e MJ
che come il fratello maggiore serio, torna a ripescare il Verme per riportarlo
ai suoi doveri cestistici, posso suggerire il titolo dell’episodio Spin-off? “The
Last Drunk”, anche quello sarebbe più visto di “La casa di carta”.

“Dennis mi stai ascoltando? Ti vedo distratto”, “Scusa Coach, stavo pensando a Carmen Electra”
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