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The last of us – Stagione 1 (2023): in viaggio dai videogiochi al piccolo schermo

Mi conoscete, sono l’ultimo di noi a non giocare ai
videogiochi. Tutto quello che conosco su “The Last of us” me lo ha raccontato, in tempi non sospetti e in modo appassionato Sergio, che tutti voi conoscete benissimo,
perché è un terzo dei Tre Caballeros. L’uomo migliore a cui affidare il compito
di portare su questa Bara l’adattamento HBO del videogioco. Quindi vi lascio
nelle capaci mani di “The voice” Sergio, l’unico che può salvarvi da spore,
muffe e funghi.

Chiedere al sottoscritto di essere obiettivo su “The last of us” è come chiedere a Ricky Martin di entrare nella villa di Hugh Hefner e fare strage di conigliette.

Ho scoperto il videogioco tardi rispetto al suo anno di uscita, ma l’ho giocato comunque parecchio e come molti sono rimasto conquistato dalla storia, dai personaggi e dal perfetto equilibrio tra intrattenimento, realismo e contenuto. Ancora oggi presso riviste di settore e siti specializzati “The last of us” è considerato un capolavoro dell’intrattenimento videoludico. Titolo che si è certamente meritato. Stimando così tanto il gioco è davvero difficile valutare la serie tv senza pensare al videogame, tanto più che tra gli autori della trasposizione c’è proprio lo stesso Neil Druckmann che ha partorito l’universo di “The last of us”. Insomma, i presupposti per una grandissima serie c’erano tutti, soprattutto se pensiamo che dietro a questa produzione c’è la HBO, canale che negli anni ha sfornato diversa roba interessante. Per molti, il fatto che al timone ci sia lo stesso autore del gioco (insieme a Craig Mazin, già creatore del bellissimo Chernobyl) è una delle ragioni per cui questa serie sarebbe una delle migliori trasposizioni di un videogame mai viste finora. Facile essere d’accordo, soprattutto quando le riduzioni valide si contano sulle dita di una mano.

Zio Neil, qui ritratto mentre se la tira tantissimo.

Trama: nel 2003 scoppia una terribile pandemia causata dalla mutazione di un fungo (cordyceps). Chi viene infettato si trasforma in un “brutto coso” affamato di carne, soprattutto umana. Il contagio può avvenire inalando le spore prodotte dal fungo o venendo morsi da uno dei “brutti cosi” infetti. Nell’arco di pochissimo tempo la razza umana viene decimata, la civiltà crolla miseramente e si creano gruppi più o meno organizzati che lottano tra loro per accaparrarsi le poche risorse rimaste. 20 anni dopo l’inizio della pandemia, Joel Miller (un Pedro Pascal azzeccato per la parte), vivacchia gestendo traffici illeciti nella zona di quarantena di Boston, governata da una dittatura militare. L’occasione per andarsene insieme all’amata Tess (Anna Torv) si presenta quando le Luci, ribelli che lottano per ristabilire la democrazia, propongono a Joel di scortare fuori dalla zona di quarantena Ellie (Bella Ramsey), una ragazzina di 14 anni. L’obiettivo è consegnarla a un gruppo armato di Luci, che in seguito porteranno Ellie presso un avamposto a ovest. Ben presto Joel e Tess scoprono che l’interesse delle Luci nei confronti di Ellie è dovuto al fatto che la ragazza è immune al cordyceps. Sottoporla a esami medici avanzati potrebbe consentire alle Luci di sviluppare una cura per l’umanità.

Un clicker che ha appena messo un piede su un pezzo di Lego.

Quella di The last of us è una storia che ha attinto parecchio da altre opere (anche cinematografiche). Le influenze sono abbastanza evidenti: alcune caratteristiche “zombesche” degli infetti ricordano i film di George A. Romero, con cui Druckmann condivide anche la volontà di utilizzare un canovaccio di genere per riflettere sulla natura umana e criticare istituzioni e potere costituito. Joel – uomo burbero e individualista, che ha scelto di nascondere quella poca umanità che gli è rimasta sotto a strati di cinismo – sembra il lontano parente di tanti antieroi visti in innumerevoli film, dal Mel Gibson di Mad Max, al Clint Eastwood di Per un pugno di dollari, passando per tanti “duri dal cuore tenero-ma-anche-no” interpretati da Humphrey Bogart, ovviamente in forme e declinazioni diverse. Joel è il classico protagonista che non sorprenderebbe nemmeno ritrovare in un ipotetico film diretto da John Carpenter. C’è poi un’altra influenza che ho sempre ritenuto fondamentale: i film di Spielberg. Oltre all’azione violenta che si alterna a momenti sentimentali molto teneri, altri indizi rivelano la passione di Druckmann per il regista di Cincinnati. Non ultimo, il tipo di suspense che si crea nelle scene con gli infetti, una tensione che ricorda molto da vicino sequenze spielberghiane come quella dei velociraptor nella cucina in Jurassic Park o quella degli alieni nello scantinato presente ne “La guerra dei mondi”. Se poi pensiamo che Druckmann è tra i creatori della serie di Uncharted, ovvero il prodotto più “alla Indiana Jones” a ovest di Indiana Jones, il cerchio si chiude. Lo stesso autore ha dichiarato apertamente che durante lo sviluppo della storia aveva in testa i fumetti di Frank Miller e due romanzi di Cormac McCarthy: “La strada” e “Non è un paese per vecchi”, di cui aveva amato anche le versioni cinematografiche (buongustaio). Insomma, Neil Druckmann non ha mai avuto nemmeno la pretesa d’inventare nulla, ma ha sempre miscelato con molta sapienza ingredienti già preparati da altri.

No, non è Mazin che ha copiato da A quiet place, semmai è Krasinski che deve un paio di birre a Druckmann (gli ha rubato pure la barba)

Diciamolo chiaramente, “The last of us” è una bella serie, con diversi momenti tesi, esaltanti e commoventi. Ma visti i precedenti forse era lecito aspettarsi anche qualcosa di più. Partiamo proprio dai difetti: la messa in scena. Fin dalle origini il marchio di fabbrica di “The last of us” è sempre stato il realismo. Nel videogame la ricerca ossessiva della verosimiglianza e della credibilità permeavano tutto, dalle dinamiche di causa-effetto alle scenografie, dalle scelte dei personaggi all’azione. Nella serie è chiaro che questo obiettivo è rimasto invariato, ma i risultati sono spesso altalenanti. Guardando le ambientazioni a volte si ha l’impressione di “vedere il set”, di scorgere l’artificio. Il fatto che in “The last of us” la civiltà sia andata in malora e chi vive in questo mondo debba arrangiarsi alla bene meglio per imbastire pareti, cancelli e strutture varie giustifica in parte il fatto che molti artefatti sembrino improvvisati. Ma anche premettendo questo, la messa in scena non sembra del tutto convincente. Sarebbe facile dire che nel videogioco il lavoro fatto sulle scenografie era nettamente superiore (ma quanto tempo hanno avuto gli sviluppatori per realizzare quelle ambientazioni al computer? Quale budget? E la troupe della serie invece quanti e quali mezzi ha avuto a disposizione?). Limitiamoci a dire che forse alcune scenografie potevano bucare di più lo schermo.

Nella serie gli ambienti sono un po’ meglio di così, ma non tanto meglio.

Discorso simile per la fotografia. Mentre sull’illuminazione degli interni c’è ben poco da recriminare, nelle scene diurne in esterno molte volte la luce è tanta da non rende giustizia all’atmosfera cupa e disperata di questa storia. L’uso quasi costante della telecamera a spalla poi non giova al risultato complessivo. Tutti problemi del resto talmente diffusi nelle produzioni contemporanee che ormai il pubblico sembra non accorgersene nemmeno più. Per dirla con Brian De Palma “ad oggi la narrazione visiva è volata fuori dalla finestra”. Forse le ragioni di una messa in scena non del tutto all’altezza sono da ricercare nel budget. Da un lato è vero che parliamo di una delle serie più costose di sempre, con una media di circa 11 milioni a puntata. Altrettanto vero che in un film hollywoodiano di livello medio alto, ogni ora di prodotto finito viene a costare almeno il doppio (spesso anche tre o quattro volte tanto). C’è anche da notare poi che altre serie meno costose sono riuscite a mascherare i limiti produttivi meglio di come abbiano fatto Mazin e soci.

Pasta del contadino Gennarino. L’amore per il tuo bohbòh (cit.)

Parliamo delle scene d’azione. Uno dei talenti che Druckmann ha sempre dimostrato è nell’uso sapiente dell’azione, spesso utilizzata per raccontare la storia e farci affezionare ai personaggi. Inutile lamentarsi del fatto che tante delle sparatorie del gioco non sono presenti nella trasposizione: videogiochi e serie tv hanno scopi e necessità diverse. Ma è comunque un peccato vedere come i momenti più concitati siano tutto sommato pochi e non sempre esaltanti. Soprattutto considerando che, al di là di tutti i discorsi che si possono fare sull’importanza dei personaggi e del ritratto commovente di un mondo che non esiste più, “The last of us” rimane pur sempre un horror d’azione. Di nuovo, la ragione è da cercare nei limiti di budget? Difficile dirlo. Va detto però che almeno un paio di sequenze di tensione funzionano benissimo: il primo incontro con i clicker nel museo e la sparatoria nei sobborghi di Kansas City appagano totalmente in termini di spettacolo. In particolare la scena nel museo restituisce in buona parte l’atmosfera che si respira nei momenti più spaventosi del videogame, soprattutto grazie a una regia che fa un bel salto di qualità. Il sonoro è usato in modo intelligente lasciando spazio ai versi degli infetti, al respiro dei protagonisti e ad un commento musicale quasi impercettibile. A differenza di quanto fatto nel corso della serie, la macchina da presa qui abbonda in dettagli: volti dei personaggi, piedi che si muovono cercando di fare meno rumore possibile. Se la cura nella gestione dei tempi e delle inquadrature fosse stata di questo livello anche nel resto della serie il risultato complessivo ne avrebbe sicuramente giovato.

Spiacenti, i soldi li abbiamo spesi tutti per questa scena (che infatti è fighissima)

Ma quindi la morale della favola è che il videogame è “bello e buono” e la serie è “brutta e cattiva”? Assolutamente no. Di alcuni pregi dello show ho già detto. Per il resto, la scrittura nel complesso è solida, anche quando compie delle modifiche rispetto al testo di partenza. Non ci sono forzature significative o errori clamorosi, fatto salvo qualche inciampo qua e là… Bill che ingaggia una sparatoria restando in mezzo a una strada priva di ripari è qualcosa che un personaggio così scafato non farebbe mai, l’idea degli infetti “collegati” tra loro tramite le radici è sensata, ma dopo essere stata introdotta nell’episodio 2 viene accantonata del tutto. A parte questi particolari comunque trascurabili, la scrittura rimane molto buona e in alcuni casi le modifiche allo script originale risultano addirittura più sensate (SPOILER: ad esempio nell’episodio 8, prima di abbandonare momentaneamente Joel, Ellie gli lascia un coltello per difendersi Fine SPOILER). Senza parlare della scena delle fragole nel famigerato episodio 3, non presente nel gioco, ma di sicuro impatto emotivo. A dimostrare che in testa all’operazione ci sono comunque un paio di artisti che il loro lavoro lo sanno fare piuttosto bene, ieri come oggi. Condisce il tutto l’ottima colonna sonora, che mescola alcuni dei migliori brani composti per il videogame da Gustavo Santaolalla a quelli di vari artisti, da Max Richter a Hank Williams, passando per Depeche Mode e Pearl Jam.

Al tramonto della specie umana, guardarsi indietro ripensando a tutto quello che è andato perso.

Per ultimo, gli attori. Lo confesso, nel ruolo di Joel volevo Nikolaj Coster-Waldau, perfetto per fisionomia ed età. La scelta di Pascal ha scandalizzato metà del fandom, ma nonostante la parziale delusione di non vedere quel mattacchione di Jamie Lannister nei panni di Joel, ero consapevole del talento dell’attore cileno e sono rimasto in attesa di vedere cosa ci avrebbe regalato. Parzialmente rimaneggiato da Mazin e Druckmann, il Joel Miller di Pedro Pascal rivela a tratti una sensibilità e fragilità superiori a quelle del personaggio originario. Di suo, l’attore adotta il piglio giusto e convince. Discorso simile per Bella Ramsey. Trovo sempre divertente come l’attesa di un nuovo film o una nuova serie provochi più dibattito (e polemiche… e pubblicità gratuita) di quanto ce ne sia una volta che il prodotto diventa pubblico. “The last of us” non ha fatto eccezione: prima dell’uscita per mesi e mesi metà del webbe era invaso da commenti del tipo “cHe BrUtTa La RmSy nn S0mIgL x NnT a ElLiE” seguiti dai canonici “nO boDiScIeImIng111!”, “6 tU ke 6 bUoNisT!11”, “bUoNisT l0 vAi A d1Re a TuA SoRlLa, n€Gr0!!1” e così via fino all’uscita della serie. Giuro, in quel periodo trovare sui social commenti che non riguardassero l’aspetto fisico di Bella Ramsey era diventato pressoché impossibile. Sì, viviamo in un mondo bellissimo. Un po’ ripetitivo, ma bellissimo (anche più di Bella Ramsey). Al pari del suo collega, l’attrice ha comunque dimostrato che se le capacità ci sono, la somiglianza fisica conta poco. Al massimo, a parità di talento, può essere un gradito elemento in più a favore della performance, una ciliegina su una torta che però deve essere buona di suo, altrimenti hai solo un’attrice che sembra una bella (Ramsey) ciliegina, ma che ti offre solo una grossa torta piena di pupù. Metafore culinarie a parte, Ramsey fa quello che deve fare: capisce il personaggio, assorbe la parlata e i modi strafottenti della sua controparte virtuale e porta sullo schermo una Ellie Williams credibile. Piccola postilla: lo stesso Druckmann ha sempre dichiarato che nella sua testa Ellie non doveva essere una bella strappona adolescente, ma piuttosto una ragazza dai tratti comuni. Quindi cari fan smemorini, statece.

«A chi hai detto brutta, scusa?»

Gabriel Luna peccato sia in scena poco, perché fin dal primo episodio si presenta come un Tommy inquietantemente ottimo, per presenza, modo di fare e perfino timbro vocale, a dispetto del cambio di etnia. Di Nick Offerman abbiamo in parte già detto: bravo lui, la somiglianza con il personaggio ci sarebbe anche, peccato che a tratti sia proprio la scrittura del ruolo a non essere impeccabile. Evito di parlare delle polemiche nate dopo l’episodio 3, perché meriterebbero una sfilza di riflessioni troppo lunghe e complesse. Mi limito a dire che il capitolo l’ho trovato buono e con un paio d’idee anche valide, peccato solo non aver visto Bill combattere insieme a Joel e Ellie in quella che è una delle parti più squisitamente cinematografiche del videogame, ma come si suol dire non si può fare una frittata di serie tv senza rompere qualche clicker. Insomma, il prodotto è valido, magari perfettibile, ma parliamo comunque di una buona serie. Resta da capire quanto potrebbe piacere a chi non conosce il gioco e a chi in vita sua ha visto 374.899 horror di fantascienza e magari è alla ricerca di qualcosa di totalmente nuovo. Un’occhiata la merita comunque, anche solo per poter dire che in quanto ad avvenenza Bella Ramsey is the new Adam Driver.

It’s a hopeless situation, and I’m starting to believe (cit.)
(ovvero il parere estemporaneo non richiesto e rafforzativo di Cassidy)

Da profano assoluto, con ben zero minuti di gioco sul conta
chilometri, avevo un solo dubbio riguardo ad un videogioco che pescando dal
cinema e dai nomi giusti è arrivato a fare un giro completo, per tornare sul
piccolo schermo sotto forma di “Survival Horror”: venendo a mancare la
componente interattiva, mani sul joypad, sarebbe stata ancora una storia
interessante o solo la copia di mille riassunti, come cantava quello?

«Mi fai quasi rimpiangere Grogu, almeno lui non parla a mitraglietta»

“The last of us” recupera molto dello spirito dei
Camminamorti, però quelli originali a fumetti di Robert Kirkman (un altro che
ha studiato i Maestri), guardandola è chiaro che alcune scene nel gioco fossero
momenti importanti, che nel passaggio al piccolo schermo non potevano mancare,
come la soggettiva alla guida durante il disastro, oppure la scena nel museo.
Inevitabilmente viene sacrificato nel passaggio ad HBO un modo di narrare che
mi piace, ovvero sviluppando la storia con l’azione, che è ben più naturale
fare con un videogioco piuttosto che con una serie tv. Eppure Neil l’ubriaco alza
il piede dall’acceleratore per nobili motivi, dubito fortemente che nel gioco
ci fosse una missione dove devi innamorarti di un barbuto con la camicia di
flanella a quadrettoni e passarci una vita insieme, eppure il terzo episodio (“Long,
Long Time”) è il ponte tra i due mondi, perché approfondisce i personaggi del
gioco, ma lo fa con una puntata anomala, che rallenta il ritmo come faceva l’episodio
del russo nei Soprano, quindi sempre in zona HBO.

Detto questo, non guarderò mai più i funghi di Super Mario
con gli stessi occhi, anche perché “The last of us” è ben più di un “The
Mandalorian senza elmo” anche se “Papi Pedro” è il babysitter cazzuto ufficiale
di tutti i prescelti dell’immaginario. Io invece ringrazio due volte Sergio (detto anche “Molotov”), perché non solo mi sono goduto doppiamente la serie grazie alla sua passione per il videogioco, ma è stato così gentile da scriverne, il vero Joel Miller della situazione.

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