
Stephen King, Stephen King a perdita d’occhio. Abbiamo appena festeggiato il compleanno di zio Stevie, a stretto giro avremmo un altro compleanno Kinghiano e nel mezzo, tre nuovi adattamenti Kinghiani, anche se due sono tratti da Richard Bachman, non formalizziamoci.
Il primo, “The long walk” uscito qualche giorno fa negli Stati Uniti e ancora – al momento in cui scrivo – senza una data di uscita nostrana, anche se sono sicuro sia solo questione di tempo. A novembre ci attende “Running man” nella versione di Edgard Wright e nel mezzo, secondo voi, il Mick Garris 2.0, ovvero Mike Flanagan, poteva restare con le mani in mano?
Con la fine della sua collaborazione con Netflix, coincisa con La caduta della casa degli Usher, Flanagan ritorno a sfornare un film per il grande schermo e lo fa da dove si era fermato, un adattamento kinghiano che pesca dalla moderna produzione di King, una scelta non scontata, perché ormai la bibliografia dello scrittore del Maine è stata così tanto battuta al tappeto, che molte delle sue storie, sono già al secondo adattamento, quindi anche in questo Flanagan si distingue scegliendo le primizie.

Nello specifico il racconto omonimo pubblicato nella raccolta del 2020 intitolata “Se scorre il sangue”, una delle storie più particolari del volume, la vita di Charles “Chuck” Krantz, raccontata in tre capitoli, che però procedono a ritroso, dalla morte all’infanzia.
Va detto che a livello di adattamento “The life of Chuck” è un film competente nel ricalcare la trama del racconto, infatti si inizia con l’episodio “Grazie Chuck”, in cui la città viene tappezzata da enormi manifesti in cui il sorridente Chuck (Tom Hiddleston) compare celebrato con la frase “39 incredibili anni. Grazie Chuck”. Nessuno sembra conoscere l’uomo, ma ci sono problemi più grossi, internet è andato (e con esso PornHub come si lamenta il protagonista di Last night with the devil in un’apparizione) e il globo e massacrato da disastri climatici, in un breve “spolliciamento” televisivo, Flanagan ci mostra diversi telegiornali dal mondo, tutti pronti a riportare le stesse notizie, compreso uno in italiano (o presunto tale, la pronuncia è molto sospetta) che riporta Livorno sommersa dalle acque. Questo fa di “The Life of Chuck” il film preferito dei pisani.

In tutto questo, prosegue la vita del professore Chiwetel Ejiofor, impegnato a cercare di tenere i contatti umani con l’ex moglie fatta a forma dell’infermiera Karen Gillan, purtroppo in striscia negativa aperta, visto che ultimamente non riesce più a salvare una vita nemmeno per sbaglio.
Mike Flanagan ormai lo sapete, è anche sinonimo di dialoghi lunghi, ben cesellati e recitati da un cast che ormai è una “factory” di attrici e attori che si allarga sempre di più, non vorrei scomodare Wes Anderson, ma ad ogni nuova produzione, Flanagan aggiunge nomi oltre a quelli che di norma già si porta dietro, molti dei quali con tradizione, ad esempio la terrorizzata apparizione di Matthew Lillard per non parlare di quella di Mark Hamill, nell’ultimo capitolo (o il primo? Vabbè avete capito) del film, che forse è anche l’unico personaggio canonicamente horror, visto che ha sulle spalle un paio di entrate in scena, non proprio in odore di “Salto paura” (o “Jump scare”) ma quasi.

Nel secondo capitolo, un adulto Chuck si lascia trascinare dal ritmo di una batteria per strada, sfoggiando un talento innato di ballerino, il trionfo della vita, prima della lunga porzione dedicata alla malattia del personaggio. Mentre l’ultimo atto, fa fare alla storia un ulteriore salto indietro nel tempo, con il piccolo Chuck, l’origine del suo talento di ballerino, quello che lo porterà a conquistare la bella del corso di ballo e a beh, inventare il moonwalk, robetta.

Il racconto originale di zio Stephen King è complicato, una di quelle storie che il Re sa bene come fa funzionar su carta grazie alla sua maestria, ma senza un adattamento vero, potrebbe risultare più asettica. Flanagan è bravo a dare valore e spessore ai momenti chiave, ma un balletto improvvisato per strada, o il corso di ballo da bambino, dovrebbero essere quel colore da aggiungere ad una trama in grado di strutturare i personaggi già da sola, dovrebbe essere un valore aggiunto, invece Flanagan il coinvolgimento lo ottiene con i dialoghi, e qui sta a voi: vi piacciono le ore di dialoghi fiume del nostro Mike? Godetevi questo viaggio a ritroso, altrimenti sappiatelo, non è questo il film che vi farà fare pace con il suo stile.
Però bisognerebbe avere il prosciutto sugli occhi per non notarlo, la continuità tematica di Flanagan è soffocante, raramente in giro troverete un regista più ossessionato dalla morte di lui, la sua filmografia è una continua riflessione sulla meta finale di tutti quanti noi, solo che con “The life of Chuck” questa volta il regista è riuscito a fare un ulteriore passo di lato rispetto all’etichetta di regista Horror e basta, perché è impossibile poter parlare della morte, senza inevitabilmente parlare anche della vita.

Alla fine “The life of Chuck” parla di questo, è chiaro fin dal titolo, il tema, il modo anche estremamente sensibile di trattare la malattia è ovviamente centrale, ma il film riesce ad essere un inno alla vita, applicato ad uno di quei racconti che King riesce a rendere magnetici – per quanto strambi – sulla carta e che è molto, ma molto difficile adattare per il grande schermo.
Risultato finale, difficile consigliare questo film a tutti, è complicato da etichettare come Horror e anche chi sarà attratto dal nome Stephen King, potrebbe restare spiazzato, di sicuro è un titolo perfettamente coerente nella filmografia di cui fa parte, quindi, 39 incredibili adattamenti. Grazie Mike! Speriamo vadano bene anche i prossimi, visto che riguardano una certa Torre nel Medio-mondo.


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