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The Lighthouse (2019): la condizione in cui mi trovo è proprio fuori dal tempo

Riguardo al nuovo film di Robert Eggers, vi elencheranno un
sacco di caratteristiche più o meno negative a seconda dei vostri gusti
personali. Vi parleranno di un film ermetico, volutamente anti spettacolare, ma
da parte mia l’unico vero difetto è un altro: Ogni volta che leggo il titolo
del film, mi viene in mente quello sfigatissimo gruppo chiamato Lighthouse
Family, che con la loro High ci ha
ammorbato per mezza estate circa un secolo fa, prima di diventare la musica di una
pubblicità del gelato.

Se non avete mai sentito parlare dei Lighthouse Family
(consideratevi fortunati) bontà vostra, vuol dire che siete schifosamente
giovani, ma se citando questo gruppo vi sembro un po’ datato e fuori dal tempo,
è solo perché lo sono. Ma mai quanto Robert Eggers, lui da questo punto di
vista gioca proprio in un altro campionato.

Robert Eggers è della mia leva, classe 1983, solo che ho il
dubbio che abbia mentito sulla sua età, secondo me è nato nel 1883, perché già
con il suo bellissimo The VVitch
aveva dimostrato un certo gusto per un cinema fuori dal tempo, sia per
ambientazione che scelta della messa in scena. Ma se la fotografia con luce
naturale di The VVitch vi sembrava
una trovata ricercata, con “The Lighthouse” Roberto Uovatore ha alzato ulteriormente
l’asticella.

“Buongiorno, abbiamo letto l’annuncio. Il posto da guardiano del faro è ancora disponibile?”

110 minuti di durata, per una pellicola in 35mm tutta in un
bianco e nero implacabile. Un totale di quattro attori – di cui due, sullo
schermo per pochissimi minuti –, impegnati a recitare dialoghi spesso delirante,
ma quasi tutti in strettissimo accento marinaresco. Per non parlare del formato,
l’ultima moda tra i registi indipendenti di Horror è quella di recuperare il
vecchio 4:3, come ha fatto ad esempio Jennifer Kent per il suo The NightingaleEggers invece cosa fa? Opta
per un 1,19:1 che con le sue bande nere laterali, rende lo schermo quasi
quadrato. Insomma se non siamo nel campo della sperimentazione pura, poco ci
manca, perché Eggers sembra avere come modello di riferimento per il suo
cinema, l’espressionismo tedesco e i classici come “Il gabinetto del dottor
Caligari” (1920) oppure il “Nosferatu” di Murnau, di cui per altro, proprio
Eggers era in lizza tra i registi per un possibile remake (storia vera).

La narrazione ermetica che procede per simbolismi di “The Lighthouse”, fa di questa pellicola un film fuori dal tempo, quasi pensato per terrorizzare
tutti quelli che intendono il cinema come una cosettina leggera con cui passare
un paio d’ore in allegria. Sarà per questo che il film non ha ancora una data
ufficiale per la distribuzione nelle sale in uno strambo Paese a forma di
scarpa? Forse, di sicuro il doppiaggio è stato completato (storia vera), anche se il
consiglio è quello di godervi i deliri di Willem Dafoe in lingua originale. Se siete tra quelli che amano i premi cinematografici, il vecchio Da-Fooooooe
(cit.) se ne meriterebbe proprio uno per questa sua prova quasi da folle Capitano
Achab.

Se volete spaventare i mostri sotto il letto, voi urlategli fortissimo: Willem Dafoe!

Verso la fine dell’Ottocento, da qualche parte al largo
delle coste del New England, il vecchio e burbero marinaio Thomas Wake (Willem
Dafoe) raggiunge il faro di cui dovrà diventare il guardiano, insieme al suo
sottoposto, il giovane Ephraim Winslow (Robert Pattinson). Quattro settimane di
isolamento da passare a vedersela con i gabbiani, con il nuovo arrivato
costretto dal vecchio lupo di mare a tutti i lavori più umili e schifosi, di
giorno, perché la notte invece, si beve e ci si ubriaca come scimmie sul ponte di una
nave pirata. Troppa acqua può far impazzire un uomo, quindi bisogna
bilanciare con l’alcool, la vecchia scusa di tutti quelli che vengono sorpresi
dalla moglie assonnata e in vestaglia, quando cercano di infilare (da tre ore) la chiave
nella toppa della porta di casa senza successo.

L’acqua fa ruggine, il vino fa cantare.

“The Lighthouse” è un film quasi anti commerciale,
largamente ispirato a topos letterali chiari, un po’ Edgar Allan Poe ma soprattutto
parecchio H.P. Lovecraft. La luce del faro ha un valore simbolico che diventa
più chiaro quando uno dei due protagonisti rivelerà il suo segreto, non voglio
rovinarvi la sorpresa, perché pur avendo tutto per spingere lo spettatore
lontano, il film di Robert Eggers riesce ad essere comunque piuttosto ipnotico.

Nell’esprimere apprezzamento per un film come questo, si rischia
di fare la figura del professor Riccardelli, quello che costringeva Fantozzi a
subirsi “La corazzata Potëmkin” (1925), perché con il suo bianco e nero in
stile film di Béla Tarr, il pericolo è quello di passare per forza per quei cinefili
laureati al DAMS, che hanno visto tre film in vita loro ma se la tirano come se li
conoscessero tutti. Eppure Roberto Uovatore ha un gusto per l’Horror piuttosto
spiccato, le storie di Lovecraft parlano spesso di personaggi che raggiungono
il limite (della loro sanità mentale) per poi varcarlo nel modo più drammatico
possibile. “The Lighthouse” tra tentacoli e creature marine ci riporta subito
tra le atmosfere di Providence, se
mai Eggers volesse cimentarsi con l’adattamento di un romanzo di Lovecraft, penso
che per il regista sarebbe un po’ come un invito a correre per una gazzella.

Vi ricordate del mitico Steven Seagull? Bene, è tornato!

L’incontro (ma forse dovrei dire lo scontro) tra i due
protagonisti, da vita ad un universo onirico, con contorni che diventano sempre
più sinistri con il passare dei minuti, e se in Lovecraft l’elemento sessuale è
sempre un sotto testo strisciante sullo sfondo, qui Eggers fa lo stesso
mescolando la schiuma del mare ai fluidi corporei dei personaggi, senza tirar
via la mano, perché tra sangue, vomito e roba varia, il film non risparmia niente. Anche se da spettatore, già sai che questa storia finirà in tragedia, proprio come in un racconto di
Lovecraft, ad attirare non è cosa viene raccontato, ma come.

Se Willem Dafoe regala una prestazione spaventosa (in tutti
i sensi possibili di questa parola), Robert Pattinson non è certo da meno, ancora
una volta conferma la sua propensione verso il cinema indipendente, ma anche ben
poca paura nello sporcarsi le mani, mostrandosi in scena in modo credibile, anche in momenti che altri attori non farebbero recitare nemmeno alla loro
controfigura. Mica male per uno che ha iniziato con gli sbrilluccichii degli innocui
vampirelli di Stephenie Meyer.

“Hai svuotato il mio pitale?”, “Siamo sicuri non ci siano altri libri di Twlight da portare al cinema vero!?”

Vogliamo dire qualcosa sulla criptica trama senza rovinare
la visione a nessuno? Ci provo anche se potrebbe risultare un’impresa, occhio agli SPOILER (vaghi) Robert
Eggers dopo The VVitch conferma la
sua passione per il folclore americano ma punta anche a modelli più alti, quasi
un’interpretazione del mito di Prometeo, però preso e trascinato per i capelli
tra le pagine di un racconto di Lovecraft. La svolta chiave sono i nomi dei
personaggi che rivelano la natura ciclica della storia, inoltre l’idea che mi
sono fatto guardando il film, è che Eggers abbia voluto raccontarci una lunga
discesa nella follia, pescando a piene mani da altre opere d’arte, ci sono
almeno un paio di scene (compresa quella finale, molto potente) che ricordano dipinti
piuttosto famosi, tipo alcune opere di Jean Delville (Un enorme grazie a Elfoscuro per avermi tolto il dubbio artistico!).

FINE SPOILER (ve lo avevo promesso che sarei rimasto sul vago).
Resta il fatto che Roberto Uovatore si conferma uno dei
talenti più disallineati in circolazione, “The Lighthouse” è un’opera che tende
al caos, ma girata con un rigore impeccabile, ed anche un notevole gusto per le
atmosfere Horror. Nel cinema contemporaneo americano, tantissimi registi
guardano al passato, spingendosi al massimo fino agli anni ’80, Eggers che secondo
le dichiarazioni ufficiali, è nato proprio nel decennio dei pantaloni a vita
alta, fa un cinema fuori dal tempo, che sembra arrivare da un’altra epoca. I
Bluvertigo mi piacevano anche meno dei Lighthouse Family, però la condizione
in cui si trova il cinema di Roberto Uovatore, è proprio fuori dal tempo,
passatemi la mezza citazione.

“I’m a lumberjack lighthouse keeper and I’m OK, I sleep drink all night and I work all day” (quasi-cit.)

Anche se i lunghi e spesso deliranti dialoghi di “The
Lighthouse” sono una delle sue caratteristiche principali, per assurdo questo
film avrebbe potuto funzionare alla grande anche come film muto, d’altra parte
le musiche di Mark Korven sono sinistre al punto giusto, mentre la regia di Eggers
sembra quella di uno che si è abituato a raccontare per immagini, senza dover
per forza contare sul sonoro, anche perché quando è nato lui i film erano tutti
muti. Ve lo dico io, il ragazzo mente sulla sua data di nascita! Anche perché
dai, io mi ricordo dei Lighthouse Family, mentre lui sembra cresciuto a pane
e Murnau, non possiamo essere coetanei!

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