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The Long Walk (2025): l’umanità si consuma un passo alla volta

Le regole non scritte, ma anche quelle scritte, sostengono che un buon recensore non dovrebbe mai iniziare un pezzo con un aneddoto personale, ma quelli bravi dicono anche “Scrivi di quello che conosci” e per dirvi del mio rapporto con il romanzo originale di Richard Bachman (pseudonimo di Stephen King) devo riportarvi al 2002.

Ho 18 anni, sto finendo un corso post diploma che ha come “premio” l’assunzione, ma il datore di lavoro per star tranquillo vuole che tutti i ragazzi abbiano già sbrigato la questione leva militare, che di lì a poco, in uno strambo Paese a forma di scarpa sarebbe stata sospesa, mi sono beccato anche gli ultimi scaglioni, che culo eh?

Quindi mi ritrovo all’ospedale militare, tre giorni di tempo perso che nessuno mi restituirà mai, con i capelli lunghi e la mia maglia metallara sono proprio il soggetto ideale per andare a servire il mio Paese. La mia mente salta fuori dall’ideale finestra con cui si evada dalla realtà, se non riesco a finire di leggere quella palla mostruosa di “La casa del buio” di Stephen King e Peter Straub in questa situazione, non lo finirò mai, infatti supero agile il pantano delle prime duecento pagine dove ero sprofondato perché se anche il libro è scarso, comunque meglio di dove mi trovo. Passa talmente tanto tempo d’attesa che finisco quella storia senza capo ne coda e passo al secondo libro, quello più piccino che mi ero portato pensando, tanto non starò così tanto da leggere due libri, no? Ecco, avete già capito che il secondo era “La lunga marcia” di Richard Bachman ovvero King.

Come ho passato tre giorni di visita militare, svolgimento…

Questo è buono, questo è incredibilmente buono, non so a che punto sono ma qualcosa mi tira fuori dal libro, sono due tamarri (oggi li chiamerebbero maranza) che evidentemente non leggono King ma hanno deciso che il loro passatempo sarà un ragazzotto, capelli con la riga da una parte, camicia pulita dentro i pantaloni, classico campagnolo che sta combattendo con la macchinetta delle bibite e ha l’aria della vittima designata per quei due, che iniziano a stronzeggiare con il ragazzo di campagna. Sarà stata la faccia di chi viene disturbato durante la lettura di un bel libro, ma dico ai due di mollarlo, mi ignorano, mi alzo, ripeto di mollarlo, mi prendo qualche insulto ma i due mollano il loro nuovo giochino. Il ragazzo mi ringrazia, poi visto che sta ancora combattendo con la macchinetta che non riesce ad usare, infilo dentro la monetina mancante e questo mi ringrazia come se fossi il suo miglior amico, gli rispondo solo «Tranquillo», non è carino da dire, mi fa un po’ pena e mi solleva dall’idea che con il mio aspetto spettrale, il bersaglio avrei potuto essere io. Non proprio pensieri eroici, lo so.

Sarà stato leggere di un romanzo di ragazzi, più o meno della mia età (allora) costretti a prendere parte a qualcosa di assurdo imposto da un’autorità militare, ed inevitabilmente soggetti ad interazioni tra di loro, figlie della singola storia personale, con l’obbiettivo finale di, boh, servire la patria? Sta di fatto che questa (lunga) storia finisce all’alba del terzo giorno, io ormai l’ultimo in sala d’attesa, chiamato per la visita, che rispondo alzando scazzato lo sguardo dall’ultima pagina del libro: «Prima finisco la pagina e poi vengo» (storia vera) anche perché se avete letto il libro, sapete che il finale è un pelo concitato e coinvolgente.

Lettrici e lettori della Bara, all’inizio dei miei post, già stanchi dopo le mie premesse infinite ma ancora motivati.

King è stato adattato tante volte al cinema, alcuni suoi romanzi anche due volte, ma Bachman è stato esplorato poco, “La lunga marcia” è il primo adattamento, e ve lo dico subito, non è solo uno dei migliori kinghiani (o bachmaniani? Vabbè ci siamo capiti) che vi capiterà di vedere, ma anche uno dei migliori film dell’anno, il fatto che al momento in cui vi scrivo, con la seconda versione di un altro libro di Bachman in uscita, “The Long Walk” non abbia ancora una data di distribuzione italiana è assurdo, ho atteso tutta l’estate, convinto che sarebbe uscito per Halloween, presto sarà Natale e per ora, si parla di un generico febbraio 2026, per allora lo avranno già visto tutti. Un vero peccato perché era dai tempi di The Mist che un adattamento dello scrittore del Maine non mi esaltava e scavava dentro così tanto.

Già lo so che qualcuno su Infernet dirà che in questo film non fanno altro che parlare e camminare.

“La lunga marcia” ha tutto il brutale cinismo dello stile di Bachman, fornendo solo qualche indizio racconta un’ucronia in cui gli Stati Uniti hanno perso la Seconda Guerra Mondiale, quindi in questi anni ’70 paralleli, dove cento ragazzi alla volta, vengono scelti per marciare ad andatura costante circa trecento miglia, il vincitore riceverà un premio in denaro e un desiderio da esprimere, il tutto per mantenere alto lo spirito americano in quella che sarà una gara ad eliminazione, nel senso fisico del termine.

Credo che ci siano romanzi in grado di scavarti un solco dentro, “La lunga marcia” è uno di quelli, letto l’età giusta, come ora sapete anche voi è successo a me, fa decisamente parte di quella categoria, erano anni che si parlava di un adattamento, i primi registi scelti mi piacevano tutti più di quello che poi, il film lo ha diretto per davvero, va detto però che lo sceneggiatore JT Mollner ha fatto un lavoro solidissimo, se il romanzo ruotava tutto intorno al protagonista Raymond Garraty, il film diventa corale, la classica storia dove impari subito il nome dei personaggi, che non sono semplici manifestazioni dei loro tratti caratteristici, quindi ogni morte risulta dolorosa, perché un spreco di vite, tutte con del potenziale, anche le più disgraziate.

«Non ci credo, tutta questa strada e non siamo nemmeno a metà del post!»

Questo il cambiamento principale, una storia più corale, anzi, quasi un “Buddy movie”, la storia di una amicizia, che per quanto breve è reale, con Peter McVries il numero 23 (David Jonsson) protagonista tanto quanto Raymond Garraty il numero 47 (morto che parla, Cooper Hoffman). Altre differenze? Tutta la sottotrama sui genitori di Ray e il finale, quindi aspettativi di essere stupiti anche se avete letto il libro, ma aspettatevi anche una conclusione che rispetta totalmente lo spirito dell’opera, quindi da parte mia, sono totalmente soddisfatto. Unico difetto, la canzone country mielosa sui titoli di coda, ma arrivato a quella, avrei ricominciato la marcia subito, per quanto dolorosissima.

Le morti sono tremende, molte legate a quello che succede quando spingi il corpo umano al limite, alcune dolorose perché umilianti, inique e senza alcun senso, anche quando qualcuno dei ragazzi proverà a giocarsi un po’ d’onore, non faranno che sottolineare ancora di più l’insensatezza di una marcia messa su per virtù vuote come il tornare ad essere i migliori (frase tuonata dal Maggiore che conferma che il 2025 era l’anno giusto per un adattamento di “La lunga marcia”) o per la patria e altre menate senza senso di questo tipo.

Il romanzo di “Tricky Dicky” Bachman era figlio della contestazione per il Vietnam, il film di Francis Lawrence, portando di nuovo in scena questa sorta di ucronici anni ’70, ci conferma che l’aria che tira è brutta tanto quanto allora, la scelta, a mio avviso brillante? Far impersonare il volto di questo non tanto coraggiosa “nuova” America, un militare reazionario noto come il Maggiore, ad un ultra democratico come Mark Hamill.

«Che la Forza sia con voi e renda l’America grande di nuovo!», «Si, e con tua madre quella gran…»

Il messaggio era chiaro nel libro e ancora di più nel film, dentro il cuore della più grande democrazia del mondo, ci sono sparsi e sempre pronti a germogliare i semi di una dittatura fascistoide che è esattamente come il male nelle storie di King/Bachman, nascosto dietro una facciata di normalità. “La lunga marcia” non è la storia di una ribellione che sta per nascere, ma quella di una mandria di mucche dirette al mattatoio, per certi versi è proprio l’anti-Hunger Games, anche se per assurdo è diretto dal regista di uno, due, tre, quattro “Hunger Games”, e qui arriviamo alla vera sorpresa del film.

Se JT Mollner fa un lavoro diligente e solido, io non so che cosa si sia bevuto o fumato Francis Lawrence, ma lo voglio anche io, perché il nostro sembra aver capito di avere per le mani roba preziosa e ha saputo farla scintillare. Che avesse un buon occhio si sapeva dai tempi di Constantine, da allora una carriera piena di roba da mestierante non proprio irresistibile, fino a questo film, il migliore della sua carriera perché in “The Long Walk” non solo si vede il lavoro di direzione sul cast (da cui usciranno probabilmente alcune delle prossime stelle del futuro) ma proprio sull’ambientazione, lavorando per sottrazione Lawrence costruisce un mondo dove l’umanità è morta, non nel senso di popolazione ma di cosa ci renda umani, il paesaggio che scorre sullo sfondo ci dice della dimensione in cui quell’umanità sia andata persa e in tutto questo, diventa un film sul viversi il momento, dando importanza a quello che conta e che davvero abbiamo, non a quello, forse anche totalmente tragico, che potrebbe arrivare al prossimo miglio.

Non credevo che avrei fatto la stessa marcia due volte, nel libro e con il film, ma ho provato le stesse emozioni.

In tal senso “The Long Walk” è un Horror perché ci ricorda della fragilità del nostro corpo, della facilità con cui possiamo perdere chi amiamo ma proprio per questo, anche dell’importanza di ogni legame che creiamo, forse per noi fan dell’Horror è più facile perché abbiamo la propensione a notarlo, ma il sublime passa anche attraverso questo, anche quando la corsa si fa metaforica ma non appesantita da METAFORONI, del tipo peggiore. Il fatto che questo film, al momento, non abbia una nostrana data di uscita è davvero l’unico suo difetto, sulla canzone country posso soprassedere, perché questo adattamento sono sicuro che sarebbe piaciuto anche al me stesso diciottenne di allora.

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