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The Mandalorian and Grogu (2026): questa è la via (che ti fa arrivare al cinema)

MacGyver arriva in Inghilterra e finisce a disarmare un “ordigno fine di mondo” (cit.) con la forza del suo coltellino svizzero e un paio di graffette. Non sto delirando, ma ricordano la trama di uno dei due film del mio eroe dell’infanzia, nell’altro scopriva Atlantide.

In Supercar 2000, il bagnino più riccioluto e meno siliconato di “Baywatch” tornava a collaborare con K.I.T.T. che però era stato smantellato, quindi la gag era vederlo e sentirlo parlare dal cruscotto di una vecchia Cadillac anni ’50, vado a memoria, sono passati un milione di anni. Voi direte, ok quelli erano film per la televisione, avete ragione, passiamo al cinema e ad un’epoca meno giurassica, era il 1998 quando Chris Carter giurava che X-Files – Il film poteva essere visto da tutti, anche da chi non conosceva la serie (non era vero) e per altro Jon Favreau, in questi giorni, ha fatto il Carter della situazione durante la campagna promozionale del suo film (storia vera). Poi ci sono i vari “Downton Abbey” oppure Peaky Blinders, tutta roba diventata popolarissima sul piccolo schermo e arrivata in sala e qui mi fermo, perché potrei continuare, ma avete capito il concetto.

Anche Din Djarin, che tutti chiamano Mando, e Baby Yoda, che tutti chiamano Baby Yoda anche se ormai Grogu ha preso piede, sono troppo grandi per il piccolo schermo, nell’interregno che sta tra la caduta dell’impero e il risveglio del cretino, ci hanno pensato F&F come li chiama Lucius, Jon Favreau e Dave Filoni a fare quello che il secondo aveva già fatto con Clone Wars, ovvero dare spessore, correggere qualche pecca dei film e mantenere viva la Forza. Delle tante, troppe serie sfornate dalla Disney per il piccolo schermo a tema Star Wars, quella che si è imposta di più è stata The Mandalorian, perché la sua formula era ed è terribilmente onesta.

«Che dici? Avrà mangiato abbastanza?», «Questo piccoletto non morirà mai di fame»

Jon Favreau e Dave Filoni, come due bambini a cui mamma Disney non ha comprato i pupazzetti principali, quelli degli Skywalker, hanno rovesciato sul pavimento la scatola dei giocattoli di Guerre Stellari e hanno trovato: un Mandaloriano, un piccolo Yoda, alcuni mezzi tra navi spaziali e speeder riciclati, più una serie di “Action figure” di personaggi secondari della galassia lontana lontana creata da George Lucas e si sono messi a giocarci, riportando la serie alle fonti di ispirazione originale, al resto ci ha pensato Grogu e il marketing.

Sullo stesso identico principio è stato basato l’esordio al cinema dei due novelli Lone Wolf & Cub, i nostri F&F (sostenuti da Noah Kloor alla sceneggiatura) hanno rovesciato nuovamente la scatola dei giocattoli sul pavimento, pescando nuovamente il solito Mandaloriano e il suo figliolo Baby Yoda, un paio di X-Wing, un pupazzetto più muscoloso di Jabba the Hutt, quello di Zeb e per non farsi mancare nulla, nel mucchio è finita anche una vecchia action figure di Ripley di Alien, sostituta di lusso del Carl Weathers della serie tv. Per essere sicuro che nessuno dica che questo non è cinema, si sono portati dietro anche Martin Scorsese, che però qui si chiama Hugo, segni di continuità.

«Absolute cinema!» (cit. e grazie alla pagina IG da cui arriva l’immagine)

Inizio subito con i difetti, li riassumo tutti in un paragrafo: NO, enne-o, non potete guardare questo film senza aver visto la serie tv, cioè potete, ma chi sarà con voi al cinema verrà tempestato di domande. Inoltre gli Hutt in CGI funzionano, ma in alcuni momenti mi hanno generato dei déjà vu nelle scene malauguratamente aggiunte da Lucas alla trilogia classica, detto questo, non ho altri difetti da riportare.

No, non avevo aspettative per il film, il fatto che sia il primo film legato al mondo di Guerre Stellari a tornare in sala dopo le porcherie fatte dalla mia nemesi, non ha fatto alzare la mia asticella, e proprio in virtù delle suddette porcherie, trovo ci sia ben poco da lamentarsi per un film che applica la stessa identica formula consolidata, però in sala. Si, sembra di guardare la stagione quattro di “The Mandalorian”, o meglio, quattro o cinque episodi montati insieme per raggiungere la durata da film, però il ritmo è più alto di quello della serie, i momenti morti sono pochissimi e fisiologici ai fini del racconto, la storia è semplice e basata sui personaggi perché così è sempre stata la serie e per certi versi, anche Guerre Stellari, il resto sono solo aspettative dei Nerd, che tanto lo sappiamo, non sono mai contenti.

«Prendo due Nerd scontenti e delle noccioline per il piccoletto»

Il film riprende da dove avevamo lasciato Din Djarin (“Papi” Pedro Pascal) e Grogu, ovvero sceriffo libero professionista per la Nuova Repubblica, con il compito di dare la caccia ai nostalgici dell’ventennio dell’Impero, infatti l’inizio è subito movimentato: una base artica, un vecchio imperiale da catturare, tanti Stormtrooper a cui sparare e una corsa tra le zampe degli AT-AT, ci sono persone che hanno la fortuna di fare un lavoro che amano, Mando è uno di questi fortunati.

Sfruttando la struttura della serie, la missione della settimana consiste nel trovare un misterioso alto papavero dell’Impero, nessuno conosco la sua identità, se non i gemelli Hutt che ambiscono al trono vacante di Jabba e che vivono su Nal Hutta. In cambio della loro collaborazione, la Nuova Repubblica ha mediato il recupero dello scomparso Rotta the Hutt, figlio di Jabba a cui i gemelli vorrebbero tirare il collo (a patto di trovarlo, con gli Hutt è sempre un casino) per poter regnare impuniti, solo che il recalcitrante figlio, ora fa il gladiatore su Shakari e non ha voglia di sentir parlare della sua famiglia. Come qualunque persona sana di mente quando si avvicinano le feste Natalizie insomma.

«Get away from Grogu, you bitch!», «Come sei scortese», «Scusa, Cassidy si aspetta che io lo dica ogni volta che torno sulla Bara Volante»

Per coprire tutte queste distanze Mando viene pagato con un anticipo, la nuova Razor Crest gialla fiammante – gran modo per rimettere il personaggio alla guida della sua nave più bella – ma siccome sappiamo che il nostro è duro fuori, essendo “fatto” di Beskar, ma un cuore di panna dentro, trova il modo di liberare Rotta, recuperare il nazista Imperiale e salvare capra e cavoli, esponendosi così alla furia dei due lipidici gemelli, un tantinello vendicativi.

Nel passaggio al grande schermo, come detto, la formula collaudata di Favreau & Filoni, non si snatura ma migliora ritmo e numero di eventi, la sensazione resta quella dell’episodione grossone per lo schermone, ma giocare sul sicuro è una politica condivisibile, al netto di un risultato che funziona anche in sala, anche perché dal punto di vista visivo Favreau mescola CGI ed effetti pratici, il tutto su scenografie curate e piene di dettagli e al resto ci pensa Ludwig Göransson, che fa il “remix” del tema della serie tv in varie versioni, dall’intimo all’epico, anche se la mia preferita resta la versione elettronica, che ben si sposa con i neon di Shakari, menzione speciale su questo pianeta.

Ora può tornare a caricare i suoi prigionieri… Con stile!

A vederla così, Shakari è la città “Gangster” dell’universo di Guerre Stellari, non a caso a fare panini da quelle parti ci pensa il già citato Scorsese, in questa sorta di Chicago spaziale, facciamo la conoscenza del chicagoano d’adozione (almeno sul piccolo schermo) Jeremy Allen White, che trova il modo di essere palestrato anche quando presta la voce ad un Hutt.

Quando in palestra salti il giorno gambe, perché tanto non le hai visto che sei un Hutt.

L’inseguimento su Shakari avviene sotto e sopra il ponte dove passa la ferrovia, io sono sicuro che uno dei mille animatori indiani che si è occupato degli effetti speciali, da qualche parte, nel traffico di Shakari, una Bluesmobile deve averla infilata, lo so perché io lo avrei fatto, ma anche quando il ritmo rallenta un po’, per dare tempo a Mando e Grogu di tornare a casina loro, la corsa riparte con un feroce cacciatore di taglie e la porzione di film in cui il titolo diventa più che altro “Star Wars: Grogu and The Mandalorian”.

«Un aiutino piccino è meglio di niente» (cit.)

Nel processo di crescita del piccoletto, ci sta tutta la parte in cui “Il giovane si prende cura del vecchio”, perché ehi, questa è la via. Grogu, che anche in questo film due cosette le mangia (mannaggia a lui, m’ha fatto venir fame!) si prende tutta la porzione di film che va dall’ottima scena in cui “Papi Pedro” conferma di essere stato davvero sul set e non solo in sala di doppiaggio, fino al gran finale quello, ci ritiriamo o attacchiamo? Non potete mancarlo, è quello dove tutti si menano, Embo, il cacciatore di taglie creato da Filoni si conferma tosto, tutti sparano e bombardano, no dico… Brutto?

Insomma, squadra che vince non si cambia, al massimo, si cavalca la popolarità, perché in fondo questa è la via… Che ha portato Mando e Grogu sul grande schermo, più per acclamazione popolare e mancanza di vere alternative (aprire il libro al capitolo: idee) per mantenere cinematografica una saga che nasceva come tale e che grazie al piccolo schermo, al massimo si è sostenuta. Questo lungo episodio, l’avventura della settimana della premiata coppia Din Djarin e figlio intrattiene, diverte e finirò per rivederlo tre volte, prima che mi passi per l’anticamera del cervello di provare a dare una seconda possibilità alla “Sequel Trilogy”, non è una rivalutazione verso il basso, al massimo è una celebrazione di chi dal basso, e a testa bassa, ha saputo rispettare la mistica di Guerre Stellare meno di gente più spocchiosa, anche perché questo è il film meno costoso di tutta la saga (storia vera).

L’Impero viene colpito ancora (da questi due)

Proprio in virtù di quella rovesciata di vecchi giocattoli sul pavimento, fatta con tutta la passione per quella scintilla originale, che ci ha un po’ tutti fatti innamorare di Guerre Stellari, anche perché per interi minuti in scena, spesso non si vede nemmeno un umano, il che è veramente uno spasso, compresa la versione in scala 1:1 dei “pezzi” delle scacchiera del film del 1977 compresi. Se abbiamo potuto tornare in una galassia lontana lontana, non sul piccolo schermo ma come dovremmo sempre fare, andando a sederci sulle poltrone di un cinema, lo dobbiamo a quella rovesciata di giocattoli sul pavimento, per questo ribadisco, se a proteggere l’orlo esterno della galassia di Guerre Stellari ci penseranno Mando e Grogu, tutto sommato, siamo in buone mani.

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