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The Mandalorian – Stagione 1: il Mandaloriano dagli occhi di casco

Signora mia, una volta qui era tutto campagna un Guerre Stellari.
Poi il despota Lucas the Hutt ha venduto tutto all’Impero
della Disney e come se non fosse bastato sopravvivere con estremo dolore e
infinite perdite alla piaga di Jar Jar,
abbiamo dovuto imparare a lottare anche contro una doppia “J” anche peggiore,
quella di GIEI GIEI Abrams.

È stata lotta senza quartiere, un tempo eravamo fratelli, ci
riconoscevamo per le nostre magliette, bastava un «Che la Forza sia con te»
oppure un «It’s a Trap!» pronunciato al momento giusto per riconoscerci anche
in coda alla posta. Sì, ok, ogni tanto si discuteva sull’utilità degli Ewoks, ma erano bisticci tra
amici, tra compagni d’arme, ora? Ci hanno spezzato definitivamente con Episodio VIII. Una guerra fratricida che
ha distrutto amicizie, famiglie, ci sono quelli che rimpiangono il despota
Lucas, quelli che invocano la benedizione del nuovo imperatore galattico GIEI
GIEI lo scopiazzatore e poi c’è anche qualche pazzo futurista a cui è
piaciuto Solo.
Ed ora che anche “Episodio IX” è uscito, io ormai sulla saga
ci ho messo una pietra sopra, in effetti ormai da tempo. Ho capito
semplicemente che questa Guerra Stellare che ho combattuto a lungo, ora è la
Guerra Stellare di un’altra generazione, più giovane, più smart, più trendy,
più social, che ti guarda e ti risponde «Ok, boomer». Millenial del mio casco!

Mando! You must face another day. Mando! Now your love has gone away (quasi-cit.)

Non pensavo che la piattaforma di streaming Disney+ avrebbe
risolto la situazione, almeno non dopo essersi portata via anche Daredevil e le serie Marvel, invece
dalla polvere delle macerie qualcosa è emerso, un Mandaloriano (dagli occhi di
casco) che mi ha ricordato che forse Rogue One non è stato un cas(c)o.

Disney+ esordirà in uno strambo Paese a forma di scarpa a marzo, ma siccome io sono ribelle (e ho vecchi amici Olandesi che sono passato a trovare per qualche settimana)
posso dirvi che “The Mandalorian” ha riacceso la mia passione per Star Wars
Guerre Stellari. Una vera sorpresa perché i Mandaloriani fino a questo momento
sono stati rappresentanti soltanto da Boba Fett (se provate a perdervi il super post di Lucius sul personaggio,
siete più matti di quelli a cui piace “Solo”) e in misura molto (tanto) minore da
Jango Fett, ma il fascino di questa
tribù che come il giudice Dredd, non si toglie mai il casco dalla testa, è
grande.

Ditemi cosa volete, ma questo singolo fotogramma, entra di diritto tra le scene più iconiche di tutta la saga di Star Wars.

“The Mandalorian” è chiaramente il frutto di un lavoro a
tavolino da parte del reparto vendite, per mettere insieme una serie di trovate
in grado di colpire al cuore i fan di Star Wars. Non sono così ingenuo da non
vedere le abbondanti dosi di calcolo che trapelano da tutta questa operazione,
eppure questa serie ha trovato il modo di battere tutti i miei dubbi, a partire
dal suo curatore Jon Favreau.

Dài andiamo, Jon Favreau! Quello che veniva preso per i
fondelli in “I Soprano” e che tutti ricordiamo come l’assistente di Tony Stark. Uno che come regista ha
mandato a segno una serie di film brutti tipo “Elf – Un elfo di nome Buddy”
(2003) e “Cowboys & Aliens” (2011), ma anche un titolo che per dieci anni
ha fatto da base a molti dei Cinecomics contemporanei. Qui coadiuvato dall’esperienza nell’animazione di Dave Filoni e dal fumettista Christopher
Yost, Favreau ha davvero fatto centro, riportando un prodotto del grande
universo di roba macina soldi legata al marchio Star Wars, alle origini stesse
della saga, recuperando molte delle sue influenze originali.

Che ci volete fare, evidentemente Jon Favreau dà il meglio quando il suo protagonista indossa un casco (facciamogli fare un film sul giudice Dredd!)

Sì, perché magari molti nuovi appassionati di Star Wars
nemmeno lo sospettano (tranquilli, nemmeno tanti vecchi fan), ma
l’ispirazione principale di George Lucas per Guerre Stellari arriva da “La fortezza nascosta” (1958) di Akira
Kurosawa, provate a guardarlo se non lo avete già fatto, vi stupirete di
trovare già molti dei personaggi di Star Wars ben prima del loro esordio
ufficiale del 1977. Nel tentativo di ripagare il suo debito artistico Lucas
(insieme al suo “padrino” Francis Ford Coppola) produsse e distribuì negli Stati Uniti “Kagemusha – L’ombra del guerriero” (1980), uno degli ultimi lavori
di Kurosawa, sicuramente quello con il budget più alto a disposizione, visto
che poté contare anche sui dollarazzi americani.

No, Lucas non ha modificato di nuovo la trilogia, è Kurosawa tranquilli.

Lucas da Kurosawa ha preso tutto, anche lo stile delle
dissolvenze dei suoi film che sembrano quelle dei primi lavori del Sensei
Giapponese, ma Oriente e Occidente si sono sempre contaminati a vicenda, La sfida del samurai ha fatto da modello
per film di Sergio Leone e di Walter Hill, ma anche molti fumetti,
Frank Miller, ad esempio, ha sempre pescato a piene mani dal Paese del Sol
Levante.

Tanto che negli anni ’80 Miller firmò le copertine per
l’edizione americana di “Lone Wolf e Cub” classico Manga pubblicato in Giappone
per la prima volta nel 1970, scritto da Kazuo Koike e disegnato da Gōseki
Kojima. La storia è quella di Ogami Ittō, un kaishakunin (l’assistente al
seppuku, il suicidio rituale giapponese) che, accusato ingiustamente, perde
l’onore e diventa un sicario, un lupo solitario con una caratteristica
principale: quella di portarsi sempre dietro il suo “cucciolo” (così ho
spiegato anche il titolo del fumetto), suo figlio Daigoro, un frugolo in tenera
età.

A sinistra, il manga originale con la copertina disegnata da
Frank Miller. A destra Internet, che anche oggi mi ha servito bene.

Tutte queste influenze orientaleggianti, intimamente legate
all’origine stessa di Star Wars, ritornano prepotentemente in “The Mandalorian”
che è un western per detta dei suoi creatori, ispirato al lavoro di Sergio Leone (quindi di conseguenza a
Kurosawa) ambientato cinque anni dopo gli eventi di Il ritorno dello Jedi e ben
prima di quella cagat… Ehm, di Il risveglio della Forza. Una terra di nessuno inesplorata, almeno dal canone
standard della saga di Star Wars (l’universo espando fumettistico e letterario,
è un’altra di quelle cose che i puristi della saga ignorano, tanto quanto “La
fortezza nascosta”) dove agisce il nostro nuovo straniero senza nome che ha
la metà delle espressioni di Clint Eastwood, per la precisione una sola, quella
con il casco in testa.

Che dite? A me sembra abbastanza western per esaltarmi.

Mi rendo conto che un protagonista mascherato, attiri inevitabili
attenzioni sul suo volto celato, appena ho letto la notizia di una serie
dedicata ad un Mandaloriano (tribù dedita al combattimento, che non si toglie
mai l’elmo da battaglia in pubblico… This is the way) ho pensato subito
ai poveretti che avrebbero dovuto sudare a turno sotto il casco del
personaggio. Perché dài, non hai bisogno di un solo attore per interpretarlo
(notizia che è già stata, ovviamente,
confermata), quindi non hai bisogno di un volto noto ad interpretarlo ed
invece la Disney non ha badato a spese, assumendo per la parte un esperto di
serie tv come Pedro Pascal, l’Oberyn Martell di Giocotrono e il polizotto di Narcos.
Notizia che mi ha fatto definitivamente sperare di NON vedere mai il suo volto
nella serie. Andiamo, “Mando” è talmente figo che non ho voglia di rovinarmi
l’illusione vedendo il “labbrino” alla Zoolander di Pedro Pascal, quindi casco
in testa alla Judge Dredd ben allacciato, sempre!

Voglio sentirvi voi fanatici della famigerata “espressività” degli attori, a dire che Pedro Pascal è poco espressivo! Dai, lamentatevi!

Anche se, devo essere onesto, questa faccenda del volto del
personaggio della serie è stata gestita in maniera così accurata che davvero
non ho nulla da criticare a “The Mandalorian” nemmeno in tal senso: bravi!

“The Mandalorian” ha un formato che mi piace un sacco, otto
episodi completano la prima stagione e durano tutti mezz’ora ciascuno,
minutaggio perfetto. Molti minuti sono utilizzati come i western di Sergio
Leone insegnano: pochissimi dialoghi. Vi dirò le puntate di questa serie in cui
si parla poco, sono anche gli episodi migliori in assoluto, infatti la puntata
più scarsa (1×05 Chapter 5: The Gunslinger) è tale solo perché si tratta di un
episodio di passaggio e perché si ritrova incastrata in episodi molto
migliori, come il quarto (1×04 Chapter 4: Sanctuary) dove le influenze di
Kurosawa si sentono fortissime, visto che omaggia chiaramente “I sette samurai”
(1954) in cui uno dei samurai è Mando e gli altri sei sono tutti personificati
da Gina Carano. Ma su di lei lascio la parola al “Caranista” cintura nera
Lucius che ha già raccontato tutto brillantemente!

Ma quindi anche Gina Carano ora è una principessa Disney?

Come dicevo lassù, non sono così ingenuo da non rendimi
conto del lavoro a tavolino fatto dalla serie, è evidente che da parte della
Disney c’è stato un gran lavoro di marketing per puntare al cuore (e al
portafoglio) degli appassionati, ma è un lavoro efficace e non ruffiano
(veeeeeero GIEI GIEI?), perché “The Mandalorian” sembra pensato per i papà, le
mamme, i fratelli e le sorelle maggiori dei ragazzi a cui ora il filone
principale di Star Wars (ovvero i film della saga) ormai si rivolge, mi rendo
conto che in questi mesi per chiunque è stato quasi impossibile evitare le
anticipazioni in rete su questa serie (o su qualunque altra cosa legata a Star
Wars), quindi vi metto una bella sezione SPOILER!

L’idea di un film sulle origini di Yoda era tra le tante
idee campate in aria dalla Disney e per fortuna (quasi) dimenticate dopo la
sòla di Solo. Eppure, alla Disney
quell’idea non l’hanno dimenticata e con “The Mandalorian” sono riusciti a
sfruttarla nel modo migliore possibile, l’idea di un alieno della stessa razza
del leggendario Yoda e della dimenticata Yaddle
è piuttosto geniale, perché di fatto la creaturina che da tutti è stata
soprannominata “Baby Yoda” ha il meglio del grande Maestro Jedi, unita ad una pucciosità
degna di un Mogwai (ed animato allo stesso vecchio modo) lo rende un esserino
capace di generare merchandising come se non si fosse un domani, basta
guardarlo, è già il Funko Pop di se stesso!

Quando 900 anni di età avrai, bello non sembrerai. Ma da cuccioletto cavolo se è così cariiiiiiino!

L’arrivo del verde personaggio (sono il solo a pensare che
potrebbe essere una femminuccia? Sì, vero?) mette in crisi la missione del
Mandaloriano, assoldato da un turpe e misterioso cliente (Werner Herzog! Che
con la sua comparsata qui, si finanzierà i prossimi nove documentari da lui
diretti) e dà il via ad una serie di episodi che per struttura risultano
delle “Quest” eroiche, quasi delle missioni autoconclusive con tanto di
obbiettivo finale e aggiornamento (anche di armatura) che sembrano dei premi di
fine livello. Fine SPOILER!

Ci sono puntate che, come detto, strizzano l’occhio a Kurosawa
(1×04 “Chapter 4: Sanctuary”, diretto da Dallas BRUCE Howard che qui dirige in
maniera molto più ispirata di quanto suo papà abbia diretto Solo), ma anche episodi dalla trama
semplice e linearissima, in cui l’obbiettivo è fuggire da una nave prigione
piena di tipacci loschi (1×06 “Chapter 6: The Prisoner”) e, ovviamente, nel
doppio episodio finale non può mancare un classico del cinema western, come la scena di assedio. No, sul serio cosa si può
chiedere di più ad una serie tv? Una bella colonna sonora? Quella di Ludwig
Göransson è fantastica. Oppure che abbia un bel cast? Abbiamo anche quello!

Sembro io quando dicevo “No, il cane di piccola taglia no”. Ecco, le ultime parole famose, uguale.

Gli attori di “The Mandalorian” sono la conferma che questa
serie è chiaramente pensata per noi vecchi fanatici di Guerre Stellari, noi che
nel frattempo siamo cresciuti anche con tutta una serie di personaggi e storie
che hanno alimentato il nostro immaginario collettivo, il droide IG-11 è
doppiato dall’attore e regista Taika Waititi (che dirige anche l’ultimo episodio, il finale di stagione), ma
sono proprio le facce e le voci note ad arrivare da tutti i film e le serie che
abbiamo amato.

“Quello è Waititi! Ha fatto diventare scemo Thor uccidiamolo!”

Nick Nolte doppia il burbero, ma fidato Kuiil (la sua «I have
spoken» è già una frase di culto), Gina Carano, Amy Sedaris e Ming-Na Wen sono
solo tre delle donne di una serie che conta anche su molte registe dietro la macchina
da presa (perché la Disney ha pensato proprio a tutto, anche alle possibili polemiche),
ma mettiamoci anche facce ultra note e amate come quella di Giancarlo Esposito, del mitico Clancy Brown e di Carl “Apollo Creed” Weathers ed è chiaro che questa serie è per
noi. Prendendo in prestito da Dylan Dog il vocabolario, “The Mandalorian” è per
noi Old Boy (e Old Girl) che della piega presa dai film della saga (a breve
parleremo del disastro anche su queste Bare) ormai non siamo più tanto
interessati.

Jack Cates, Kurgan e Apollo Creed, quando è stato fatto il casting di questa serie? Nel 1986?

Se il piano di Disney è quello di diversificare il prodotto “Star
Wars”, e i risultati di questa espansione sono tutti simili a “The Mandalorian”
io potrei anche metterci la firma e decidere di restare sull’orlo esterno
della galassia di Guerre Stellari, per esplorare questo selvaggio West che sta
tra Il ritorno dello Jedi e il
momento in cui la saga è stata consegnata ad un’altra generazione.

Se la qualità della serie resterà questa, per me va bene
anzi, per dirla alla Mandaloriana… This is the way!
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