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The Punisher – Stagione 2 (2019): quando si spara, si spara. Non si parla!

Sapete cosa ho scoperto? No, se non ve lo dico è difficile che voi possiate saperlo. Quello che ho scoperto è che non devo mai pensare ai titoli dei post, prima di vedere un film oppure serie tv, finisce sempre che poi il titolo mi piace, ma non posso usarlo perché puntualmente la serie in questione mi smentisce. Avevo un titolo bellissimo per questo post, ma la stagione mi ha talmente annoiato che me lo terrò nel taschino fino alla prima occasione utile per utilizzarlo meglio.

Frank Castle ha sempre fatto della resistenza una virtù, la sua guerra eterna contro il crimine lo ha reso una caparbia sveglia analogica, che non smette di ticchettare in un mondo di eroi digitali in calzamaglia, tutti colori brillanti e buoni sentimenti. Una caratteristica propria del personaggio, che infatti resiste anche se intorno a lui Netflix sta uccidendo tutti gli eroi Marvel, Iron Fist è stato il primo a cadere, seguito da Luke Cage e per ultimo, il più sanguinoso, l’omicidio di Daredevil dopo una terza stagione riuscita.

In compenso nessuna notizia su Jessica Jones, che per quanto mi riguarda dopo quello schifo di seconda stagione, sarebbe dovuto sparire nel niente senza ripensamenti. La prima stagione di The Punisher ha saputo prendere tutte le peculiarità del personaggio e adattarle all’ultima (delle tante) guerre americane, azzeccando in pieno un attore protagonista che sembra nato per il ruolo come Jon Bernthal. Ma i difetti non mancavano, tredici episodi da quasi un’ora l’uno, erano davvero un tempo assurdamente lungo per la storia di origini del personaggio (e della sua nemesi, Billy Russo) che lo showrunner Steve Lightfoot, meglio noto come Stefano piè leggero, aveva da raccontare. Un difetto che secondo me è stata la croce di un po’ tutte le serie Marvel/Netflix.

«Cosa intendi per dialogo? Io sono venuto qui per sparare»

Il formato a dieci episodi è stato bocciato, forse per via delle brutte recensioni collezionate dalla non eccellente (ma nemmeno così tragica) The Defenders, ecco perché anche questa seconda stagione di “The Punisher” è un pachiderma con tredici episodi troppo lunghi, in cui gli attori a turno sono impegnati in dialoghi e monologhi infiniti, così chiacchierata che quando il concetto da raccontare è ormai arrivato al pubblico, prima di concedere la grazia di passare alla prossima scena, gli sceneggiatori continuano a ribadirlo, così tante volte da lasciare il tempo al pubblico di farsi anche un sonnellino.

Uno spreco, un vero spreco, considerando che i momenti d’azione ci sono, e quando finalmente cominciano sono anche ben fatti, nell’episodio 2×05 (“One-Eyed Jacks”), Frank Castle se la vede con alcuni gangster Russi in una palestra di Chicago, mostrandoci un uso alternativo di pesi e bilancieri, il tutto mentre Jon Bernthal si mostra piuttosto a suo agio anche nelle scene “di menare” e il sangue scorre copioso senza tirar via la mano.

Nessuno mentirà sul numero di ripetizioni fatte con un personal trainer così.

Vi dirò di più, l’episodio 2×03 per me è la fotografia della seconda stagione di questa serie, quasi quaranta minuti di chiacchiere inutili, ridondanti e pallose, e poi una scena d’assedio in un distretto di polizia che è chiaramente una strizzata d’occhio al cinema di John Carpenter, ed è anche abbastanza ben fatta, godibilissima se non fosse un lampo in mezzo ad un mare di infinito ciarlare attorno al nulla cosmico.

Purtroppo questa seconda stagione di “The Punisher” a tratti più che una serie del Punitore, sembra una serie con il Punitore, sono ben tre le sotto trame principali che vediamo nel corso di questi tredici episodi, ma nessuna di questa è abbastanza consistente da diventare la principale, ad esempio quella dei malavitosi russi si esaurisce abbastanza presto, lasciano spazio al personaggio di John Pilgrim, interpretato da un Josh Stewart che oltre alla faccia da psicopatico giusta, ha anche il senso della misura corretto per far funzionare il suo fanatico della religione (e delle armi).

Ok che su Netflix hanno messo “Don Matteo”, ma qui stiamo esagerando.

L’altra trama consistente, quasi parallela a quella di Frank Castle è il ritorno della sua nemesi Billy Russo, nuovamente interpretato da un Ben Barnes che invece il senso della misura, lo perde completamente in questa seconda stagione.

L’efficacia del personaggio, sfoggiata nella prima stagione, stava nella sua caratteristica di essere affascinante, belloccio e capace di intortare chiunque con il suo carisma e i suoi giochini mentali. Quello che ritroviamo qui è un Billy Russo devastato nel volto e nella mente, dopo che Frank Castle ha passato il suo bel faccino sopra una grattugia di vetri rotti, la psiche del personaggio dovrebbe essere andata in pezzi, come il mosaico da ricomporre da cui prende il nome, Jigsaw.

Peccato che nessuno attore mediamente famoso vuole recitare con il volto nascosto (Robert Downey Junior in Iron Man docet), quindi il nostro cattivissimo Jigsaw ogni tanto indossa una maschera per coprire il suo volto deturpato da ben quattro, e dico QUATTRO cicatrici. Roba che dopo certe scene di lotta di questa stagione, Jon Bernthal sfoggia più ferite (ovviamente frutto del trucco di scena) sulla faccia del suo avversario. No sul serio, ma ve lo ricordate che razza di trucco gommoso doveva portarsi sulla faccia il povero Dominic West in Punisher – War Zone? Se a questo aggiungiamo il fatto che West è un attore tipo, non voglio esagerare… Un milione di volte più talentuoso di Ben Barnes, la frittata è fatta.

Un volto orrendamente sfigurato, Brrr rabbrividiamo.

Di peggio potrebbe esserci solo se i sottotitoli di Netflix traducessero “Jigsaw” invece che con l’equivalente fumettistico (e già non semplicissimo da prendere sul serio) “Mosaico”, usando qualche altra parole cretina tipo “Puzzle”, ve lo immaginate che scemenza sarebbe assistere a Punisher vs Puzzl… Ah no, mi sa che i sottotitoli hanno davvero tradotto così (storia vera).

Ben Barnes poi ci mette del suo, lasciandosi tentare dalla voglia di potersi vantare al bar con gli amici al grido di «Anche io Joker! Anche io!», quindi enfatizza inutilmente ogni riga di dialogo che deve recitare. Una soluzione che funzionava alla perfezione per il già citato Dominic West, che complice anche il trucco risultava davvero un personaggio esagerato e fumettistico, ma se sei un attore modesto con quattro (lo ripeto QUATTRO) cicatrici finte in faccia, non è proprio il massimo.

«Danzi mai col diavolo nel pallido pleni…», «No guarda Ben, lascia perdere, proprio non sei capace»

Come detto i momenti in cui l’azione fa capolino nella storia sono anche riusciti, e non è male notare quanto attorno a Frank Castle, ci siano tre personaggi femminili azzeccati, Karen Page (che torna brevemente nell’episodio 2×11 “The Abyss”) sempre interpretata dalla guardabile Deborah Ann Woll, ma soprattutto l’agente Madani, che resta uno dei più riusciti di tutta la stagione, se non fosse che Amber Rose Revah si ritrova anche lei incastrata in dialoghi di infinita lunghezza.

Il problema arriva con Amy Bendix, personaggio inventato per la serie tv, con cui Stefano piè leggero cerca di ricreare una dinamica in stile “Léon” (1994) senza potersi nemmeno permettere di allacciare le scarpe a quel filmone di Luc Besson, e non solo perché a Frank e ad Amy manca tutto lo spessore e la complessità del rapporto che teneva banco tra Léon e Mathilda, non scherziamo proprio, ma anche perché non esiste che una serie tv osi spingersi fino a tali altezze. Inoltre Frank Castle non è proprio il tipo di personaggio adatto a rifare un “Léon” dei meno abbienti, no proprio non ci siamo.

«Tzè tu non sei Jean Reno», «Ha parlato Natalie Porkman»

In tutta onesta tutto il buon lavoro fatto sul personaggio nella prima stagione, lasciava intendere, e anche sperare, di poter vedere finalmente una macchina da guerra a piena potenza scatenata contro i criminali. Posso anche apprezzare l’idea che Frank qui decida di nascondersi ancora dietro l’identità fittizia di Pete Castiglione (come faceva all’inizio della prima stagione) per stare lontano dai problemi, ma siano alla fine i problemi a trovare lui, un po’ come accadeva al dottore Bruce Banner di Bill Bixby, nel vecchio telefilm dell’Incredibile Hulk, ma cazzarola quella serie funzionava perché poi ad un certo punto Bixby diventava Lou Ferrigno e spaccava tutto! Qui vi giuro, se avessi dovuto ascoltare anche solo un altro monologo sul depresso andante di Jon Bernthal, mi sarei sparato punito da solo.

Che poi non è certo colpa di Bernthal, perfettamente a suo agio nella parte, e azzeccatissimo quando è il momento di scatenarsi, ad esempio a me fanno impazzire le urla che fa mentre spara, già il ragazzo ha un vocione da orco delle favole, che risulta minaccioso anche se dovesse chiedere gentilmente l’ora esatta a qualcuno, figuriamoci quando ha un fucile in ogni mano e la faccia sporca di sangue!

La faccia con cui alla fermata del bus Bernthal chiede: «Scusi signora è già passato il 67 barrato?»

Insomma ho fatto una fatica esagerata a completare questa seconda stagione, a questo punto mi viene solo da sperare che se l’andazzo è questo, che Netflix chiuda tutte le serie dedicati ai personaggi della Marvel. Concediamo l’onore delle armi al canale streaming, che fino qui è riuscito a regalarci almeno una stagione decente per molti di questi personaggi, ma che ormai evidentemente non ha più un piano, naviga a vista e sta mandando tutto in vacca.

Per il resto, avendo perso l’occasione di usare il titolo che volevo per questo post, ripiego su qualcosa di forse anche migliore, le immortali parole di Tuco Benedicto Pacifico Maria Juan Ramirez (detto “Il porco” cit.) quando diceva: «Quando si spara, si spara. Non si parla!». Per tutto quello che vorreste sapere su Punisher, ma non avete mai osato chiedere, vi ricordo lo speciale della Bara Volante.

Sepolto in precedenza mercoledì 6 febbraio 2019

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