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The Revenant (2016): Orso grosso non avrai il mio Oscar

Per una volta
anche uno come me, geneticamente incapace di essere breve e coinciso parlando
di film, potrebbe riassumere questo film con una frase del tipo: “Bellissimo!
Proprio il tipo di film che piace a me!”.
Arrivederci e
grazie, commento terminato, correte a vederlo…

Sul serio ho
finito, andate al cinema, vola, vola, vola, vola, vola… Vola, vola, vola, vola.

No, dai vabbè, scherzone,
ve ne parlo perché il film di Alejandro González Iñárritu è bellissimo davvero.
Non è la prima
volta che la storia del trapper Hugh Glass arriva al cinema, già nel 1971 il
personaggio (con il nome di Zachary Bass) era stato interpretato dal grande Richard
Harris, nel film “Uomo bianco, va’ col tuo dio!” in cui per altro recitata
anche John Huston (giù il cappello!). Visto che mi sono addentrato nel viale
dei ricordi, potremmo anche dire che la storia ha parecchi punti in comune
anche con un film dell’anno successivo, ovvero Corvo Rosso non avrai il mio scalpo.
La
sceneggiatura originale di Corvo Rosso,
scritta dal grande John Milius era piuttosto cruenta, ma anche molto realistica nel parlare della vita di Jeremiah Johnson, uno che si era
guadagnato il soprannome di “Mangia fegati”, mica Jeremiah Johnson il Vegano.
Fu poi Sydney Pollack a limare molti degli spigolosi angoli della
sceneggiatura, portando in scena quello che il regista non ha mai esitato a
definire come il suo film più bello esteticamente.



“Bello bello bello in modo assurdo” (cit.)
Ora, io non so
se Milius ha visto “The Revenant”, oppure è impegnato a sparare ai piattelli
nel cortile di casa, per svagarsi dalla sua salute cagionevole (faccio sempre
il tipo per il tuo recupero John), però pagherei dei soldi per sapere cosa ne
pensa lui di questa pellicola. Sì, perché “The Revenant”, grazie al lavoro del
regista Alejandro González Iñárritu e del direttore della fotografia Emmanuel
Lubezki (diciamo pure più del secondo…), è un film esteticamente bellissimo, ma
che recupera anche le asperità, il realismo, i denti sporchi, il sangue e i
cavalli divorati che sono scomparsi dalla sceneggiatura di Milius.
“The Revenant”
è prima di tutto la prova che si può fare Cinema, anche nel 2016, senza dover per forza
sfornare remake a tutti i costi, ma semplicemente rifacendosi ad archetipi
cinematografici, seguendone le tracce (in questo caso nella neve), portando
anche qualcosa di nuovo alla storia. Ma in generale, un western, ambientato tra
la neve, violento il giusto in cui i personaggi parlano poco… Come dicevo in
apertura, questo è proprio il MIO tipo di film! Il bello è che tra qualche
settimana Tarantino ci dirà la sua sull’argomento, anche se trattandosi di
Quentin, sono sicuro che i suoi personaggi NON parleranno poco.
La
sceneggiatura, scritta dallo stesso Iñárritu insieme a Mark L. Smith, è basata
sul romanzo di Michael Punke del 2003, ispirato alla vita del cacciatore Hugh
Glass. Non ho letto il romanzo, ma posso dire che il film si prende qualche
licenza poetica (o forse dovrei dire cinematografica) specialmente nel finale,
in ogni caso, dal punto di vista della scrittura il film
è totalmente riuscito.

Se volete sapere tutto sulla vita di Hugh Glass… Andate a trovare il Moro, che ha scritto un gran pezzo in merito.


Non so voi, ma io guarderei qualunque film che ha una scena come questa.
Nord Dakota,
1823. Il trapper Ugo Bicchiere (Leonardo Di Caprio) è stato assunto come guida
per una battuta di caccia alla ricerca di pellicce e pellame vario, insieme ad
una manciata di uomini, sopravvive ad un attacco degli indiani Ree, che
lasciano sul campo parecchi “Uomini bianchi” morti. Nel tentativo di
raggiungere Fort Herny, un avamposto per il commercio delle pellicce, viene
aggredito da mamma orsa (aprire il libro alla pagina: Orso Grizzly di 260 Kg…
Gulp!) e incredibilmente sopravvive.
Per non
rallentare il gruppo, viene lasciato nelle capaci mani di due volontari, il
giovane Jim Bridger (Will Poulter) e il texano John Fitzgerald (Tommaso
Resistente). Ecco, diciamo che Fitzgerald è più interessato ai soldi offerti
dal capitano Andrew Henry (Domhnall Gleeson) che da vero spirito da
crocerossina, infatti appena può, molla Glass in una buca, convinto che la
morte farà il suo dovere, ma non prima di aver ucciso il figlio mezzosangue di
Glass, Hawk, giusto per non lasciare indietro testimoni e pesi morti.



Nessun Leonardo Di Caprio è stato ferito durante la realizzazione di questo film… Forse.
Ugo Bicchiere,
duro come un chiodo da bara non muore, ma inizia la sua odissea per raggiungere
il forte… E ottenere la sua vendetta.
Certo che io
quel ricciolone di Alejandro González Iñárritu davvero non lo capisco, in
passato ha sfornato ottimi titoli, di carattere del tutto diversi da questo “The
Revenant” (Amores perros, 21 grammi e Babel). Mi ha asciugato i maroni con
“Biutiful”, per poi vincere (meritatamente) tre Oscar con Birdman (O l’imprevedibile virtù dell’ignoranza), senza nemmeno
trattenersi da picconare i film di Super eroi definendoli “Genocidio culturale”
(storia vera). La cosa incredibile è che malgrado tutto questo, Birdman mi è anche piaciuto, ma quando
ho saputo che era al lavoro su un film sulla vita di Hugh Glass, ho temuto
che avrebbe farcito il film di momenti onirici, girati alla grande, ma anche
troppo simili ad esercizi di stile. Già mi immaginavo Di Caprio a nuotare in un
mare di meduse svolazzanti, o elefanti rosa, o astici a pois o chissà quale
altro “Guazzabuglio moderno” (cit.) il suo testone riccioluto sarebbe stato in
grado di partorire.
Quello che mi
sono trovato davanti è un film a tutti gli effetti di genere, ma che porta in
scena il meglio su piazza al momento, in tutte le categorie tecniche: la regia
è ottima, il montaggio di Stephen Mirrione millimetrico, le musiche sono
perfette e centellinate con giudizio, ma su tutto domina la fotografia di Emmanuel
Lubezki, il suo terzo Oscar in fila, dopo Gravity e Birdman penso che non sia nemmeno quotato alla SNAI.

L’Unico che può rompere le uova nel paniere a Lubezki è il Roger Deakins di “Sicario”. 
Una delle cose
davvero belle di questo film, è che Iñárritu e Lubezki, riusciranno a far
digerire a tutte le signore bene, accorse in sala a vedere “Il nuovo film del
regista che ha vinto tanti Oscar con Birdman”, un crudo Westen (quindi film di
genere), dove i protagonisti parlano poco, si ammazzano molto e per
sopravvivere sono pronti a fare qualunque cosa (da mangiarsi carne cruda di
bisonte fino ad asportare gli organi interni di un cavallo pur di dormire al
caldo)… Solo per questo motivo vale la pena volere bene a quei due matti!



“Non siamo cruenti, siamo creativi!”.
La cosa
positiva è che Alejandro González Iñárritu ha tenuto a bada la sua smania di
strafare, quella che gli ha valso il soprannome (presso il sottoscritto) di
“Inorriditu”. In “The Revenant” ci sono due o tre scene oniriche, per fortuna
nessuna di questa con meduse, ma anzi, tutte molto riuscite nel fornire allo
spettatore qualche informazione sul passato di Hugh Glass, poche informazioni
per la verità, quelle essenziali, senza appesantire un film dove la parte
migliore è rappresentata dalla forza (e dalla voglia di vendetta) del
protagonista.
Certo, se
volessimo lanciarci in letture di secondo livello, si potrebbero fare dei
facili paragoni tra Ugo Bicchiere novello Gesù (morto e risorto con barba e
ferite) e John Fitzgerald, Giuda che lo vende per 30 denari (o 300 dollari per
la precisione), in tal senso, anche il solito fardello del sottotitolo italiano
(“Redivivo”) somiglia più ad un’inutile anticipazione della trama che a
qualcosa di davvero utile, anche perché “The Revenant” nella lingua di albione
(ma anche in francese) fa riferimento a qualcuno di tornato sì, ma dalla morte.



Sono l’unico che sta pensando ad una canzone di Roberto Vecchioni?
In ogni caso,
lascio volentieri questo tipo di analisi ad altri per parlare, invece, della
messa in scena del film che da sola vale il prezzo del biglietto, anche per chi
non è appassionato come me a crudi Western vendicativi.
Inutile
girarci attorno, si è parlato infinitamente delle vicissitudini produttive di
questo film e siccome il protagonista si chiama Leonardo Di Caprio, l’uomo
capace di generare Meme su Internet solo per il fatto di esistere (di questi
giorni l’ultima novità, il suo scontro con il culo di Lady Gaga alla cerimonia
dei Golden Globe), ogni minima vicenda è stata amplificata oltre l’umana
sopportazione.



Dramatic Leo
Sul set, il
vero maschio dominante è stato chiaramente Emmanuel Lubezki, capace di tenere
in riga tutti (anche il regista), con la sua scaletta che prevedeva di girare
le singole scene in ordine cronologico e ovviamente con la luce naturale
migliore, che il più delle volte si ottiene all’alba ed è disponibile solo per
pochi minuti. Il risultato è comunque magnifico, basta guardare la scena di
apertura (i primi 5 fatidici minuti, che determinano l’andamento del
film come dico fin troppo spesso): una complicatissima mattanza diretta in
piano sequenza, fotografata ovviamente alla grande, dove è evidente lo sforzo
di coordinare tutte le persone presenti sul set, tra attorie e tecnici. Sul
serio, basterebbe quell’inizio a giustificare la visione, ma superata questa
parte il film, a mio avviso, migliora.
Tra le notizie
provenienti dal set, amplificate dalla rete, non sono mancate le condizioni in
cui hanno recitato gli attori, delle scene girate in condizioni climatiche
avverse ormai sappiamo tutto, così come della barba di Di Caprio, su cui hanno
iniziato a girare più leggende urbane che delle fogne di New York, tutte cose
che sono presenti, ma che per fortuna si dimenticano presto, in un film che dura
quasi tre ore, ma che personalmente mi sono volate via come ridere, per via
dello spettacolo visivo sullo schermo.
Iñárritu usa
inquadrature molto ravvicinate, quasi come se la macchina da presa fosse
accanto a Glass, seguendolo nella sua odissea, basta guardare la scena in cui
il cacciatore si nasconde dagli Indiani inseguitori dietro alla rocce del
fiume, come spettatore sembra quasi di stare nascondendosi insieme al
protagonista.



“D’ora in poi solo commedie romantiche lo giuro!”.
L’unica nota
negativa che posso sottolineare, è il fatto che la CGI utilizzata nel film
risulta un po’ troppo posticcia, specialmente con inquadrature così
ravvicinate, se prendiamo ad esempio la (bellissima) scena della lotta con Mamma
Orsa di Leo Di Caprio, è impossibile non notare che la pelliccia dell’orsa è
perfetta, ma il volto dell’animale risulta troppo finto, specialmente
inquadrato in una scena così lunga… Ma qui sto davvero cercando il pelo (di
Orso) nell’uovo, perché qualcosa di negativo sul film dovevo pure dirlo no?
Tutto questo
spettacolo non sarebbe potuto essere ottenuto senza gli attori, che sono
davvero tutti bravi, alcuni sono delle conferme, come Domhnall Gleeson: il
figlio del grande Brendan ci mette sempre l’intensità giusta, dopo questo film,
la sua comunque intensa prova in Episodio VII, ma soprattutto in Ex Machina,
possiamo tranquillamente dire che il ragazzo ha ereditato il ruolo di
comprimario di (extra) lusso del padre, Hollywood può contare su un’altra generazione
di Irlandesi “Rosci” con cui farcire i film.
Tommaso
Resistente è una conferma, la sua presenza in un film è (quasi) garanzia di
qualità e, come ho già ribadito parlando di lui, al momento è il migliore al
mondo a portare in scena personaggi pronti ad esplodere, oppure pazzi conclamati con la follia negli occhi. Eccedere con un personaggio come John
Fitzgerald era un rischio molto facile, per fortuna Tom Hardy non è solamente
riuscito ad evitare di inciampare, ma ha saputo portare sullo schermo un
cattivo convincente e credibile, non dico uno per cui fare il tifo (quello è
impossibile), ma uno mosso da un’avidità vera e con motivazioni che allo
spettatore arrivano, il che non è affatto facile.



Nel dizionario, alla voce “Occhi da pazzo” trovate questa foto.
La sorpresa
del cast è sicuramente Will Poulter, dopo averlo visto in “Maze Runner” non gli
avrei dato due lire, ma qui è bravissimo nei panni di Jim Bridger, altro ruolo
non semplice, ma portato in scena alla grande.
 Lo vince questa volta l’Oscar Di Caprio? E che
ne so, questa storia del NON-Oscar di Di Caprio è diventata la gag più
divertente della rete insieme a “Confused Travolta”, non ho ben capito perché Leo
(5 nomination e zero statuette di Zio Oscar) sia lo zimbello della rete, mentre
Bradley Cooper (4 Nomination e stesso numero di premi di Di Caprio) non venga
spernacchiato, ma che ci volete fare, questa è Internet bellezza e tu non ci
puoi fare niente.



“Vedo una luce… Oscar sei tu?”.
Per quanto mi
riguarda, dal 2002 (“Gangs of New York”) non ricordo una sua prova meno che
ottima, anche in film che non ho apprezzato (“Il grande Gatsby” per fare un
titolo), dal mio punto di vista è un grande attore, premi o non premi, lo
dimostra anche in “The Revenant” dove davvero sacrifica il corpo per metterlo
al servizio dell’odissea di Hugh Glass, ma anche della sua maturazione, fino al
finale, che a mio avviso deve più di qualcosa a Corvo Rosso non avrai il mio scalpo.
Di Caprio è
bravissimo a far arrivare al pubblico il fatto che Glass è tenuto in vita dalla
sua voglia di vendetta (la scena in cui scrive nella neve “Fitzgerald killed my
son” dice da sola più di cento parole, che belli i film dove le cose vengono
mostrare invece che raccontante!), ma è anche molto convincente a sottolineare
la crescita del personaggio, menzione speciale per il lavoro fatto sulla voce: Di Caprio nel corso del film parla sempre meno e quando
ricomincia a farlo, s’inventa una parlata rugginosa come se la gola bruciasse
ad ogni parola e il personaggio fosse costretto a sceglierla con cura. Anche
da questo punto di vista mi ha ricordato un po’ Roberto Ford Rossa in Corvo Rosso, che sorride dopo mesi
passati senza sentire nessuno parlare la sua lingua. Da quello che ho visto
negli spot televisivi, temo che il doppiaggio azzopperà un po’ questa cosa, ma
avendo visto il film in lingua originale (yeah!) non posso esprimermi in
merito.
A costo di
passare per uno di parte, “The Revenant” a livello di storia e di genere
cinematografico, è proprio il tipo di film che amo guardare al cinema, se poi
tutto il reparto tecnico e il cast vola a queste altitudini, il risultato è uno
spettacolo. Forse sarà prematuro, ma è possibile che una delle caselle di un’ipotetica
“Top Ten” dei migliori film del 2016 sia già stata occupata. 
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