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The Rip – soldi sporchi (2026): quando il dovere pesa più del piombo (sparato)

Fin dall’inizio è chiaro che siamo dalle parti del poliziesco, il più cupo possibile negli intenti: La morte di un capitano di polizia non è un semplice pretesto narrativo, un MacGuffin per avviare la storia, ma un tema che resta aperto per tutta la durata del racconto, visto che genera una reazione a catena di decisioni toste da prendere per i protagonisti.

Il cuore del film pulsa nel rapporto tra i due protagonisti, interpretati da Matt Damon e Ben Affleck, qui i due attori e amiconi sono corpi stanchi, professionisti che portano addosso il mestiere con fatica. Damon lavora in sottrazione, costruendo un personaggio che sembra sempre un secondo indietro rispetto agli eventi, come se avesse già intuito il prezzo di ogni scelta. Il più sorprendente è Affleck, che al contrario, incarna una fisicità più diretta e nervosa, un uomo che reagisce prima di pensare e che proprio per questo appare costantemente sul punto di perdere il controllo.

In linea di massima questi due, qualche film insieme dovrebbero averlo anche fatto.

Il loro rapporto non è basato sulla fiducia, ma sull’abitudine, si conoscono abbastanza da sapere dove l’altro potrebbe cedere, come gli amici-attori fanno nella vita, questo rende ogni dialogo carico di tensione, “The Rip” è un film che parla molto attraverso le zone grigie dei personaggi, sbirri corrotti, il tutto scandito da una sparatoria e l’altra.

Quando entra in scena il denaro, il film evita deliberatamente la scorciatoia del colpo grosso, i soldi non sono un premio, nemmeno una citazione diretta a “Il tesoro della Sierra Madre” (1948) di John Huston, per quello Ben Affleck in passato (sempre a firma Netflix) aveva già dato. I milioni nascosti scovati nella retata aumentano la pressione sui personaggi, non è l’avidità a muovere le azioni, ma la consapevolezza che qualsiasi scelta, anche quella apparentemente corretta, avrà conseguenze irreversibili.

Come caratterizzare il proprio personaggio, in base al modo di utilizzare una sedia.

La regia di Joe Carnahan rinuncia a ogni forma di eleganza patinata, un film molto più in stile “Narc” (2002) che il suo caciarone “Smokin’ Aces” (2007), se non altro grazie ai fondi infiniti di Netflix, l’unico regista che ha avuto le palle di chiamare Tony Scott con il suo nome (un genio), può uscire dalle secche di titoli sempre meno visibili ad occhio nudo. Lo stile è volutamente oscuro, le sequenze d’azione arrivano tardi e non offrono alcuna catarsi: sono brevi, sporche, spesso caotiche non per regia ma come potrebbe essere una sparatoria nella realtà, con il montaggio che segue questa logica, preferendo una tensione costante a picchi improvvisi.

«Vi rendete conto? Sono stato l’unico a parlare bene di Tony Scott ad Hollywood e quasi mi ritrovo a piantare il grano!»

“The Rip” è interessato al peso – a volte plumbeo – delle decisioni e del loro esito, non cerca di stupire con svolte urlate, è un film bello dritto che intrattiene bene e penso si dimenticherà velocemente, se non altro un colpo sparato nella direzione giusta per Joe Carnahan, ma solo perché la sua filmografia rischiava di colare a picco nel mare magnum della roba da streaming anche meno visibile delle produzioni con meno visibilità di Netflix.

Non tutto funziona alla perfezione, va detto, verso il finale il film sembra di avvertire il bisogno di tirare le fila in modo più esplicito, ma questo lo ha ribadito anche Matt Damon, vero commando paracadutato dietro le linee nemiche di Netflix, che durante la promozione di questo film, si è impegnato molto a mar emergere tutte le magagne (già note) della piattaforma di streaming, come ad esempio la direttiva aziendale di sfornare sceneggiatura piene di momenti ridondanti, in cui ogni passaggio chiave viene prima portato in scena e poi esplicitato, nei dialoghi, in modo che arrivi al pubblico che “guarda” i film con il naso affondato nel telefono (storia vera). Mica male considerando che Netflix sta acquisendo chiunque e presto controlleranno tutto il cinema no? Sublime! (cit.)

«Siamo la polizia di Netflix, sappiamo che lei stava guardando il cellulare»

Da questo punto di vista, i due amiconi Ben e Matt, moderni Stanlio e Olio per numero di film in cui hanno recitato insieme, stanno cercando di far pesare i loro nomi perché, anche per i film di Netflix, venga riconosciuta una certa percentuale di soldini nelle sacche degli attori, in base al successo del film, come si fa al cinema per il numero di biglietti staccati, problema: i numeri delle visualizzazioni in streaming sono tra i segreti meglio custoditi della nostra società, quindi auguri ragazzi!

Prima di chiudere, una questione fondamentale, non potrete mancarla: Esistono due tipi di film di poliziotti, quelli con gli sbirri come protagonisti, magari ruvidi ma svegli e quelli dove i protagonisti sono i federali. Nel primo caso, gli sbirri sono spartani ma sul pezzo e gli agenti dell’FBI dei fighetti insopportabili, tutti fogli e carte bollate. Nel secondo caso, di solito i poliziotti sono buzzurri, spesso sceriffi di provincia e come avrete intuito, “The Rip” fa parte della prima categoria, quindi il fighetto di turno, per altro fratello dello sbirro Ben Affleck, è impersonato da… Scott Adkins.

Batman v. Batman

Pur di accettare una parte in un film con visibilità, in quella che per lui sembra l’eterna gavetta di Hollywood, Scott firma per una parte in cui Ben Affleck lo appende al muro e lui, invece di ucciderlo muovendo un sopracciglio, non reagisce e sparisce dal film, forse anche più umiliante di quella volta in cui è stato picchiato dalla cappa di levitazione del Dottor Strange.

L’unico motivo di interesse, oltre l’evidente umiltà di Scott Adkins è il fatto che in questo film abbiamo due “fratelli” Batman, uno ufficiale e uno che si è auto candidato per un provino, che però, risulta comunque un fratello di Ben Affleck più credibile di Casey, il fatto che “The Rip” sia uno dei film più visti su Netflix, non depone a favore di nessuno secondo me.

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