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The Rocky Horror Picture Show (1975): l’alieno in reggicalze che ci ha insegnato l’accettazione di sé

Una voce si aggiunge al coro di questa Bara, lugubre e piena di strampalati personaggi, per festeggiare i primi cinquant’anni di un classico molto in linea con questa pagine, date il vostro più caldo benvenuto ad una nuova recensitrice il suo nome è Rebel Rebel, fin dal nome d’arte potete intuire il suo buon gusto e quindi, benvenuta in questo cavo di matti, il palcoscenico è tuo!

Tanto lo so che l’avete letta cantando e se lo avete fatto, siete tra i giusti.

Quando l’amico Cassidy mi ha domandato se mi andasse di scrivere qualcosa su The Rocky Horror Picture Show, ho avuto per un istante la tentazione di rinunciare. Al solo nominarlo nella mia mente iniziano a turbinare le immagini e a risuonare le canzoni che, manco a dirlo, conosco a memoria.

Le perfette labbra rosse (appartenenti a Magenta, l’attrice Patricia Quinn) che scivolano in primo piano su sfondo nero mimando le parole di Science Fiction/Double Feature, la collana di perle di Frank (Tim Curry), le sue zeppe scintillanti e la  camminata di spalle verso il suo trono, al ritmo irresistibile di Sweet Transvestite,  la danza del Time Warp eseguita da una carnevalesca sfilata di improbabili individui…it’s just a jump to the left, Meat Loaf (Eddie) che scorrazza in motocicletta con la testa affettata, la piscina del don’t dream it, be it con tutta la potenza della sua carica erotica….

Aiuto, ho pensato! Da dove comincio? Come faccio a tradurre con parole comprensibili, per chi avesse la pazienza e la curiosità di leggere, ciò che ha rappresentato questo film per me, per i miei amici, per un’umanità di seguaci che da Londra si è riprodotta e propagata dagli Stati Uniti a mezzo mondo e che resiste da 50anni a questa parte?

Come immagino Bariste e Baristi.

Da qualche parte devo pur iniziare e allora partiamo con un filo di storia. Il film The Rocky Horror Picture Show viene proiettato per la prima volta negli Stati Uniti nel settembre del 1975,  distribuito dalla 20th Century Fox, ideato da Richard O’Brien e diretto da Jim Sharman. Si tratta dell’adattamento cinematografico di una commedia teatrale londinese del 1973, ideata dalla stessa coppia di artisti, O’Brien alla sceneggiatura e Sharman alla regia. Nella Londra Underground degli anni ‘70,  la commedia ha un sorprendente successo. Mette i brividi pensare cosa potesse essere la città in quell’epoca: un fiume carsico in fermento in cui stava fluendo una grande trasformazione culturale, l’ascesa di movimenti musicali come il punk, l’emergere di artisti della portata rivoluzionaria come David Bowie e i Pink Floyd. Il terreno era più che fertile per partorire cose straordinarie.

Lo spettacolo teatrale aveva luogo nel piccolo studio sopra la Royal Court Theatre di Londra, e leggenda narra che sia stata proprio la prima moglie di David Bowie, Angie, ad inaugurare la partecipazione del pubblico alla rappresentazione, urlando a Rif Raf «No, non farlo!» mentre minaccia di uccidere il dottor Frank-N-Furter con una pistola laser. Si narra anche che, in origine esistesse una sola servitrice di Frank ma che si pensò di creare un secondo personaggio perché fosse interpretato da Marianne Faithfull che si era dichiarata interessata al progetto e non è un’ipotesi peregrina il fatto che Mick Jagger avesse potuto vestire i panni di Frank. Le similitudini si attraggono, tutto torna.

Affrontate la vita con la classe e lo stile di Eddie.

Tuttavia il film americano, di impianto quasi totalmente britannico, viene accolto a pernacchie da critica e pubblico (sale vuote, critiche feroci), ma di lì a poche settimane accade una sorta di miracolo. Nelle poche sale in cui rimane in programmazione i gestori si accorgono che gli spettatori ritornano ad ogni proiezione successiva, cantano le canzoni insieme ai personaggi, ripetono le battute, sino a che, allo spettacolo di mezzanotte del cinema Waverly Theater di New York, il proprietario dà vita alla prima audience partecipation compiuta davanti ad uno schermo, la prima di un’infinita serie. Getta riso sulla testa degli spettatori durante la scena del matrimonio e spruzza acqua durante la scena del temporale. Parte da qui un fenomeno inarrestabile e forse inspiegabile per il quale RHPS rimane l’unico film al mondo di cui non si è mai interrotta la programmazione. In Italia arriva nel 1976 e nel 1980 fa la sua comparsa nel cartellone del cinema Mexico di Milano che diventa una delle cinque Rocky Horror House del mondo. Il sabato sera just around midnight ci si infilava nelle macchine e si raggiungeva via Savona pronti per vivere un’ennesima serata di gioiosa follia collettiva, avvolti in una nuvola di fumi non meglio identificabili che aleggiava sulle nostre teste.

Dr. Scott… Suck my cock!

Il genio che sta dietro alla nascita di RHPS, prima in versione teatrale e poi nella conversione a film, è Richard O’Brien. Non solo veste i panni dell’inquietante e deforme Rif Raf ma è l’autore della colonna sonora e co-sceneggiatore del film, ma RHPS non sarebbe ciò che è divenuto senza la performance straordinaria di Tim Curry. Il ruolo è sempre stato suo, dal palcoscenico da 63 posti di Londra fino alla trasposizione cinematografica. Questo raffinato, straordinario attore inglese, con la sua lunga gavetta di teatro, ha dato vita ad un’icona di trasgressione e sessualità con cui per sempre si fonderà nell’immaginario collettivo.

Tim Curry, una vita da icona mascherata e truccata.

Le movenze teatrali, intrise di esagerata felinità,  la sensualità ostentata, l’ironia british che ha immaginato per Frank, hanno plasmato un personaggio unico, pressoché eterno. L’ho rivisto in seguito in altri ruoli, inclusi ruoli drammatici interpretati magistralmente, ma per me era come vedere Frank-N-Furter che recitava quei personaggi. Probabilmente la sua fortuna ha delimitato anche il suo confine, ma che confine direi! Ne valeva senz’altro la pena. In un mondo giusto, almeno per me, l’incomparabile interpretazione di Tim Curry nel RHPS avrebbe meritato un Oscar.

La trama in breve: Enter at your own risk!!

Dopo aver partecipato al matrimonio di una coppia di amici, i fidanzatini novelli, dolci e ingessati, Janet Weiss (Susan Sarandon) e Brad Majors (Barry Bostwick) decidono di raggiungere il vecchio professore Everett Scott (Jonathan Adams) per annunciargli il loro fidanzamento.  Come si conviene, la notte è buia e tempestosa, la radio gracchia la notizia delle dimissioni di Nixon, e una ruota bucata costringe la coppietta a cercare riparo nell’unico luogo illuminato a disposizione, un sinistro castello in mezzo al nulla. Li accoglie il maggiordomo deforme Rif Raf con Magenta, sua sorella servitrice anch’essa,  e una volta entrati, Janet e Brad, realizzano di trovarsi nel bel mezzo del Convegno Annuale dei Transilvani. La festa è a dir poco eccentrica, ed è solo un piccolo assaggio, perché è a questo punto che fa la sua comparsa il padrone di casa, il dottor Frank-N-Furter. E’ presto chiaro che lui e la sua improbabile compagnia sono esseri alieni provenienti dal pianeta Transexual nella galassia di Transilvania. Come il suo all’incirca omonimo dottor Frankenstein, anch’egli ha dato vita ad una creatura, Rocky (Peter Hinwood) un bellissimo mostro tutto muscoli e capigliatura d’oro, dato alla luce allo scopo di amare e dare piacere incondizionato al suo creatore. Frank  si dimostra disposto a qualsiasi nefandezza pur di ottenere il suo schiavo d’amore. Ha asportato metà cervello ad Eddie, e lo ha congelato in caso servissero altri pezzi. Il ragazzaccio è il nipote del dottor Scott, ed un tempo amante della sua fedele servitrice Colombia (Nell Campbell). In un impeto di gelosia Frank louccide,spezzando il cuore della domestica. Eppure non tutti gli abitanti del castello sono fedeli al loro leader e contenti di rimanere sulla Terra; c’è qualcuno che desidera ritornare al Forbidden Planet e mettere fine alle velleità scientifico-erotiche del Master. Un inganno è ordito alle spalle di Frank, il quale pagherà cara la propria dissolutezza e la ricerca del piacere oltre ogni  forma di scrupolo. Janet e Brad, alquanto all’asciutto in tema di libido, senza opporre convinta resistenza, scopriranno i piaceri del sesso liberato da ogni convenzione borghese e usciranno per sempre cambiati (rinati) da questa avventura.

Visto climax appena meno convinti e convincenti di questo.

Se ad una popolazione aliena (eccetto quella indigena del pianeta Transexual, già a conoscenza del fenomeno) dovessimo rappresentare il significato della parola cult nella cultura occidentale dell’ultimo secolo, direi che pescare dalla scatola questo film, sarebbe la cosa più semplice. The Rocky Horror è un pezzo unico la cui categorizzazione è alquanto impossibile. Se proprio dovessimo infilarlo in un genere, diremmo che siamo in presenza di un B-movie, una commedia musicale a tema horror/fantascientifico. La struttura del film è quella di un musical con dialoghi e scene interrotte da numeri musicali, è comico al modo del dark humor britannico per il quale gli argomenti della morte e della sessualità vengono affrontati con pazza e grottesca irriverenza. La scena della cena pseudo-aristocratica con i servitori che lanciano malamente cibo e vino ai commensali e con Tim Curry/Frank che taglia l’arrosto con un coltello elettrico da casalinga americana della middle-class nel giorno del ringraziamento, è una gemma. Il nome stesso del protagonista, Frank-N-Furter è un gioco di parole che fa riferimento sia al capolavoro di Mary Shelley che ad un tipo di wurstel chiamato così in lingua inglese. Il film riprende qua e là molti clichè del cinema horror e fantascientifico: dalla tetra musica d’organo, al castello isolato, agli elementi vampireschi, agli esperimenti alieni sugli umani. Anche le citazioni di genere non mancano, King Kong, Flash Gordon, ricorrono nelle parole delle canzoni, nella scenografia, come nelle battute del film.

La scelta estetica glam-rock–camp, con le calze a rete strappate, i costumi sgargianti, il trucco vistoso, sono gli ingredienti di una ricetta tendente all’esagerazione, serve tutto allo scopo. Si è disegnato un preciso abito con cui si è messo in scena un film che prima di ogni cosa è gioiosa satira sociale, un vero e proprio monumento alla trasgressione, una dichiarazione d’amore verso il freak, un incitamento a fregarsene del perbenismo, uno sputo in faccia al conformismo. Il messaggio corre potente nelle parole che pronuncia a canta Frank «Non c’è reato quando provi piacere» sussurra avvinghiato a Brad e Janet nell’atto di sedurli con diabolica facilità. I diversi, i disadattati, gli outsider sono i ben accetti, qui ognuno ha diritto di cittadinanza piena. L’intimidazione e l’inibizione sociale che subiscono gli individui ottenebra la capacità di vivere appieno il proprio corpo e le proprie tendenze: don’t judge a book by his cover, canta Frank, ovvero sii libero dagli stereotipi imposti per controllarti, il fine è vivere sguaiatamente quanto si vuole, votati alla ricerca del puro piacere. In breve e popolare linguaggio: vivi, godi e fottitene.

LGBTransvestite from Transexual, Transylvania.

Frank dopo aver ucciso a colpi di piccone il povero Eddie, esclama mortificato «Era un superato», ma chi avrebbe il coraggio di affermare che il concetto dell’abbattimento delle restrizioni sessuali e quindi delle libertà individuali nel senso più alto del termine sia superato? Io no, e voi?

Ed ora, il parere non richiesto di Cassidy

Veramente ho ben poco da aggiungere se non che sono molto felice di avere Rebel Rebel a bordo, fateci sapere nei commenti quanti e quali altri post volete leggere scritti da lei, che oggi ha esordito con il compleanno di quello che è a tutti gli effetti un Classido!

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