
Oggi si corre gente, non abbiamo tempo per il riscaldamento, entriamo subito nel vivo della questione, seguitemi perché sarà un ragionamento un po’ contorto: Stephen King per molti autori cinematografici è sempre stato un banco di prova, quasi un rito di passaggio.
Prima o poi un film tratto da un romanzo di King lo hanno diretto tutti, ma proprio tutti i più grandi registi, una corsa ad accaparrarsi i diritti dello scrittore del Maine che a volte, ha lasciato indietro le briciole a qualcuno, per esempio, tra tutta la produzione kinghiana, non penseresti mai che La zona morta fosse il soggetto ideale per Cronenberg, che però ne ha comunque tratto un grande film, così come La metà oscura, non la prima trama a cui penseresti per Romero, e così Christine, anche se John Carpenter è sempre stato una Rockstar e il Rock ‘n’ Roll in quel gioiello non manca.
Nella mia testa (matta) di appassionato di cinema e “Fedele lettore”, un solo romanzo per me era fatto dal sarto (ovvero King) per Giovanni Carpentiere, mi riferisco proprio a “L’uomo in fuga” del 1982 scritto da zio Stevie con lo pseudonimo di Richard Bachman, quel finale, se lo avete letto, è una spremuta del Carpenter più incazzato e politico di Essi Vivono, due opere non a caso ispirate dall’amministrazione di un presidente/attore come Ronald Reagan. Il primo, e giustamente amatissimo adattamento del libro di “Tricky Dicky” Bachman che abbiamo avuto, è stata la sua versione più muscolare, pop, esagerata nel voler sottolineare la natura grottesca della storia, mi riferisco ovviamente al bellissimo L’implacabile con Arnold Schwarzenegger, questa lunga premessa ci porta finalmente al 2025, non quel futuro pazzo descritto nel libro, ma il nostro, che comunque è altrettanto pazzo.

La serie tv “Welcome to Derry”, Life of Chuck, The Monkey, se qualcuno si decidesse a distribuirlo anche da noi (ma per voi ci penserà la Bara, restate in zona) “The Long Walk”, ma anche Black Phone 2, che comunque è farina del sacco della progenie Joe Hill, quest’anno King va un casino (quasi-cit.) e “The Running Man” arriva un po’ come il titolo grosso e kinghiano del 2025, per un regista dal citazionismo colto come Edgar Wright, il suo rito di iniziazione.
Anche qui, forse “L’uomo in fuga” non è il soggetto ideale per il cinema del regista inglese, uno che nella carriera ha affrontato tutti i generi giusti, molti dei quali con la Trilogia del cornetto, per poi passare ad un cine-comics sottovalutatissimo, ad uno dei migliori omaggi a Walter Hill di sempre e un altro a Mario Bava, sono – letteralmente! – corso in sala a vedere la sua ultima fatica che conferma che beccami gallina, io un film brutto dell’inglese devo ancora vederlo, qui si scherza con la sua rubrica a tema, ma nemmeno tanto: Edgar was always (W)right!

Nuovi Stati Uniti, nei bassifondi di Co-Op City vive Ben Richards (Glen Powell), il tipico uomo qualunque, ultimo degli ultimi con la schiena dritta, una scarsa capacità di mordersi la lingua davanti alle ingiustizie e un caratteraccio, insomma uno di noi. Il fatto di dimostrarsi ancora umano gli è costato il posto di lavoro e l’iscrizione alle liste nere per insubordinazione, inoltre, rischia di perdere sua figlia per una banalissima influenza di cui non ha i soldi per pagare i medicinali, anche se la moglie è costrette a fare doppi e tripli turni in un locale notturno cercando di mantenere a sua volta la dignità. L’unica via d’uscita è diventare un “Runner” nel più popolare programma televisivo della nazione, quello che dà il titolo al film: se riesci a fuggire per trenta giorni vinci tanti di quei soldi da fare schifo, ma sulle tue tracce avrai dei pericolosi cacciatori, dovrai rendere conto ogni giorno della tua condizione attraverso un video e chiunque, anche l’ultimo dei passanti potrebbe denunciarti per vincere un po’ di soldi, il tutto tra scommesse, pronostici e una gara ad eliminazione fisica che è il più grande spettacolo per il pubblico americano.

“The Running Man” è una gara, questo è chiaro, ma più che altro è una gara di equilibrismo vinta da Edgar Wright che con il suo ritmo travolgente, ci racconta Ben Richards beh, in corsa, le sue motivazioni avvengono mentre lo vediamo impegnato in sequenze d’azione sempre più articolate, ma la vera gara nella gara è quella giocata dal regista stesso, questi miei occhi hanno dovuto assistere alla solita pletora di commento su “Infernet” di spettatori, testuali parole, “Stanchi di vedere sempre i soliti remake” salvo poi, dati alla mano, arriviamo dall’ottobre con meno rifacimenti e seguiti in sala ma anche quello con meno affluenza di pubblico al cinema degli ultimi ventisette anni, conferma che molti “cinefili” (virgolette obbligatorie) piangono ma poi guardano solo quello che passa su Netflix e uno sveglio come Wright non se lo meritano nemmeno, perché la sua operazione è più vicina a quello che prima di lui, avevano fatto solo i Coen, ovvero rifarsi più al libro originale, ma con una postilla doverosa.
L’implacabile era davvero troppo troppa (cit.) per essere ignorato, Wright sveglissimo, sa che il pubblico si innamora della prima versione della storia che incontra, quindi le strizzate d’occhio, da uno che ha sempre fatto citazionismo mai fine a sé stesso nei suoi film, me le aspettavo e le ho ritrovate, a partire dalle banconote con il presidente Arnold ad esempio.

Colman Domingo è straripante nei panni di Bobby Thompson, il conduttore del programma, esagerato quanto lo era il presentatore de “L’implacabile” ma applicato alle logiche del 2025, ed è qui che Wright vince la sua seconda gara nella gara. Il romanzo del 1982 di Bachman è stato superato a destra dalla realtà, se ci pensate in tutti, persino in quel finale Carpenteriano che un brutto giorno di dicembre di ventiquattro anni fa è stato rovesciato, tipo mossa di Judo addosso agli americani. Per questo le difficoltà di un film come “The Running Man”, nel 2025, sono molteplici: i confronti con il libro, il confronto con la versione con Schwarzenegger e l’inevitabile raffronto con il 2025, che per certi versi è più distopico di un racconto nato per descrivere una distopia. Gente! Ho scritto “Distopico”, recensione omologata, ora manca solo che scriva “Un pugno nello stomaco” per allinearmi a come parlano e scrivono i cinefili che guardano solo Netflix!

“The Running Man” è esattamente il tipo di film che mi aspettavo di vedere da Edgar Wright in questo momento della sua carriera, Ultima notte a Soho è stato ingiustamente criticato visto che è un gioiellino e ha incassato pochissimo, i suoi riferimenti a Bava e al Giallo erano un po’ troppo per pochi, King (o Bachman in questo caso) e Schwarzenegger invece sono l’esatto opposto in termini di popolarità, il risultato è un film che ha tutte le caratteristiche del suo regista, dal montaggio micidiale, al ritmo frenetico, ai momenti anche ironici – tipo il palo dei pompieri che ho trovato uno spasso – fino alla colonna sonora da urlo, che ha saputo scovare anche un pezzo dei Rolling Stones che non era MAI stato usato prima in un film (storia vera).
A proposito della colonna sonora bomba, anche per quello non mi aspettavo nulla di meno da Wright che ha sempre fatto un utilizzo creativo della colonna sonora nei suoi film, qui abbiamo un tema musicale a tratti proto-carpenteriano per certe sonorità messa su da Steven Price, applicate ad un film dove la satira riempie lo schermo, sottolineando gli elementi grotteschi in un modo che, personalmente mi ha fatto pensare a Paul Verhoeven, non so se esista complimenti migliore, ed io sono abbastanza sicuro che un regista cinefilo come Wright, qualcosa dell’Olandese sia andato a rivedersela prima di mettersi a correre dietro a questa storia.

Il risultato è un film più commercialmente appetibile per il grande pubblico – si spera che il botteghino questa volta risponda, ma visto l’appena trascorso ottobre, gulp! – che fa scelte di cast molto interessanti, a partire dal minacciosissimo capo dei cacciatori, impersonato da Lee Pace, che sembra la versione da incubo di Beachead dei G.I.Joe in versione da incubo, impersonato da un attore di cui si parla sempre poco ma che quando deve distaccarsi dal concetto di umanità per i suoi personaggi, risulta sempre efficace.
Tra i vari V-log che i concorrenti sono tenuti a sfornare, il film ha modo di cavalcare tutta la comunicazione mediatica che Richard King Stephen Bachman nel 1982 aveva solo accennato ad immaginare e che per poi è la quotidianità, quindi sotto con i personaggi che allargano il campo attorno al protagonista, come lo Youtuber anti-propaganda impersonato da Daniel Ezra, fino ad apparizioni sempre apprezzate come quella di William H. Macy, anche se l’apparizione in continuità con la filmografia di cui fa parte questo film, è quella di Michal Cera, non vi rivelerò il suo ruolo, a me ha strappato più di una risata.
A proposito di attori dati un po’ troppo per scontati, va spezzata una lancia a favore del Dan Killian, il produttore del programma, impersonato da Josh Brolin che anche lui, non arrivando ai livelli di Colman Domingo, manda a segno un bastardo di primissima categoria e tutto questo ci porta al nome per me più controverso, sì, tocca parlare di Glen Powell.

Per me un miracolato, ho visto la sua serie “Chad Powers” (magari ne parleremo) prendendomi a schiaffi in faccia, è uno perfetto per i ruoli da scemone che lo hanno generato, che però si sta mettendo su una carriera come se nella sua testa, fossimo ancora nell’anno di uscita de “L’implacabile”. Anche qui il suo personaggio si deve mascherare, in continuità con altri suoi film, per il resto si sceglie ruoli non facili in titoli molto amati dal pubblico, quindi controversi nell’Infernet del 2025. Con tutti i muscoletti al punto giusto, ovviamente non può giocarsela nemmeno lontanamente con Arnold – nessuno nella galassia può – ma almeno quando il suo personaggio deve risultare fisicamente forte, è sensato. Il problema che non è tale, forse ha troppo l’aria del predestinato per sembrare davvero l’uomo comune disperato, Powell però ci mette tutta l’intensità del caso e alla fine, devo dire che risulta la scelta azzeccata.
Il finale poi, l’ho trovato una mezza genialata, sul serio, un modo per tenere insieme le due nature, i due poli magnetici che guidano questa storia, in un finale giusto soprattutto per la filmografia di cui fa parte. Per dire tutto senza rovinare la visione a nessuno, posso dire che “L’uomo in fuga”, con il finale del libro, a Carpenter non lo faranno dirigere mai (anche perché lui deve giocare ai videogiochi e guardare l’NBA), eppure ho avuto questo finale che devo ammettere, in buona parte mi ripaga di quel mio sogno da (fedele) lettore, perché Wright ha saputo cogliere lo spirito della storia e di molti film di fantascienza distopica, o per lo meno, quelli giusti.
Quando ho visto spuntare l’aereo, ci ho sperato ma non creduto di vedere sullo schermo il finale a me già noto, ma tanto lo sapevo che Wright si sarebbe inventato qualcosa, la sua partita a “The Running Man” se l’è giocata da fuoriclasse, prendendo dal libro quanto gli serviva e dal film del 1987 tutto il resto, per esaltare in modo molto pop, tutte le storture più grottesche dell’anno 2025, non quello distopico (daje!) in cui è più o meno ambientata la storia, ma proprio il nostro. Era più difficile sbagliarlo che farlo giusto questo film nato con i mirini laser puntati addosso, Wright è una sicurezza, anche quando bisogna dirigere l’azione.

Ovviamente “The Running Man” mette Powell in tutte le situazioni più difficili, abbiamo inseguimenti, corse, salti, combattimenti quasi a gravità zero, la sfida per Wright questa volta era affrontare alla sua maniera il cinema d’azione muscolare degli anni ’80 e il banco di prova dell’adattamento kinghiano, uscito dalla sala (sempre di corsa, perché la vita va così) sarei stato disposto a rivederlo subito questo film, anche se non ha il finale anarchico e feroce del libro che ho sempre sognato di vedere adattato da Carpenter, sono ben felice di aver fatto questa corsa con la versione di uno dei pochi registi in circolazione che ha imparato da Donner o da Dante a fare del cinema citazionista, ma mai fine a se stesso, avercene di studenti appassionati di cinema come Edgar Wright!



Creato con orrore 💀 da contentI Marketing