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The Sandman – Stagione 1 (2022): enter Sandman

Lettori di fumetti, bestie strane, lo so perché sono uno di loro quindi posso criticare la categoria. Molti pensano che per legittimare la loro passione, le ore passate a leggere dialoghi dentro le vignette, ci voglia un film, un adattamento che posso nobilitare quella storia, elevandola dell’essere solo un fumetto. Oppure si potrebbe comodamente leggere Sandman per sapere che la Nona Arte può permettersi cose che gli altri formati si sognano.

Ho ignorato ogni notizia sull’adattamento di Sandman targato
Netflix per una semplice ragione, il suo creatore Neil Gaiman sono anni che
schiva registi e attori interessati a portare Sogno degli Eterni al cinema
(ciao Joseph Gordon-Levitt, era giusto che tu ci provassi) per manifesto amore
verso la sua creazione più famosa, ma era chiaro che dopo l’esperienza sul piccolo
schermo con American Gods, la
serialità televisiva era quella più vicina ai fumetti, come li chiamava Will
Eisner, arte sequenziale.

Senza girarci attorno, “The Sandman” targato Netflix è un
mezzo miracolo, si lo so non è tutto pesche e crema, ma se pensiamo all’imponenza
dell’opera originale, mettiamo sul tavolo i tanti adattamenti disastrosi visti
nel corso degli anni e soppesiamo a dovere il risultato finale, non si può non
essere soddisfatti del lavoro che hanno svolto.

L’adattamento di Sandman, che attende il suo momento, pazientemente.

Ora, io sono convinto che David S. Goyer abbia dei gran
santi in paradiso, non mi spiego come mai, con i danni che ha fatto nella sua
carriera, possa lavorare ancora e sempre su soggetti tratti da fumetto, accanto
a lui troviamo Allan Heinberg che arriva proprio dal mondo del fumetto ed è
pronto a spiccare il volo nelle produzioni per il piccolo schermo, ma il vero
collante e ammettiamolo, anche motivo del successo di questo adattamento è
stato avere a bordo papà Neil Gaiman, anzi penso che se questa serie fosse
arrivata qualche anno fa, gli avrebbero fatto anche interpretare il ruolo del
protagonista, di cui ha sempre condiviso il look da Gotico, lo hanno visto
aggirarsi in giacca di pelle (ovviamente nera) anche nel caldo di Lucca Comics
qualche anno fa (storia vera).

La presenza di Gaiman come sceneggiatore garantisce aderenza
al materiale originale, posso dirlo? Anche troppa a volte, è chiaro che un
creatore non sia troppo propenso a modificare la sua opera, anche solo per
motivi affettivi, infatti in alcuni passaggi il vecchio Neil non ha proprio
avuto il cuore di fare quelle piccole modifiche necessarie nel passaggio da
carta a schermo, il che si traduce in puntate che sembrano dei grandi “vorrei
ma non posso” (cit. Genius) come l’episodio
1×05 (“24/7”) che non allaccia nemmeno le scarpe alla sua controparte cartacea,
mentre invece anche piccoli gioiellini come l’entrata in scena dell’amatissima
sorella del protagonista, Morte, si traducono in puntate davvero toccanti come
la 1×06 (“The sound of her wings”).

Mr. Sandman, bring me a dream (bung, bung, bung, bung)

Bisogna dire che questa prima stagione ha anche una fortuna,
ma è il tipo di fortuna che ha saputo crearsi da sola, il che è un grande bene,
ovvero seguire quasi pagina per pagina i primi due cicli di storie del fumetto
(Preludi e notturni e Casa di bambola) che sono il modo
perfetto per fare la conoscenza di Sogno, strappato dal suo regno, le Terre del
sogno e intrappolato in una boccia per pesci gigante per un intero secolo, da
un mago da strapazzo come Burgess, per altro, gran scelta quella di farlo interpretare ad
un campione dei super cattivi come Charles Dance.

«Ho combattuto Arnold, Alien e gli Stark, cosa potrebbe andare storto?»

“Sandman” è una storia con cosi tante chiavi di lettura da
perdere la testa, la più facile è forse descriverla come la storia di un Dio
che impara ad essere un po’ più umile, per certi versi un romanzo di formazione
di uno che non è nemmeno umano, ma che ha infinita influenza sugli umani, visto
che passiamo la maggior parte della nostra vita nel suo regno, sognando. Il
resto lo passiamo in bambola attaccati allo smart-telefono, ma quello è un
altro discorso.

Seguendo i primi due cicli di storie e il ritorno di Sogno
nel mondo, come spettatori facciamo la conoscenza di quasi tutta la sua
famiglia e dei suoi nemici, come il terribile Corinzio (la faccia da schiaffi
di Boyd Holbrook), persino nei passaggi più strettamente fumettistici, come l’entrata
in scena del duo composto da Caino e Abele (nati sulle pagine di Swamp Thing e presi in prestito da
Gaiman) si vede quanto questa serie voglia restare fedele al materiale
originale, non senza qualche compromesso, lo so che state aspettando che io
arrivi a quella parte.

Là fuori su “Infernet” ci sono fior fiori di persone pronte
a giudicare, anche i film e le serie tv, in particolare con i mirini laser
puntati sulla famosa (o famigerata, questo dipende da voi) ideologia “Woke”
posso dirlo? Io mi faccio due coglioni così a dover anche solo dedicare un
paragrafo a questo roba, mi annoia, perché tanto ormai pare che il caro vecchio
spirito critico (o la bontà di un’opera) passi tutta dal famigerato “Politicamente
corretto alla grappa” che per me è come guardare il dito, invece della Luna che
sta indicando, però per “The Sandman” mi tocca quindi balliamo.

«Mettiamoci al lavoro, sapevo che questa porzione di post sarebbe stata inevitabile»

Chiunque abbia letto il fumetto sa che Neil Gaiman è sempre
stato inclusivo nello scrivere le sue storie e i suoi personaggi, lo dico fuori
dai denti, il primo personaggio trans che ho mai incontrato nella mia vita di
lettore (anche prima di Cinzia Otherside
intendo) è stata Wanda, proprio sulle
pagine di “Sandman” e sfido chiunque a dire che non fosse un gran personaggio,
scritto con la giusta sensibilità e ammettiamolo, anche come si fa in Paradiso.
Ma come questo potrei fare svariati esempi sparsi lungo i 75 numeri di “Sandman”.

Che poi Netflix come sua politica aziendale, abbia dei
casting orientati all’inclusività a tappeto nelle proprie produzioni è cosa
nota, quindi Gaiman e la casa della grande “N” rossa si sono trovati a metà
strada, voglio essere chiarissimo, il fatto che il bibliotecario e maggiordomo
di Sogno, Lucien, nella serie tv sia diventato una donna di colore cambia
qualcosa ai fini del personaggio? A mio avviso proprio nulla, se leggendo il
fumetto avessi trovato la Lucienne di Vivienne Acheampong non sarebbe stato
strano per le abitudini di Gaiman e nemmeno avrebbe cambiato qualcosa della mia
esperienza leggendo il fumetto.

«Stai discendendo lungo una china pericolosa Cassidy della Bara, il regno di Infernet non perdona»

Forse è un po’ più strano per me, vecchio lettore, vedere
Morte interpretata da Kirby Howell-Baptiste, perché l’amatissima sorella del
protagonista è la quinta essenza della ragazza Dark, per altro la prima cosplayer
che ho visto dal vivo nella mia vita, quando non conoscevo nemmeno il
significato di questo termine, era proprio una ragazza che impersonava Death
(storia vera). Ma è chiaro che un vecchio “darkettone” come Gaiman si
rifacesse, quando ha scritto il fumetto sul finire degli anni ’80, al suo
immaginario (anche musicale) di allora, secondo voi per uno spettatore medio
dell’anno di grazia 2022 sarebbe più facile incrociare per strada una ragazza
di colore con gli anfibi ai piedi o una pallidissima dallo stile gotico? Al netto di quanto
funziona bene e coglie nel segno il già citato episodio “The sound of her wings”
questa modifica a mio avviso, non altera il senso della storia o del
personaggio.

«Non fare quella faccia da Sad-Keanu, piacerò ai fan di Star Wars perché sono la Morte nera», «Ok, dopo questa freddura sono ufficialmente triste»

Così come Lucifier, che qui ha il volto e i riccioli di Gwendoline
Christie resa celebre da Giocotrono,
forse la vera delusione era per chi si aspettava di trovare nel ruolo Tom Ellis,
titolare della serie omonima, liberamente (mooooooolto liberamente) tratta dal
fumetto nato da una costola di “Sandman”, ma non ho mai sentito nessuno
lamentarsi per la scarsa somiglianza di Tom Ellis con la controparte cartacea,
forse erano tutti impegnati ad ammirare gli addominali dell’attore.

«Ehi ma tu non sei Tom Ellis», «E tu non sei etereo e svolazzante in un tetro mantello nero, però almeno io sono alta, tappo».

Va un po’ (tanto) peggio con Johanna Constantine,
ufficialmente Gaiman ha dichiarato che non potendo contare sui diritti di
sfruttamento dell’originale John Constantine, in mano pare al maledetto GIEI
GIEI che pare stia facendo qualcosa con il personaggio (vedete? È sempre colpa
sua!), sia stato necessario il cambiamento, sarà ma qui il casting è il
peggiore possibile. So che Jenna Coleman ha tanti ammiratori, ma personalmente
non l’ho mai sopportata, fin da quando in Doctor Who interpretava la precisissima Clara, l’insopportabile Clara, la
maestrina che tutto sapeva. Passare dal campione del mondo dei figli di… John Constantine ad una che al massimo
può essere solo molto irritante, per me è una grande perdita, per fortuna “Give
me hope, Johanna” (quasi-cit.) compare pochissimo come già faceva il ben più
azzeccato John, quindi stiamo parlando di danni limitati.

Andiamo! Quasi mi tocca rivalutare Keanu Reeves in quel fimaccio del 2005.

Anche se mi rendo conto che agli occhi di uno spettatore
casuale, che comincia a seguire la serie trovandola sul paginone di Netflix e
senza conoscere il fumetto, questa marea di personaggi fluidi possano saltare
agli occhi per quello che sono, la solita applicazione di una formula, anche se
qui con il benestare di un autore che già aveva detto la sua (in tempi non
sospetti) sull’argomento. Quindi mi ha fatto sorridere il fatto che questa
serie, che si affanna così tanto ad essere inclusiva, forse senza volerlo abbia
abbattuto un cliché tipico degli ultimi anni, ovvero che il cattivo sia sempre
un maschio bianco eterosessuale, siccome il Corinzio della serie tv non è
etero, forse questa serie senza nemmeno volerlo per davvero ha abbattuto un’altra
barriera!

«Dovresti preoccuparti di come ti ucciderò, non di chi mi porto a letto»

Ma posso essere onesto? Ho scritto fin troppo sul casting di
“The Sandman” che da vecchio lettore non rappresenta per me un problema (lo
stesso Sogno cambia corpo e genere svariate volte nel fumetto, potrebbe averlo
fatto anche per manifestarsi al pubblico del piccolo schermo, pensate
quadrimensionalmente!), quello che mi ha disturbato di più è il cappotto di
Sogno, che lo fa sembrare un cosplayer di Sherlock.

Il problema ovviamente non è il cappotto in sé, Sogno si manifesta
agli umani con un aspetto che non faccia esplodere loro la testa, facendoli
impazzire come i protagonisti dei racconti di Lovecraft di fronte all’impossibile,
più che altro il cappotto è un (basso) espediente per parlare dell’estetica
della serie, se avessero sporcato un po’ più il foglio forse sarebbe stato
meglio, non solo per avvicinarsi alle tavole di Sam Kieth o alle copertine di
Dave McKean (che nella serie si occupa dei titoli di coda, un mosaico sparso
lungo dieci episodi più uno speciale), in tanti momenti una fotografia meno
laccata, una messa in scena meno pettinata e magari molto più onirica (quando
sognate, i vostri sogni sono sempre a fuoco? I miei raramente) avrebbe aiutato
anche a rendere più credibili certe trovate (con il cuoricione palesemente di
plastica dell’ultimo episodio) che su carta risultano omogenei al resto per via
dei disegni, ma sul piccolo schermo spiccano rischiando di
risultare un po’ comici.

L’episodio che può far diventare gattofili anche i più cinofili.

In tal senso ho apprezzato per due ragioni il fatto che a
distanza di qualche giorno dalla messa in onda della prima stagione, Netflix
senza preavviso, abbia gettato sul suo paginone un undicesimo episodio
speciale, doppio per altro, in cui vengono adattati molto bene i racconti “Il
sogno di mille gatti” e “Calliope”, quest’ultima la solita storia che ogni scrittore
prima o poi decide di scrivere, quella in cui si riflette sull’origine dell’ispirazione,
sulla creatività e sull’atto stesso di scrivere, per altro con il mitico Rory di
“Doctor Who” (Arthur Darvill) nel ruolo principale. Spero che nelle
prossime stagioni di “The Sandman” gli autori scelgano più spesso di utilizzare
l’animazione come fatto in “Il sogno di mille gatti”, non solo perché è il
ponte naturale tra fumetto e piccolo schermo, ma anche per omaggiare l’aspetto
onirico delle storie originale.

Insomma la prima stagione di “The Sandman” è un colpo
sparato nella direzione giusta che centra il bersaglio, non proprio al centro
perché l’operazione era comunque ambiziosa, ma sono convinto che chi ha amato
il fumetto possa comunque ritenersi soddisfatto e chi invece non lo conosce
beh, un po’ lo invidio. Si perché non solo ha l’occasione grazie a questa
serie, di calarsi in uno dei mondi immaginari più incredibili che siano mai
stati scritti e disegnati, ma anche perché volendo potreste farlo due volte,
guardando la serie e leggendo il fumetto. Di mio in questo momento non posso che consigliarvi di fare entrambe le cose, fino alla prossima stagione di “The Sandman”, buona notte e sogni d’oro.

Dream a little dream of me (cit.)
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