
Rispetto alla tabella di marcia che avrebbe dovuto rendere Dwayne “The Rock” Johnson una sorta di Arnold Schwarzenegger 2.0, mancano giusto un paio di cosettine, di poco conto eh? Tipo aver azzeccato quei tre o quattro film leggendari e una serie di altri titoli mitici, infinitesimale dettaglio che a Johnson non è mai riuscito, malgrado sia giustamente popolarissimo e amatissimo dal pubblico.
L’unico colpo che a The Rock potrebbe entrare, è quello, un giorno, di fare il salto in politica puntando alla Casa Bianca che è davvero l’unico obbiettivo che Arnold, per motivi di passaporto, ha mancato, per farlo però bisogna tentare altre strade, nello specifico, quello che qui alla Bara chiamiamo: il ruolo drammatico intimista.

Prima o poi nel “Ruolo drammatico Intimista” (copyright La Bara Volante) ci sono passati tutti, il RDI funziona meglio se applicato ad attori e attrici noti per lavori dal tono diverso, fateci caso, Pamela, Brendan e prima di loro Mickey Rourke con “The Wrestler” (2008), che resta il modello di riferimento più vicino a questo “The Smashing Machine”.
Dwayne “The Rock” Johnson si era messo sulle piste di questa biografia da diverso tempo, la storia personale di Mark Kerr è fatta dal sarto per lui, non solo per via della somiglianza fisica, ma anche per i trascorsi da Wrestler di Rock, abbiamo avuto bisogno della casa di produzione A24 e della regia (e sceneggiatura) di Benny Safdie per arrivare a concretizzare tutto questo. Il classico film, come lo chiamiamo a casa Cassidy, da film festival, quello che si riconosce dalla NUCam (copyright La Bara Volante) ovvero l’inquadratura sulla nuca del protagonista seguito dalla macchina da presa, che compare anche qui, nella versione persone di “The Wrestler” del nostro amico Johnson.

La storia è sfiziosissima, Mark Kerr è una macchina da combattimento indistruttibile, la “Smashing Machine” del titolo, uno incapace di perdere perché semplicemente fisicamente superiore a tutti, nel suo esordio come lottatore di arti marziali miste nella UFC, subisce la prima sconfitta e questo apre il tema del film, in linea con la maggiore sensibilità relativa alla salute mentale che per fortuna ha iniziato a fare capolino nella nostra società e di conseguenza, anche nei film, come abbiamo visto anche recentemente con un’altra biografia.
Il senso di “The Smashing Machine” è tutto qui, bisogna saper perdere, non sempre si può vincere (cit.) che è un messaggio che dopo decenni di cultura della distruzione dell’avversario e di risultato come unica ragione di vita, in tutti i campi (tipo il lavoro), dovrebbe risultare ancora più efficace se raccontata utilizzando il corpaccione di uno che aspirava essere come gli eroi dell’azione anni ’80, solo un po’ in ritardo sulla tabella di marcia. Benny Safdie ci cala nel racconto con un 4:3 che fa subito 1997 o al più tardi, 2000, proprio gli anni in cui è ambientata la storia per presentarci la prova mimentica di The Rock, anche se qui, ci vuole il primo grosso distinguo.

Lo sapete, è fin troppo in voga presso il pubblico, quello che io chiamo “L’effetto ma è uguale!” (copyright La Bara Volante, perdonatemi, oggi va così), per molti l’unico metro di paragone di una buona prova, ma parliamoci chiaramente, per uno con il fisicone di Dwayne Johnson, essere tornato a recitare con i capelli – per un po’ nell’ultimo atto torna la boccia – e con i sopracciglioni da Peo Pericoli, può essere considerata vera “trasformazione”? Preferisco parlare del trasporto che Rock ci mette nella parte, perché comunque con il fisico e i suoi trascorsi personali, tutte le scene di lotta, che per fortuna sono tante, risultano totalmente credibili.
L’operazione di mimetizzazione la fa anche il regista Benny Safdie, qui in solitaria senza il compare Josh, per un altro film dal taglio volutamente documentaristico, quel passaggio dal 4:3 al solito formato lo mette in chiaro, perché devo ammettere che in almeno un paio di scene, l’operazione di trasformazione vera, “L’effetto ma è uguale!” lo ha cercato proprio il regista con il documentario sulla vita di Mark Kerr, che in certi momenti sembra la copia lavoro di questo film, se vi è capitato di averlo visto, un po’ di effetto Déjà vu.

È da mettere in conto, e senza rovinare la visione a nessuno, anche l’ultimissima sequenza, non fa che riportarci idealmente a quella dimensione di documentario sulla vita di Kerr che mi ha un po’ straniato. Va detto che Safdie fa di tutto per rendere la trama più cinematografica possibile, però ho trovato tutto talmente già visto – e non per via del documentario – da essere rimasto con la sensazione, non di aver visto un nuovo film, ma di averne rivisto uno che già conoscevo: la fidanzata innamorata ma scalmanata (Emily Blunt bravissima e strizzata in vestitini per risultare più formosa, no dico, brutto?), l’amicizia fraterna con Mark Coleman (Ryan Bader) e anche le varie crisi del protagonista, anche per chi non avesse mai sentito parlare di Mark Kerr, il rischio guardando “The Smashing Machine” è di percepirlo come la solita biografia, molto curata, con un cast in palla, ma poco altro, un po’ come dire che tu, sì tu che stai leggendo, che “The Smashing Machine” non lo hai ancora visto, ma in realtà è come se lo avessi già visto, il che non aiuta il livello di coinvolgimento.
Quello che ho apprezzato è tutto il comparto tecnico, anche se poi ci sono scivoloni che boh, sul serio non si poteva scegliere un brano diverso di “My way” cantata da Frank Sinatra, per quel momento di presa di coscienza del personaggio? Tutto bello, ma di un didascalico che lèvati, ma lèvati proprio.

Cosa ho trovato davvero convincente? La parte più facile, The rock che per una volta non interpreta The Rock, ma comunque un personaggio così tanto nelle sue corde da poter essere interpretato così bene solo da lui, che per certi versi è anche più difficile, il rischio era quello di non recitare un’altra volta, cosa che il buon Dwayne Johnson per nostra fortuna non fa, rivelandosi molto bravo.
Come sapete a me dei premi cinematografici interessa molto poco, mi stanno molto più a cuore i film, con una prova così, anche solo per l’idea di un attore “di genere” che si cala nel RDI, di solito è il tipo di gesto che piace tanto all’Accademy, sempre pronta a “redimere” qualche poveretto salvato dal limbo dei film da Bara Volante, contenti loro. Sicuramente Rock ci credeva molto nella parte e la sua onestà traspare nella prova, ma oltre a questo, se il pubblico ha bisogno di trovate così per poter guardare dall’inizio alla fine un film dove gente si mena a colpi di arti marziali miste, mi fa intuire che questa Bara, con il suo prodigarsi per i film di genere, ha ancora molti chilometri di volo da fare.

Anche perché poi, giocarsi la scena drammaticona del litigio tra tinello, corridoio e camera da letto, sulle note di Jungleland, mi è sembrato davvero un tentativo di fare della captatio benevolentiae nei confronti del sottoscritto, quindi della Cassaptatio benevolentiae, giocandosi un pezzo bellissimo a contorno di una scena drammatica classica, anche un filo melodrammatica, ma il dubbio più grosso che ho avuto è che “The Smashing Machine” sia la storia in cui Mark Kerr è il co-protagonista dell’altro Mark, ovvero Mark Coleman.
Senza rivelarvi nulla della storia, ad un certo punto ho realizzato che le biopic qui, fossero come le Matrioske, una dentro l’altra, per altro, se di “trasformazione” o di completa calarsi nel personaggio dobbiamo parlare per Rock, allora bisognerebbe farlo anche per Ryan Bader, campione di MMA che al suo esordio come attore, certo gioca in casa garantendo totale credibilità nei combattimenti, ma anche una solidissima prova nella biografia nella biografia. Detta fuori tra i denti, per gli standard cinematografici classici, a volte sembra lui il protagonista di “The Smashing Machine”, forse è questa l’unica vera sorpresa del film di Benny Safdie.


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