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The Stand (2021): L’ombra dell’ombra dello scorpione

Abbiamo pensato tutti al fatto che il 2020 e il suo
altrettanto degno seguito, ovvero il 2021, siano stati sceneggiati da Stephen
King, una frase che penso sia stata stampata su qualche maglietta per un
concetto talmente chiave, che lo abbiamo affrontato anche parlando del primo
adattamento del romanzo di zio Stevie, ovvero la miniserie L’ombra dello scorpione di Mick Garris.

Poteva essere una grande mossa di marketing riportare sul
piccolo schermo “The Stand” proprio nel 2020, qui da noi in onda su Starzplay
dal 3 gennaio. Josh Boone il regista
e curatore di questa miniserie ci stava lavorando da parecchio tempo ma come
tutti noi, è stato beffato da una pandemia mondiale che gli ha rotto le uova
nel paniere, perché ammettiamolo, il 2020 quello vero, ha reso immediatamente
obsoleto tutto il suo lavoro, ma andiamo per gradi.

L’annuncio di un nuovo adattamento di “The Stand”, il
romanzo di Stephen King pubblicato nel 1978 ha attirato attenzioni, il cast
sembrava quello giusto così come il minutaggio (nove episodi con una durata
variabile tra i 53 e i 65 minuti), ma soprattutto il coinvolgimento diretto di
King, anzi dei King, perché il terzo episodio (1×03 – Blank Page) è sceneggiato
dal primo genito Owen King, mentre il finale (1×09 – The Circle Closes) diretto
come il pilota da Josh Boone, è scritto proprio da lui, papà, Stephen King in
persona che aveva annunciato una revisione, se non proprio un nuovo finale per
quello che è ricordato come uno dei suoi romanzi più lunghi e amati dai “Fedeli
lettori”. Insomma davanti a questa miniserie eravamo un po’ tutti con il cuore
gonfio di quella speranza che faceva tanto dicembre 2019. Poi è arrivato il
2020.

Riconoscete qualche faccia nota? Ma poi proprio una casa di riposo? Criiiiinge!

Stephen King non ha mai negato il contenuto leggermente
conservatore del suo romanzo, anche se in circa 1400 e qualcosa pagine zio
Stevie ha sterminato il 90% della popolazione con una banale influenza chiamata
Covid-19 Captain Trips e ricreato la società come la conosciamo, non ha
potuto farlo dimenticando le sue radici, quelle di un ragazzotto di campagna,
bianco e che qualche ora della sua vita in chiesa deve averla pur passata no?
Se così non fosse non avrebbe deciso di radunare i cattivi guidati da Randall
Flagg (con due “G”) nella “città del peccato” Las Vegas, oppure non avrebbe
identificato con un’anziana signora ultracentenaria e profondamente religiosa
come Mother Abagail il leader della fazione di quelli che per comodità
chiameremo i “buoni”.

Passare da Guinan a Mother Abagail è un attimo per Whoopi Goldberg.

Però sapete qual è l’altra grande caratteristica dei nostri
anni? Molto più della mascherina da indossare ad ogni uscita di casa? Le
polemiche in rete. Non ho verificato, ma sono certo che qualcuno avrà
sicuramente criticato il romanzo stesso, colpevole di avere protagonisti troppo
del Maine (come Frannie) o Texani (come Stu) e di aver assegnato all’unica donna omosessuale
della trama, Dayna Jurgens, un ruolo controverso da spia. Io ne sono certo che
qualcuno si sia lamentato anche di questo, infatti Josh Boone ha tentato di
metterci una pezza, facendo più danni della grandine.

Ad esempio io protesto che Glen “pelato” Bateman non sia
pelato, non siete abbastanza inclusivi!
(anche se Kojack è bellissimo)

Per la parte del sordomuto Nick Andros, la scelta
dell’attore Henry Zaga ha fatto perdere le staffe alla comunità di attori
sordomuti. Lo so cosa state pensando, sono attori, Anthony Hopkins non ha
davvero dovuto mangiare carne umana per vincere un Oscar, gli è bastato
recitare, ma è anche vero che i personaggi sordomuti da interpretare sono ben
pochi, quindi posso capire la protesta, ma i problemi di questa versione di “The
Stand” stanno a monte, sarà pure targata 2020 (da noi 2021) ma è stato lo
stesso 2020 a renderla obsoleta.

Si sarà arrabbiata anche la lobby degli attori con la benda?

La versione di quello che da noi (complice un bizzarro
cambio di titolo) abbiamo imparato a conoscere come “L’ombra dello scorpione”, si schianta di faccia su scelte sbagliate (problemi interni) e un periodo
storico rappresentano da un anno tragico come il 2020 (problemi esterni), il
risultato è fiacco, stanco, ma soprattutto vecchio. Vado a spiegare, chili di argomentazioni in arrivo sul binario uno!

King scrivendo dagli anni ’70, aveva ambientato la sua
storia negli anni ’90, riuscendo a risultare del tutto credibile nella
rappresentazione di quella decade, Josh Boone e la sua rinomata squadra di
sceneggiatori invece hanno voluto cercare di portare “The Stand” al giorno
d’oggi, ma sorpassati a destra dagli eventi di un anno pazzo e imprevedibile,
si sono ritrovati per le mani con una miniserie vecchia, più datata di quella
di Mick Garris del 1994, che non
poteva contare sui grandi nomi e il budget di cui invece dispone Boone, ma che
malgrado tutte le rughe e i limiti del formato televisivo (come lo intendevamo
nel 1994), ha colto lo spirito del romanzo molto meglio di questa nuova
versione, che avrà anche effetti speciali migliori, nomi più altisonanti nel
cast e due episodi diretti da Vincenzo Natali, ma resta davvero poca cosa e per
spiegarvi il mio punto di vista, mi tocca tirare in ballo l’ultimo adattamento
di IT.

Non so voi, ma secondo me quelli di Las Vegas si divertono di più.

“IT” (romanzo) era una storia non lineare, che rimbalzava
agilmente tra il passato (i protagonisti da bambini) e il presente (gli stessi
protagonisti quarantenni), una struttura che è stata replicata nella miniserie del 1990, che è stata ignorata
dal nuovo adattamento del romanzo, che ha preferito giocare sul velluto
dividendo in due film, il primo con protagonisti i bambini e il secondo con gli
adulti, una storia che invece funzionava poiché teneva i piedi a cavallo tra
presente e passato, proprio perché i perdenti di “IT” sono adulti irrisolti, che
devono tornare a fare i conti con le paure e gli orrori che pensavano di
essersi lasciati alla spalle.

“L’ombra dello scorpione” (romanzo) invece funziona su carta
perché è una progressione naturale di eventi, conosciamo i personaggi nella
loro vita prima di Captain Trips e li seguiamo nel coraggioso nuovo mondo
diviso tra Flagg e Mother Abagail. La stessa struttura che Mick Garris aveva replicato
nella miniserie del 1994 e che Josh
Boone ha deciso di modificare, forse nel tentativo (disperato) di distaccarsi
il più possibile dal precedente adattamento, come avrebbe detto Jack Slater:
madornale errore.

Ambra Sentito, la donna più odiata di Internet nel ruolo della donna più odiata della miniserie.

Per i primi sei episodi, Josh Boone decide di raccontarci le
storie di Stu (James Marsden), Frannie (Odessa Young), Nadine Cross (Amber
Heard) e tutti gli altri personaggi saltellando avanti indietro tra l’arrivo
della pandemia e il futuro, dove i personaggi sono già membri funzionali delle
nuove comunità di cui fanno parte. Ma poi ogni tanto torna indietro a raccontarci
come ci sono arrivati, e per creare più enfasi possibile, se necessario salta
di nuovo avanti, oppure indietro a seconda delle necessità narrative. Non ci avete capito niente? Tranquilli,
nemmeno Josh Boone, perché il risultato è un pasticcio brutto.

Questa scelta – che sarebbe stata più azzeccata per adattare
“IT” piuttosto che “The Stand” – non solo rischia di disorientare pesantemente
chi non conosce la storia, appresa dalle sue precedenti incarnazioni, ma è gestita
proprio in modo maldestro. Guardare “The Stand” è come assistere al dilemma di Josh l’eterno
indeciso che deve acquistare l’abito da cerimonia per una grande occasione: compro
uno smoking? No troppo classico. Giacca elegante, jeans e scarpe sportive? No, poi rischio di passare per un dodicenne. Nel dubbio Josh Boone finisce per
presentarsi alla festa in Frac ed infradito, nel tentativo affannato di onorare
il passato risultando comunque moderno.

Spostati che non riesco a leggere.

L’indecisione di Boone diventa chiara dal quinto episodio
della serie, quello che sui titoli di coda si gioca “(Don’t Fear) The Reaper”
dei Blue Oyster Cult, strizzando l’occhio alla gran scena con cui Mick Garris
apriva la sua miniserie nel 1994, non può essere un caso. Da qui in poi Boone
deve aver semplicemente capito che il suo giochino di saltelli temporali non
poteva più reggere, quindi vigliaccamente lo abbandona in favore di una
narrazione lineare, quando ormai è troppo tardi, perché al quinto episodio
dovremmo già esserci abbondantemente affezionati ai personaggi, in modo che il
colpo di scena pensato da King – per uscire dal blocco dello scrittore che ha
minacciato di lasciare per sempre “The Stand” come un manoscritto incompleto,
storia vera – faccia davvero effetto, ma dopo cinque puntate raccontate balzel balzoni,
avevo difficoltà io che conosco il libro a ricordarmi tutti i personaggi, figuriamoci
un nuovo spettatore.

Una Heather Graham al termine dell’universo dell’umanità.

Non dico che sia tutto sbagliato, nell’ansia di onorare il
passato (il romanzo originale) e con più minuti a disposizione, Boone porta in
scena prima Rita Blakemoor (la sempre bellissima Heather Graham) e poi Nadine
Cross (interpretata dalla donna più odiata da Internet, Amber Heard), due
personaggi che per motivi di tempo Mick Garris aveva fuso in uno. Però allo
stesso tempo Boone si spara in un piede da solo, rinunciando a portare in scena
alcuni dei momenti più riusciti del romanzo. Ad esempio l’ansiogena scena
dell’attraverso del tunnel tra New York e il New Jersey del romanzo, viene
sostituita da Larry Underwood impegnato a nuotare in una misera fogna con
alcune pantegane. Non proprio lo stesso livello di ansia, per quanto i topastri
possano essere ben poco rassicuranti.

Il livello generale delle interpretazioni poi varia in base
alla qualità dell’attrice o attore scelto: James Marsden è un ciocco di legno fin troppo
beloccio per Stu Redman, però ci sono anche ospiti illustri come J. K. Simmons
che eredita da Ed Harris il ruolo del generale folle, regalando una prova
magnifica.

“Siediti James, ti devo insegnare come si recita”

Ma è il tentativo di rendere al passo con i tempi i
personaggi a far puzzare di vecchio questa miniserie, Larry Underwood nel
romanzo era una rockstar come la poteva intendere King negli anni ’70, infatti
zio Stevie non ha mai nascosto di avere in testa Bruce Springsteen come fonte
d’ispirazione (storia vera). Affidare Larry ad un attore di colore come Jovan
Adepo, è un modo per evitare le polemiche diversificando i personaggi che posso
comprendere, ma non aggiunge nulla a Larry Underwood, farlo diventare nero non
serve a renderlo moderno, non serve nemmeno a renderlo un Ben Harper, vuoi
farlo diventare un musicista famoso di colore nel 2020 (2021 da noi)? Togligli
la chitarra, fallo diventare un DJ, un Rapper, chi ti pare, ma porta il
personaggio ai giorni nostri Josh! Aver infilato il poster di Darkman sullo
sfondo del primo episodio non è abbastanza per convincermi!

Baby, can you dig your man? (cit.)

“The Stand” vive e muore sulle singole interpretazioni, la Abagail di Whoopi Goldberg funzionicchia, forse per via dei suoi trascorsi come
personaggio “messianico” in “Star Trek – The Next Generation” e poco altro. Ma ad
esempio quello delle pattumiere (anche noto come pattume) è un personaggio
sotto la media, con più minuti a disposizione Boone avrebbe potuto esplorare il
passato del personaggio, quella porzione di storia controversa (se avete letto
il libro sapete di che parlo) che qui viene ancora ignorata, di fatto il
personaggio è tutto caratterizzato dalla recitazione dodici metri sopra le
righe di Ezra Miller e tocca farcela bastare, anche se è davvero indigesta.

E voi lo prendere in giro per il wurstel al rallentatore di Flash?

Questa miniserie è davvero tutta così, indecisioni, errori
di valutazione e casting che cercando di evitare le polemiche ma perdono
il fuoco. Dopo otto episodi “The Stand” è un tale disastro che nemmeno se King
avesse scritto il più grande finale della sua carriera, non sarebbe cambiato
nulla, ma poi davvero ci tocca sperare nel fatto che King azzecchi un finale?
Proprio lui che ne ha toppati tanti? Senza rovinare la visione a nessuno, posso
dirvi che l’effetto “mano di Dio” compare anche qui, solo reso più accettabile
da effetti speciali meno pacchiani ma altrettanto didascalici, quindi cosa ha modificato
King? Niente di significativo.

Sam Raimi dirige Darkman, Sam Raimi appare in L’ombra dello scorpione, Josh Boone dirige “The Stand”, Josh Boone  mette un poster di Darkman (vi rendete conto a che livello di nerditudine siamo?)

Di fatto il finale della miniserie diventa identico a quello
del libro, solo che se negli anni ’70 King aveva quel minimo di cinismo
necessario a descrivere il male come qualcosa di ciclico, sempre pronto a
ritornare, oggi con l’avanzare dell’età è diventato ancora più un ottimista congenito,
quindi anche il bene deve avere la stessa ciclicità, vuoi mica chiudere senza
spalmare su tutto il solito strato di miele a cui ormai King ci ha abituati?

Ma dove “The Stand” va sotto bevendo dall’idrante è nello
scontro diretto con il 2020 (e il suo degno seguito), il diffondersi di una
pandemia globale sullo schermo risulta meno spaventoso, grottesco e straniante
di quanto non abbiamo provato tutti sulla nostra pelle in questi lunghi mesi, inoltre anche la storia si è messa a remare contro Josh l’eterno indeciso.
Caratterizzare Randall Flagg come un leader trascinatore, populista, che in
ogni suo stucchevole discorso aizza gli ultimi, i dimenticati e gli esclusi da
“loro” a riprendersi questo mondo, è un modo didascalico di rendere palesemente
Trumpiano il cattivo, a partire dall’assurdo ciuffo di capelli sulla capoccia
di Alexander Skarsgård, perfetto in un ruolo davvero banale, anzi peggio,
banalizzato.

“Make Las Vegas great again”

“The Stand” è andata in onda a dicembre negli Stati Uniti,
malgrado la grottesca resistenza di Trump e gli strascichi dell’attacco al
capidoglio di gennaio, era chiaro che comunque la parodia pensata da Boone
ormai era già datata, perché gli americani avevano già votato un altro presidente nel
frattempo, quindi questa miniserie risulta sorpassata da tutto, dai risultati delle
elezioni e dalla pandemia, per essere una nuova versione, risultata in tutto e
per tutto più vecchia e superata di quella del 1994.

Questa miniserie verrà ricordata per due dettagli
dimenticabili, il primo averci regalato due fratelli Skarsgård, impegnati ad interpretare i
maggiori cattivi Kinghiano, chissà che spasso il prossimo pranzo di Natale a
casa Skarsgård. Il secondo dettaglio è il Rat-Man, anzi la Rat-Woman.

Si perché un personaggio secindario del romanzo, reso
memorabile dall’omonimia Ortolaniana, in questa versione della storia cambia
sesso, diventando una Rat-Woman. La modifica porta delle novità? Assolutamente
no, ma almeno ci concede di goderci Fiona Dourif libera di fare la matta in un ruolo assolutamente di contorno, una
tipologia di personaggio che ha già dimostrato di poter interpretare alla grande e che qui, diventa uno dei
pochissimi motivi di interesse. Ma anche con tutta la mia passione per Fiona, davvero
troppo poco per un adattamento nato vecchio e superato a destra dalla realtà.
“Questa miniserie è una ciofeca. Il caso è chiuso!” (grazie giudice Fiona)
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