
Alcune trilogie nascono per necessità narrativa, altre invece nascono perché qualcuno, davanti a un foglio Excel si è fatto due calcoli del tipo: «Se lo spacchettiamo in tre, magari raddoppiamo», “The Strangers – Chapter 3” è il momento in cui quella cella Excel con dentro la formula della somma ti guarda negli occhi e ti dice: «Ne è valsa davvero la pena tutto questo tempo e questo dolore?»
Dopo un primo capitolo che rifaceva il film del 2008 di Bryan Bertino con la convinzione di chi deve dimostrare di saper usare il righello, e un secondo diretto da Renny Harlin che almeno provava a muoversi, a correre, a fare il suo personale “Halloween II” da corsia ospedaliera, questo terzo episodio arriva con la missione più ingrata: giustificare l’esistenza di tutto ciò che lo ha preceduto, ed è qui che i nodi vengono al pettine.

Perché “Chapter 3” è il capitolo che teoricamente dovrebbe tirare le fila, dare un senso al giro largo, trasformare una “Home invasion” minimale in un discorso più ampio, invece sceglie la strada più coerente con l’operazione, tornare al punto di partenza, ma facendoci credere che sia un punto d’arrivo.
Maya (Madelaine Petsch) è ancora in fuga, sempre in movimento, sempre col fiatone, ma se nel secondo capitolo il movimento era un tentativo di osare e fare qualcosa di nuovo, come solo il capitolo di mezzo di una trilogia può fare, qui diventa condanna narrativa. Il film corre, corre tantissimo, ma non scappa mai davvero da sé stesso, anche perché andiamo, se lo sceriffo, il rappresentante della legge, ha il faccione rassicurante (ah-ah) di Richard Brake, dove vogliamo andare?
Quel matto di Renny Harlin, va detto, è un professionista vero, non sarà più quello di Die Hard 2 o di Cliffhanger, ma sa ancora dove mettere la macchina da presa, la sua regia è pulita, leggibile, con una gestione dello spazio che dimostra mestiere.

Ma se nel film del 2008 originale di Bryan Pertino, gli “Strangers in the night” erano disturbanti perché gratuiti, qui tutto deve essere spiegato per filo e per segno alla disperata ricerca di una mitologia. Flashback, accenni, dettagli in più, tutto per dare una storia e un passato a quelle maschere che funzionavano già così, senza bisogno di sovrastrutture.
Inspiegabili poi i momenti in cui Maya e il capo degli aggressori (Gabriel Basso) si siedono e se la contano, ok, io amo i momenti in cui buono e cattivo si affrontano anche a parole, può essere ottimo prima del duello vero e proprio per alzare la posta in gioco, se vogliamo, era anche il primo finale pensato per l’Halloween di David Gordon Green, che poi è stato sostituito in favore di una conclusione stupidissima. Quando ho visto Renny provarci ci ho sperato, ma tutta quella porzione sembra beh, letteralmente un altro film, decisamente meno interessante e riuscito, e anche poco sensato.

Madelaine Petsch continua a reggere il film sulle spalle, la sua è un’interpretazione fisica, quasi atletica, corre, cade, si rialza, sanguina, resiste, una Final Girl che non viene mai trasformata in supereroina, e questo è un punto a favore. Inoltre, scusatemi se ci ho messo tre film, ma realizzo solo ora che Renny Harlin deve avere un debole per le Final Girl con i capelli rossi, non posso che apprezzarlo anche per questo.

Il film tenta di chiudere il cerchio, ma il cerchio era già perfettamente tondo nel 2008, dilatarlo in tre atti ha prodotto più chilometri percorsi che vera profondità. Un po’ come prendere un racconto breve e trasformarlo in una miniserie, puoi aggiungere corridoi, ma non necessariamente aggiungi senso, la domanda di fondo resta: serviva?
Probabilmente no, ma ormai la trilogia esiste, ha fatto il suo giro, ha chiuso il suo arco e ha dato da lavorare a Renny Harlin, che per fortuna ha girato i film a breve distanza, visto che tra il primo e il secondo capitolo ci sono stati la metà degli incassi e tra il secondo e il terzo, un terzo delle sale (negli Stati Uniti) che lo hanno proiettato, quindi fino al prossimo tentativo di rilanciare il marchio “The Strangers” per non perdere i diritti di sfruttamento, chiudiamola qui e facciamo finta di non conoscerci. Come degli sconosciuti.


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