
Come si fa a non voler bene a quel matto di Tommy Wirkola? No ditemelo, perché io proprio non lo so, quell’uomo al momento pare non sbagliare un colpo. Piccolo riassunto lampo sulla carriera del regista e sceneggiatore norvegese? Sarò un fulmine prometto.
Quando ho visto “Dead Snow” nel 2009 ho trovato un altro che amava Evil Dead almeno quanto me, la storia degli zombie nazisti risorti, combattuti a colpi di moto seghe e litrate di sangue è un gioiellino che si meritava un seguito all’altezza uscito nel 2014 e assolutamente brillante.
Gli americani non potevano non notare questo talento dalla fredda Norvegia infatti gli hanno affidato il classico progetto ammazza carriera, il lavoro su commissione per entrare nel giro che conta, talmente scemo fin dal titolo, da cui non puoi uscire vivo a meno che tu non sia davvero armato di vero talento. Infatti il nostro Tommy Punto e Wirkola ha reso “Hansel & Gretel – Cacciatori di streghe” (2013) il più classico caso di quella tipologia di film che io chiamo “Porcate di mezzanotte”, quando sei troppo stanco per un titolo serio, ma non hai ancora sonno e allora anche questa follia torna buonissima, con il suo splatter senza tirar via la mano (anche per i rigidi parametri americani) ma soprattutto l’idea brillante, vedere Jeremy “Hansel” Renner, costretto a farsi l’insulina, diventato diabetico dopo le troppe caramelle mangiate da bambino. Ho riso venti minuti amando questo film pazzo (storia vera).

Siccome l’horror è la miglior palestra possibile per un regista, l’altro titolo azzeccato da Wirkola è Seven Sisters, in cui il nostro Tommy mette fine alla storica rivalità tra Norvegia e Svezia, dirigendo e moltiplicando fino a sette la bella Noomi Rapace, in un titolo di fantascienza con il gusto per il sangue, perché quando sei appassionato di Horror, lo sei per tutta la vita.
Tornato in patria per un film casalingo (titolo originale: “I Onde Dager” che vuol dire più o meno “Nei giorni brutti” credo, io non capisco nemmeno le istruzioni dell’Ikea!), ripescato dalla rete a strascico di Netflix e presentato con il ben più banale titolo di “The Trip”. Ma voi comunque non fatevi distrarre dall’affollato paginone della piattaforma con la grande “N” rossa, cliccateci sopra con tutta la forza che avete e poi tornerete qui a ringraziarmi, perché questo è il classico film di cui meno sapete, più vi divertirete a seguire e anche a farvi strapazzare, che poi sono i titoli più facili da consigliare ma anche i più difficili su cui scrivere.

Mettiamola così, “The Trip” inizia come uno “Scena da un matrimonio” particolarmente grottesco, anzi forse più un “La guerra dei Roses” (1989) in salsa norvegese, con uno spiccato gusto per la commedia e le trovate sanguinose. Poi di colpo cambia genere diventando un riuscito “Home invasion”, uno anche particolarmente serio, violento e tosto. Non ho scelto a caso il “titolo” del post, anche senza arrivare agli estremi di John Boorman, il film di Tommy Wirkola si muove nel solco tracciato da “Deliverance” (1972) per poi chiudere il cerco alla perfezione, senza mai perdere il gusto per il sangue e l’umorismo nero, se non proprio nerissimo. Qui il mio compito per oggi sarebbe anche terminato, prometto che non vi racconterò altro della trama, al massimo una piccola introduzione sui minuti iniziali, ma il resto dovrete scoprirlo da soli, non per pigrizia mia, perché se fosse per il mio entusiasmo, vi descriverei ogni scena, ma ribadisco questo film va visto e apprezzato a scatola chiusa.
Come dico sempre, i primi minuti sono significativi e determinano tutto l’andamento del film: una soap-opera girata in 4:3 con una coppia di sposi in crisi è il modo con cui Lars (Aksel Hennie) si guadagna da vivere come regista, cercando di non affondare nei debiti che ha lui, ma anche sua moglie Lisa (Noomi Rapace) attricetta che non ha mai sfondato per davvero, malgrado si reputi più brava di quello che è per davvero.

I due insieme organizzano un fine settimana nella baita del padre di Lars, ma entrambi hanno un piano per liberarsi della controparte incassando l’assicurazione. Tra moglie e marito non mettere il dito dicono, ma non metterci nemmeno la svolta che cambia lo scenario e i piani per il fine settimana della coppia.
Lars e Lisa sono due merde. Ok, avrei potuto scegliere parole più tenere dicendovi che non sono due personaggi piacevoli ma non sarebbe stato corretto, sono proprio due merde, se non fossero già partiti con l’intenzione di pugnalarsi tra di loro, appena la situazione svolta malamente, continuano comunque a farlo a parole, odiandosi con l’odio profondo che solo la convivenza forzata di un matrimonio finito giù per lo scarico ti può donare.
Tommy Wirkola anche autore della sceneggiatura è bravissimo a mostrarci le tante “pistole di cechov” sparse nella baita, dai coltelli appesi in cucina, ai fucili disponibili fino al taglia erba nel cortile, tutti elementi che finiranno per “sparare” (i fucili di sicuro) prima dei titoli di coda, perché Wirkola in questo film fa utilizzare ai suoi personaggi ogni tipo di arma anche improvvisata, ami da pesca, macchinette del caffè, l’unico limite non è nemmeno il cielo, ma la disponibilità di oggetti a portata di mano.

Ci tenevo a sottolinearvi una cosa, anzi due, entrambe senza fare la minima rivelazione sulla trama, inizio dalla prima: occhi aperti, perché Wirkola ha infilato un’autocitazione al suo cinema (e a Dead Snow) nel film, ditemi nei commenti se l’avete beccata. L’altro argomento di interesse è il modo brillante con cui Wirkola ha saputo giocare con i canoni cinematografici, nella scena, quella scena, quella che rende di colpo il film brutale e drammatico, tutto farebbe pensare che la storia stia per andare in una direzione (brutta), quando di colpo ne prende un’altra (altrettando brutta). La presenza di Noomi Rapace in quel seminterrato, non può non far pensare a titoli della sua filmografia come “Daisy Diamond” (2007) e “Uomini che odiano le donne” (2009), ma il nostro Tommy è molto più astuto e con una finta di corpo sa come spiazzarci tutti.
Il bello di “The Trip” è il modo in cui la storia riesca a farci patteggiare e tifare per due personaggi che come detto sono ben oltre l’essere sgradevoli, eppure come spettatori soffriamo e tifiamo per loro per tutto il tempo, fino a quel finale su cui non vi dirò nemmeno una parola, che però gioca proprio con le nostre aspettative, molte delle quali basate unicamente sui troppi film che guardiamo.

Per un momento nel finale, sembra che la cattiveria della natura umana, possa prendere il sopravvento, poi di fatto lo fa ma in un modo ancora più sordido, certo in linea con il tono volutamente grottesco del film, perché con quel finale brillante, Tommy Wirkola non solo ha trovato il modo di prendersi gioco di certi “tick” del cinema Hollywoodiano contemporaneo, ma anche di ricordarci che la storia è spesso scritta dai vincitori, che poi sono quelli che il mondo del cinema da sempre ama di più.
Insomma basta! Ho promesso che non avrei detto nulla e direi di esserci riuscito, ma mi sono dilungato comunque troppo, il film meritava un paio di riflessioni ma soprattutto, merita di essere visto, correte a farlo non ve ne pentirete, Tommy Wirkola non sbaglia un colpo!
Sepolto in precedenza lunedì 1 novembre 2021


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