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The Visit (2015): attenti cattivissimi perchè è arrivato Shyamalan…

Interno
giorno, gli uffici della Blumhouse Productions.
Un boccione
d’acqua mezzo vuoto, bicchieri di plastica con babbo natale disegnato sopra, un
gruppetto di serie sparute e spaiate addobbano la stanza troppo grande…

Jason Blum
entra e si siede alla sua scrivania, un vecchio tavolo da ping pong con una
gamba ballerina e inizia la riunione mensile sui piani della sua casa di
produzione.
“Ragazzi ho formulato
un piano aziendale che ci permetterà di espandere gli orizzonti, la mia idea è
quella di coinvolgere nella produzione registi famosi, da convertire alla
nostra politica aziendale di risparmio, ho buttato giù una lista di nomi, ma
quello più interessante al momento è M. Night Shyamalan”.
Un dipendente
intimorito alza la mano per parlare, “Signor Blum, Shyamalan è un regista
famoso, è uno di quelli che fa i film con Will Smith…”, “Non dire quel nome!”,
tuona furioso Blum “Solo a pronunciarlo dobbiamo pagare un sacco di soldi di
Royalities!”.
Blum deciso
apre la porta di una piccola stanzetta, le pareti ricoperte di volantini che
prodotti scontati del 50%, legato ad una sedia, costretto a guardare filmini
amatoriali e riprese di cresime e comunioni ascoltando Beethoven, c’è M. Night
Shyamalan. A quel punto Blum orgoglioso dichiara: “Questo era un regista che
pretendeva divi ed effetti speciali per i suoi film, ma io l’ho riportato sulla
giusta via, ora è un lavoratore produttivo della nostra azienda, ora è stato
convertito al lato oscuro del Low cost!”.



Il ritorno del figliol prodigo (e Low Cost).
Prima di
parlarvi di “The Visit” ho una confessione da fare: io non sono in grado di
pronunciare correttamente il cognome Shyamalan.
Ok, lo so che
negli anni è diventato quasi un tormentone storpiare il cognome del regista indiano, prima per affetto (quando faceva buoni film) poi per coglionarlo
(quando ha perso questa buona abitudine), ma se mi chiedete come si chiama il
regista de “Il sesto senso”, potrò provare a pronunciarvi il nome dieci volte
e di sicuro lo pronuncerò dieci volte in modo differente, per me il cognome del
regista è come i fiocchi di neve: non ne esistono due uguali. Per questo
motivo e per il fatto che non ho idea per cosa stia quella M puntata, lo
chiamo semplicemente Michael Night, o Knight, giusto perché mi ricorda
“Supercar”.
Il mio
rapporto con Michael Night è chiaro, gli ho voluto bene, ho sempre pensato
potesse essere il prossimo [FATE-UN-PO’-VOI], il suo film che ho preferito?
Facilissimo: “Unbreakable” (una volta di queste mi piacerebbe parlarne come si
deve). I difetti del regista sono chiari come il sole, ma anche i suoi pregi, l’ho
difeso sempre, anche per il discutibile “Lady in the Water” film che mi
commuove (non cerebralmente) come pochi, anche se forse è più merito di Paul
Giamatti che di Michael Knight. E venne il giorno… In cui smisi di credere nel
regista, Marky Mark Wahlberg che parla con le piante (e John Leguizamo
insegnante di matematica… FACCIAPALMO) per me rappresenta uno dei film più
involontariamente comici della storia, forse solo Il Prescelto con Nick Cage è capace di batterlo, ma quello è proprio un’altra categoria…
“After Earth”
è una marchetta, mentre “L’Ultimo dominatore dell’aria” è stato ben riassunto
da Joe R. Lansdale in uno dei romanzi di Hap e Leonard, ovvero: l’unico
modo per far piangere i due duri (Grazie Big Joe!). Parlando di “The Visit” e
leggendo qualche commento in giro, quasi tutti sembrano concordare: Michael
Night è tornato alle origini, affermazione con cui sono anche d’accordo.
Jason Blum
bacchettandolo sistematicamente sulle mani e imponendogli un budget di 5
milioni di ex presidenti defunti stampati su carta verde (budget standard per
la Blumhouse), ha messo il regista nella condizione di aguzzare l’ingegno,
affrontando per la prima volta in carriera il famigerato Found footage. Risultato:
dopo due pessimi Flopbuster Michele Notte è tornato alle atmosfere horror
degli esordi. Ma pregi e difetti del film sono sempre gli stessi: anche in “The Visit” possiamo trovare passaggi al limite del geniale e momenti
di comicità involontaria, anzi, tragicomici e basta.



“Vorresti fare il Rapper da grande eh? A me sembri un pelo troppo ariano…”.
Loretta (Kathryn
Hahn) si prende una meritata vacanza, decidendo di lasciare i pargoli ai nonni
che non vede da tempo e i quali ha ristretto i rapporti dopo un periodo difficile.
Motivo per cui i due ragazzi, Rebecca (Olivia DeJonge) aspirante documentarista
e Tyler (Ed Oxenbould) aspirante Rapper con fissazioni ossessivo compulsive
legate ai germi (icona gigante da lasciare aperta, dopo ripasso…), non hanno
mai visto i nonni materni prima d’ora…
Nonna Claire e
nonno Mitchell sono in parti uguali amorevoli e bizzarri, parecchio bizzarri,
molto bizzarri, facciamo anche troppo, in particolare la nonna risulta
piuttosto spaventosa, il suo sonnambulismo inizia come una cosa divertente ed
ogni notte diventa sempre più spaventoso. Perché la donna si aggira per casa
ringhiante, ghignante e spesso anche armata? I giorni passano e la visita dei
due ragazzi diventa sempre più un incubo ad occhi aperti…
Lo sappiamo
come funzionano i film di Michael Night, hanno delle premesse spesso lacunose,
hanno incipit che somigliano molto a quelli delle barzellette: un cavallo entra
in un bar, lo sai che un cavallo non entrerebbe mai in un bar, ma se vuoi
arrivare alla battuta finale, è il prezzo da pagare. Qui è la stessa cosa: la
premessa iniziale è tanto assurda da far sollevare più di un sopracciglio, con
il passare dei minuti molte delle trovate horror della pellicola rischiano
di assomigliare troppo ad una barzelletta, nel senso che fanno più ridere (ma
anche annoiare bisogna dirlo, la prima mezz’ora di film è una discreta palla a
mio avviso…) che vera paura.



“Dura ancora tanto questo film? Giriamo da mezz’ora e ancora non è successo niente…”.
Inoltre, per
tornare sull’icona lasciata aperta: c’è da sopportare l’orrido rap del gagno
malefico. Vi giuro che nella prima parte del film, il biondino si lancerà nelle
sue tediose rime un numero esagerato di volte, ho temuto serialmente che il
film prendesse la piega di un documentario sugli aspiranti Rapper (bianchi per
altro…).
Un disastro,
quindi, ennesimo film per cui storpiare il nome di Shya… Vabbè lui… Per
sfotterlo? Probabilmente, ma non solo. Il film ha anche dei punti forti
notevoli e non sarebbe giusto trascurarli.
Per prima cosa,
Michael Night dirige quello che di fatto è un thriller come se fosse un horror, seguendo tutte le regole del genere, qualche volte rispettandole con
grande dedizione, in altri momenti infrangendole completamente e, in altri
ancora, prendendole beatamente per il culo. Ovviamente, non manca il suo marchio
di fabbrica: il Twist che cambia tutto lo scenario, che arriva
abbastanza presto nel corso del film, anziché nei minuti finali, a mezz’ora
buona dai titoli di coda, cambiando tutta la prospettiva.



“Mangia qualcosa cocco di nonna, sei sciupato…”.
Ma il bello di
questo Twist è il prima: sfruttando così bene (o malissimo, dopo ne parliamo…)
l’atmosfera horror, come spettatori è quasi impossibile non ipotizzare mille
mila teorie sullo strano comportamento dei nonni, ma tutte rigorosamente di
origine paranormale, quando arriva il Twist bisogna dirlo, è destabilizzante, perché
è la risposta più semplice (e inquietante) al problema. A quel punto capisci
che l’indiano pazzo per una buona porzione di film ti ha fatto guardare le
carte mentre vengono mescolate e non la mano che fa il trucco. Per me questo è
il più grosso punto a favore per questa pellicola.
Michele
Cavaliere inventa una serie di soluzioni visive che sono possibili soltanto
utilizzando la tecnica del found footage, ogni tanto bara, bisogna dirlo, i due
ragazzi utilizzano una la telecamera e l’altro una macchina fotografica
utilizzata come macchina da presa, il risultato è che in alcune scene, possiamo
assistere al campo e controcampo, ovvero il punto di vista dei due ragazzi (e
delle loro telecamere), il che fa capire che un lavoro di montaggio c’è stato,
ma resta comunque qualcosa che si realizza dopo il colpo di scena, perché prima da
spettatori, si è comunque troppo impegnati, un po’ a cercare di risolvere il
mistero e un po’, beh a ridere… Questo bisogna dirlo!
Una delle scene migliori è la partita a nascondino sotto il portico della casa:
inizia come un gioco e diventa immediatamente una delle più spaventose del
film, per poi concludersi, in un modo che non voglio rivelarvi, ma che
sicuramente spiazza. Tentativo di Michael Night di decostruire le regole degli Horror.



“Uno, due, tre… Stella!”.
Il problema è
che, come gli capita spesso, troppo spesso, il regista ogni tanto sbraga malamente
ed esattamente come Marky Mark che parla con le piante, alcune scene che
dovrebbero essere drammatiche, risultano involontariamente comiche, anzi,
comiche e basta, per questo vi rimando allo spassoso commento di Evit di Doppiaggi Italioti, che mi ha fatto
ribaltare dalla sedia e con cui mi trovo parecchio d’accordo.
Potrei
elencarvi tutti i momenti in cui sono scoppiato platealmente a ridere, anche perché
sono tanti e spesso ammazzano la tensione (perché la nonna dovrebbe “ruggire”
di fronte alla telecamera?). Vi dico solo che c’è almeno un passaggio in cui
non ho potuto non pensare ad un certo pezzo degli Elio e le storie tese, quello
su un certo super eroe, non di dico quale per non anticipare niente a chi non
avesse ancora visto il film.
Il risultato è
che con 5 milioni di budget, Blum e Michael Night ne hanno incassati circa 65
(nei soli Stati uniti), quindi la politica Low cost della Blumhouse Productions
ha pagato ancora i suoi dividendi e sì, Michael Night è tornato quello degli
esordi, con tutti i PRO (molti) e i tanti CONTRO (moltissimi e tutti da ridere)
che lo hanno sempre caratterizzato.
Per un po’ ho
creduto che tutti i film di Michele Cavaliere parlassero di fede, forse “The
Visit” non si incastra tanto bene in questo filone, alla fine è come “The
Village” o “Signs”, ma anche “Lady in the Water”: è un film che va visto, anche
solo per farsi una propria idea. La mia è che in giro, un film capace di strapparti
qualche brivido ben fatto e parecchie risate involontarie non si trova. Sono
giunto alla conclusione che l’indiano non è il prossimo [INSERITE-QUI-NOME-DI-REGISTA-FAMOSO], è semplicemente se stesso, a volte al suo meglio spesso al suo peggio. Se ora
Blum decidesse di investire (SACRILEGIO!) qualcosina anche in uno sceneggiatore
da affiancargli, non sarebbe male.
Arrivederci Shyamalan
Ci mancherai di brutto
Ed ogni farabutto
Shyamalato resterà…
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