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The Ward (2010): fuga dal reparto

No sul serio,
davvero mi tocca già di parlarvi di “The Ward”? Mi sembra la scorsa settimana
quando ho iniziato con Dark Star,
invece sono già qui… Credetemi, un po’ mi dispiace di essere già arrivato, ma
non perdiamoci d’animo e per l’ultima volta, vi do il benvenuto alla rubrica…
John Carpenter’s The Maestro!


L’attesa per
il nuovo film di Carpenter è stata lunga, molto lunga, quello che ricordo dei
nove anni (gulp!) tra Fantasmi da Marte
e questo film è… Tutto! Ogni singolo annuncio, ogni notizia che giurava e
spergiurava che sì, Giovanni Carpentiere era al lavoro su qualcosa, anche se in
soldoni, lo abbiamo visto all’opera su due episodi della serie tv “Masters of
Horror” (Cigarette Burns e Pro-Life) con risultati, diciamo appena
appena opposti.
Eppure, durante
quella infinita attesa le notizie fioccavano, attorno al 2008 si è vociferato
insistentemente su “L.A Gothic”, che da quello che ho capito, avrebbe dovuto
parlare di un ex sacerdote alle prese con la figlia da salvare, dagli eventi
soprannaturali che funestano Los Angeles, titolo fighissimo che ancora non si è
visto.
Per un po’ si
è parlato di un nuovo film sui Vampiri
per Carpenter, tratto dal romanzo “Fangland” di John Marks e con Hilary Swank
come protagonista, ma anche di un film carcerario con Nicolas Cage nei panni di
un ergastolano, il cui titolo sarebbe dovuto essere “Scared Straight” oppure
“Riot”, ma anche per questi due film, il tempo ha dimostrato che si sono persi
nella giungla delle pellicole in pre-produzione.


“Fai come farebbe Nicolas Cage, indica un punto a caso nel vuoto”.
Rumors,
rumors, sono stati nove anni con un sacco di rumors di sottofondo e poi a
sorpresa, come un coppino sulla nuca a gioco fermo BAM! Arriva “The Ward”.

Per l’ultima volta, come da tradizione di questa rubrica, i titoli di testa!
Girato in una
manciata di giorni, con un budget bassissimo (come se per Carpenter fosse una
novità), un cast giovane e basato sulla sceneggiatura degli esordienti Michael
e Shawn Rasmussen che, per qualche oscura ragione, attrae Carpenter, lo convince
a smuoversi dal suo divano lasciando perdere il campionato NBA per qualche
settimana e tornare dietro la macchina da presa. Bisogna dire che nel 2009 i
Lakers di Giovanni vinsero facilmente il campionato nelle (noiosissime) finali
contro gli Orlando Magic, risolte in cinque partite, quindi, secondo me, Giovà
quell’estate si è ritrovato con più tempo libero del solito.
Il film fa il
giro dei festival, viene presentato a Sitges (ma non scatena lo scompiglio di La fin absolue du monde), a Settembre
del 2010 viene proiettato in anteprima al festival di Toronto, Carpenter non si
presenta, ma manda un video messaggio in stile “Mission: Impossible” dove dichiara: “Se state vedendo questo vuol
dire che sono nella soleggiata LA e non ho potuto partecipare” (Storia vera).
Quando nel Novembre del 2010, sfogliando il programma del Torino Film Festival,
mi trovo il nuovo Carpenter nella lista dei film, provo la mia prima esperienza
di pre-morte, poi inizio a fare le capriole come Belushi gridando: “Ho visto la
luce!”.


“Qualcuno chiami i pompieri, Cassidy è esploso per eccesso di gioia”.
A Carpenter
Torino deve essere piaciuta da quella volta nel 1999, dove ha discusso di
cinema Horror con Dario Argento nella sala grande del Reposi, incontro che mi
sono allegramente perso per motivi puramente anagrafici, di certo, però, non
potevo perdermi il nuovo Carpenter, non dopo quella infinita attesa, quel
giorno ha nevicato (per un po’) non mi ha fermato nemmeno quello, in macchina
avevo colonne sonore dei film di Carpenter (dai? Non le ascolto mai!), tutto
sommato il film mi piace, non è affatto un capolavoro, non allaccia nemmeno
le scarpe agli altri film del Maestro, principalmente perché non è un ritorno
in pompa magna per lui (tenetemi l’icona aperta che ripasso…), è un film che si
lascia guardare, anche se ancora oggi non ho capito cosa ci abbia trovato
Carpenter in questa sceneggiatura di così spettacolare.
Kristen (Amber
Heard) è una bionda un po’ toccata che finisce nel reparto psichiatrico
dell’ospedale dopo aver incendiato una fattoria, un luogo angusto location di tanti
brutti ricordi per lei. Nel reparto fa la conoscenza di altre ragazze ospiti
della struttura, tutte giovani, tutte estremamente riconoscibili, abbiamo: la
secchiona Iris (Lyndsy Fonseca), la pagliaccia del gruppo Emily (Mamie Gummer),
quella sexy (Danielle Panabaker) e l’infantile e fastidiosissima Zoey (Laura-Leigh).
Ah, poi ci sarebbe un’altra ragazza, di cui nessuno parla, si chiama Alice, esce
solo di notte ed è abbastanza incazzata con le altre…


“Mettiamo un bel sorriso su questa faccia” (Cit.)
In tutte le
interviste rilasciate da Giovanni Carpentiere nei tour promozionali di “The
Ward” il Maestro ha sempre insistito su un punto: “Old school horror movie made
by an old school director”, horror vecchia scuola per uno che la vecchia scuola
la conosce bene, per non dire che l’ha quasi inventata lui. Davanti ad una
frase è quasi automatico che la mente voli a cosucce come Halloween o The Fog, di
veramente “Old School” in questo film c’è l’ambientazione, gli anni ’60 che
eliminano subito dallo schema ogni forma di tecnologia, ma il problema grosso
di “The Ward” è che sì, è un film fatto alla vecchia maniera, ma non come gli
Horror degli anni ’70 e ’80. Sembra una di quelle ghost stories che si vedevano
spesso nei primi anni 2000 e, se vogliamo dirla tutta, la trama è molto simile
ad altri film, di cui non vi posso dire il titolo altrimenti vi rovinerei il
finale, ma in almeno uno di questi recitava John Cusack.
Anche ad un
primo colpo d’occhio, si vede che non sembra proprio un film della vecchia
scuola: Ambra Sentito non ha proprio l’aspetto della vostra classica giovane
degli anni ’60 (il che alla luce del finale potrebbe quasi essere un colpo di
genio), ma forse la cosa che influisce maggiormente è l’assenza dell’amato
formato Panavision, usato da Carpenter in tutti i suoi film… Tranne questo.


“Se non mi ridate il Panavision, Heidi qui fa una brutta fine!”.
Se una differenza
salta agli occhi, l’altra salta alle orecchie: le musiche NON sono composte da
John Carpenter (e si sente, mamma mia se si sente!), i pezzi composti da Mark
Kilian (Chiiiiiiii???), fanno rimpiangere tantissimo le tastiere del Maestro,
ci fosse stato già solo il figliolo di Giovanni, Cody, a curare le musiche
sarebbe stato meglio, perché Kilian come tema principale sceglie il più banale
dei motivetti infantili cantilenati, una trivella nel cervello che somiglia più
ai pezzi che si sentono negli ultimi (diciamo poco ispirati, via) film di Dario
Argento che in quelli di John Carpenter, prendi un pezzo a caso di Lost Themes, mettilo come sottofondo a
questo film e già la pellicola avrebbe avuto un altro passo.
Il cast non è
nemmeno così male, Carpenter raccoglie parecchie giovani attrici che tutto
sommato fanno il loro, un ritrovo di reginette dell’urlo come Lyndsy Fonseca o Danielle
Panabaker che fino a quel momento aveva già recitato in “Venerdì 13” e “La città
verrà distrutta all’alba” (ovviamente i remake). 


“Sono sul set e mi ritrovo circondato da signorine tipo questa bionda qui… Brutto?”.

Ambra Sentito fino a quel
momento sembrava destinata ad un roseo futuro da Scream Queens, soprattutto
grazie al solido “All the Boys Love Mandy Lane” (2006), poi, però, ha conosciuto
Johnny Depp e le cose sono andate un filino a Sud, se siete appassionati di
gossip già sapete, ma anche no, visto che con la questione ci hanno già
abbondantemente sfracassato i maroni.


“Oddio, tutto ma Johnny Depp no vi prego!”.

L’unico a fare
il percorso inverso è stato Jared Harris, qui nei panni di una dei rari casi di
Psicologo cinematografico non stronzo o doppiogiochista (è dai tempi del Dr. Loomis che l’ordine degli psicologi
vuole bene a Carpenter), uno che dopo Carpenter ci ha preso gusto a comparire nei film Horror.

Sandy King, ha
sempre definito questo film di suo marito come il “Chick Flick” di John
Carpenter, in effetti viene da pensare che a Giovà non sia dispiaciuto farci
circondare da belle ragazze per alcune settimane e l’atmosfera da “Chick
Flick” (film per ragazze, di solito nel senso dispregiativo del termine) un po’
c’è, specialmente nella scena in cui iniziano a ballare tutte insieme, una roba
che fa male al cuore se pensi che è stata diretta dal Maestro, quando di solito
è un clichè dei film con, che ne so… Kate Hudson (…mazzata).


“Chi non balla muore ammazzata malamente!”.
Ancora una
cosa su “The Ward” va detta: a differenza di tutti gli altri film del Maestro,
manca completamente una lettura di secondo livello. Questo film è semplicemente
una Ghost story con twist finale che ribalta tutta la frittata, forse ci sono
troppi jump scare per la media di Giovanni, ma se lo paragoniamo all’altro film
dove i “Salti paura” non mancavano, ovvero The Fog, è chiaro che qui Carpenter non vuole puntare il dito contro nulla,
nessuna critica sociale o politica, solo un film di fantasmi con un finale
(nero) aperto che, alla luce della rivelazione finale, sembra infilato dentro un
po’ per convenzione.
Disastro!
Tragedia! Carpenter si è rincoglionito! … Cazzate!
Se Fantasmi da Marte ha avuto troppo tempo
per essere demolito, “The Ward” arrivava dopo troppi anni di attesa i tentativi
di Carpenter di abbassare le aspettativi non sono serviti poi a molto, ma se
guardiamo solo al lavoro di Carpenter applicato ad una sceneggiatura che
davvero è poca cosa, il tocco del Maestro è tutto lì da vedere.


“Unico modo è che pianta cavicchio puntuto dentro di suo cuore!” (Cit.)
Spesso il
problema dei film con colpo di scena finale è che già dalla visione numero due,
metà del divertimento viene a mancare, Carpenter qui sfrutta bene la natura
paranormale della minaccia rappresentata da Alice, che letteralmente può
spuntare da qualunque parte (nei corridoi del reparto o in un piccolissimo
montacarichi), il risultato è una minaccia costante da cui non si può scappare
e, nello stesso momento, il film non lascia mai il tempo allo spettatore di
chiedersi cose come: “Ma perché nessuno si preoccupa delle ragazze scomparse?”,
perché complici anche gli 88 minuti secchi sparati di durata, Carpenter
mantiene sempre vivo e presente il senso di minaccia il che non è affatto una
cosa da poco considerando che la trama comunque è piuttosto risicata.


“Faccia la faccia da minaccia” , “Salve sono la minaccia”.
La sensazione
che ho guardando “The Ward” è che Carpenter abbia voluto fare un film di
tensione puro e semplice senza troppi fronzoli, di certo non è una pellicola
fatta per soldi (altrimenti avrebbe sfornato un film alimentare l’anno), ma
nemmeno pensata per essere un ritorno alle scene in pompa magna. George A.
Romero quando è tornato ai suoi morti viventi nel 2005 con “Land of the dead”
ha avuto a disposizione il più grosso budget della sua carriera, 100 milioni di
ex presidenti defunti (tanti per Romeo, per gli altri bruscolini), qui, invece,
Carpenter ha fatto una scelta differente e anche coraggiosa: sceneggiatori
esordienti, un cast giovane, una distribuzione in sala limitata, per un film
che nel 2010 poteva sembrare un modo non ruffiano di togliersi un po’ di
ruggine di dosso e per usare un termine cestistico (Carpenter probabilmente
apprezzerebbe) ritrovare il ritmo da partita in vista di altri film… Solo che
nel frattempo sono passati altri sei anni e Giovanni sembra più lanciato come musicista che come
regista.
In soldoni: io
“The Ward” non lo odio, non mi fa gridare al capolavoro soltanto perché è
anticipato dal mio utilizzo del genitivo sassone preferito (John Carpenter’s),
è sicuramente un piccolo film arrivato ben fuori tempo massimo, non lo riguardo
spesso, ma quando lo faccio, le cose buone che ci trovo sono quasi tutte legate
alla regia del Maestro. Non so se vedremo altri film diretti da Carpenter,
quello di cui sono sicuro è che malgrado i suoi film abbiano quasi sempre
incassato noccioline e che, un po’ per indole, è uno dei registi che pur
rimanendo fuori dai giri che contano, ha saputo dare una bella spallata alla
storia del cinema.
Basta
guardarsi intorno: nell’horror indipendente, in particolare, ci sono sempre più
film debitori del lavoro di Carpenter, Adam Wingard ad ogni piè sospinto parla
bene di Giovanni e lo cita apertamente nei suoi film, ma il tocco di Carpenter si sente anche in titoli come It Follows, oppure Green Room, ad esempio. Non se rivedremo
mai il Maestro dietro alla macchina da presa, ma ora come ora, nel 2016,
complice anche un tour mondiale come musicista e i trent’anni di Grosso guaio a Chinatown, pare che ci
sia Carpenter ovunque, come ti giri lo trovi lì a fissarti, cacchio sembra Mike
Myers!

“Prima mi metto gli occhiali per fissarti e poi ti suono il tema di Halloween”.

Capolinea
gente! Per la rubrica “John Carpenter’s The Maestro!” è tutto, un po’ mi spiace
lo ammetto, mi sono divertito come un bambino chiuso in una fabbrica di
caramelle durante il weekend lungo e spero vi siate divertiti anche voi, fate
i bravi e guardate tanti Horror!

All hail to the Maestro, baby!
Ultimo,
doveroso e gigantesco G-R-A-Z-I-E! Alla pagina del faccio libro de Il Seme Della Follia – Fan Page italiana dedicata a John Carpenter che, oltre a sopportarmi, ha ospitato questa
rubrica, continuate così siete grandi!
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