L’attesa per il nuovo film di Carpenter è stata lunga, molto lunga, quello che ricordo dei nove anni (gulp!) tra Fantasmi da Marte e questo film è… Tutto! Ogni singolo annuncio, ogni notizia che giurava e spergiurava che sì, Giovanni Carpentiere era al lavoro su qualcosa, anche se in soldoni, lo abbiamo visto all’opera su due episodi della serie tv “Masters of Horror” (Cigarette Burns e Pro-Life) con risultati, diciamo appena appena opposti.
Eppure, durante quella infinita attesa le notizie fioccavano, attorno al 2008 si è vociferato insistentemente su “L.A Gothic”, che da quello che ho capito, avrebbe dovuto parlare di un ex sacerdote alle prese con la figlia da salvare, dagli eventi soprannaturali che funestano Los Angeles, titolo fighissimo che ancora non si è visto.
Per un po’ si è parlato di un nuovo film sui Vampiri per Carpenter, tratto dal romanzo “Fangland” di John Marks e con Hilary Swank come protagonista, ma anche di un film carcerario con Nicolas Cage nei panni di un ergastolano, il cui titolo sarebbe dovuto essere “Scared Straight” oppure “Riot”, ma anche per questi due film, il tempo ha dimostrato che si sono persi nella giungla delle pellicole in pre-produzione.
Girato in una manciata di giorni, con un budget bassissimo (come se per Carpenter fosse una novità), un cast giovane e basato sulla sceneggiatura degli esordienti Michael e Shawn Rasmussen che, per qualche oscura ragione, attrae Carpenter, lo convince a smuoversi dal suo divano lasciando perdere il campionato NBA per qualche settimana e tornare dietro la macchina da presa. Bisogna dire che nel 2009 i Lakers di Giovanni vinsero facilmente il campionato nelle (noiosissime) finali contro gli Orlando Magic, risolte in cinque partite, quindi, secondo me, Giovà quell’estate si è ritrovato con più tempo libero del solito.
Il film fa il giro dei festival, viene presentato a Sitges (ma non scatena lo scompiglio di La fin absolue du monde), a Settembre del 2010 viene proiettato in anteprima al festival di Toronto, Carpenter non si presenta, ma manda un video messaggio in stile “Mission: Impossible” dove dichiara: “Se state vedendo questo vuol dire che sono nella soleggiata LA e non ho potuto partecipare” (Storia vera). Quando nel Novembre del 2010, sfogliando il programma del Torino Film Festival, mi trovo il nuovo Carpenter nella lista dei film, provo la mia prima esperienza di pre-morte, poi inizio a fare le capriole come Belushi gridando: “Ho visto la luce!”.
A Carpenter Torino deve essere piaciuta da quella volta nel 1999, dove ha discusso di cinema Horror con Dario Argento nella sala grande del Reposi, incontro che mi sono allegramente perso per motivi puramente anagrafici, di certo, però, non potevo perdermi il nuovo Carpenter, non dopo quella infinita attesa, quel giorno ha nevicato (per un po’) non mi ha fermato nemmeno quello, in macchina avevo colonne sonore dei film di Carpenter (dai? Non le ascolto mai!), tutto sommato il film mi piace, non è affatto un capolavoro, non allaccia nemmeno le scarpe agli altri film del Maestro, principalmente perché non è un ritorno in pompa magna per lui (tenetemi l’icona aperta che ripasso…), è un film che si lascia guardare, anche se ancora oggi non ho capito cosa ci abbia trovato Carpenter in questa sceneggiatura di così spettacolare.
Kristen (Amber Heard) è una bionda un po’ toccata che finisce nel reparto psichiatrico dell’ospedale dopo aver incendiato una fattoria, un luogo angusto location di tanti brutti ricordi per lei. Nel reparto fa la conoscenza di altre ragazze ospiti della struttura, tutte giovani, tutte estremamente riconoscibili, abbiamo: la secchiona Iris (Lyndsy Fonseca), la pagliaccia del gruppo Emily (Mamie Gummer), quella sexy (Danielle Panabaker) e l’infantile e fastidiosissima Zoey (Laura-Leigh). Ah, poi ci sarebbe un’altra ragazza, di cui nessuno parla, si chiama Alice, esce solo di notte ed è abbastanza incazzata con le altre.
In tutte le interviste rilasciate da Giovanni Carpentiere nei tour promozionali di “The Ward” il Maestro ha sempre insistito su un punto: “Old school horror movie made by an old school director”, horror vecchia scuola per uno che la vecchia scuola la conosce bene, per non dire che l’ha quasi inventata lui. Davanti ad una frase è quasi automatico che la mente voli a cosucce come Halloween o The Fog, di veramente “Old School” in questo film c’è l’ambientazione, gli anni ’60 che eliminano subito dallo schema ogni forma di tecnologia, ma il problema grosso di “The Ward” è che sì, è un film fatto alla vecchia maniera, ma non come gli Horror degli anni ’70 e ’80. Sembra una di quelle ghost stories che si vedevano spesso nei primi anni 2000 e, se vogliamo dirla tutta, la trama è molto simile ad altri film, di cui non vi posso dire il titolo altrimenti vi rovinerei il finale, ma in almeno uno di questi recitava John Cusack.
Anche ad un primo colpo d’occhio, si vede che non sembra proprio un film della vecchia scuola: Ambra Sentito non ha proprio l’aspetto della vostra classica giovane degli anni ’60 (il che alla luce del finale potrebbe quasi essere un colpo di genio), ma forse la cosa che influisce maggiormente è l’assenza dell’amato formato Panavision, usato da Carpenter in tutti i suoi film… Tranne questo.
Se una differenza salta agli occhi, l’altra salta alle orecchie: le musiche NON sono composte da John Carpenter (e si sente, mamma mia se si sente!), i pezzi composti da Mark Kilian (Chiiiiiiii???), fanno rimpiangere tantissimo le tastiere del Maestro, ci fosse stato già solo il figliolo di Giovanni, Cody, a curare le musiche sarebbe stato meglio, perché Kilian come tema principale sceglie il più banale dei motivetti infantili cantilenati, una trivella nel cervello che somiglia più ai pezzi che si sentono negli ultimi (diciamo poco ispirati, via) film di Dario Argento che in quelli di John Carpenter, prendi un pezzo a caso di Lost Themes, mettilo come sottofondo a questo film e già la pellicola avrebbe avuto un altro passo.
Il cast non è nemmeno così male, Carpenter raccoglie parecchie giovani attrici che tutto sommato fanno il loro, un ritrovo di reginette dell’urlo come Lyndsy Fonseca o Danielle Panabaker che fino a quel momento aveva già recitato in “Venerdì 13” e “La città verrà distrutta all’alba” (ovviamente i remake).
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| «Sono sul set e mi ritrovo circondato da signorine tipo questa bionda qui… Brutto?» |
Ambra Sentito fino a quel momento sembrava destinata ad un roseo futuro da Scream Queens, soprattutto grazie al solido “All the Boys Love Mandy Lane” (2006), poi, però, ha conosciuto Johnny Depp e le cose sono andate un filino a Sud, se siete appassionati di gossip già sapete, ma anche no, visto che con la questione ci hanno già abbondantemente sfracassato i maroni.
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| «Oddio, tutto ma Johnny Depp no vi prego!» |
L’unico a fare il percorso inverso è stato Jared Harris, qui nei panni di una dei rari casi di Psicologo cinematografico non stronzo o doppiogiochista (è dai tempi del Dr. Loomis che l’ordine degli psicologi vuole bene a Carpenter), uno che dopo Carpenter ci ha preso gusto a comparire nei film Horror.
Sandy King, ha sempre definito questo film di suo marito come il “Chick Flick” di John Carpenter, in effetti viene da pensare che a Giovà non sia dispiaciuto farci circondare da belle ragazze per alcune settimane e l’atmosfera da “Chick Flick” (film per ragazze, di solito nel senso dispregiativo del termine) un po’ c’è, specialmente nella scena in cui iniziano a ballare tutte insieme, una roba che fa male al cuore se pensi che è stata diretta dal Maestro, quando di solito è un clichè dei film con, che ne so… Kate Hudson (…mazzata).
Ancora una cosa su “The Ward” va detta: a differenza di tutti gli altri film del Maestro, manca completamente una lettura di secondo livello. Questo film è semplicemente una Ghost story con twist finale che ribalta tutta la frittata, forse ci sono troppi jump scare per la media di Giovanni, ma se lo paragoniamo all’altro film dove i “Salti paura” non mancavano, ovvero The Fog, è chiaro che qui Carpenter non vuole puntare il dito contro nulla, nessuna critica sociale o politica, solo un film di fantasmi con un finale (nero) aperto che, alla luce della rivelazione finale, sembra infilato dentro un po’ per convenzione.
Disastro! Tragedia! Carpenter si è rincoglionito! … Cazzate! Se Fantasmi da Marte ha avuto troppo tempo per essere demolito, “The Ward” arrivava dopo troppi anni di attesa i tentativi di Carpenter di abbassare le aspettativi non sono serviti poi a molto, ma se guardiamo solo al lavoro di Carpenter applicato ad una sceneggiatura che davvero è poca cosa, il tocco del Maestro è tutto lì da vedere.
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| «Faccia la faccia da minaccia» , «Salve sono la minaccia» |
La sensazione che ho guardando “The Ward” è che Carpenter abbia voluto fare un film di tensione puro e semplice senza troppi fronzoli, di certo non è una pellicola fatta per soldi (altrimenti avrebbe sfornato un film alimentare l’anno), ma nemmeno pensata per essere un ritorno alle scene in pompa magna. George A. Romero quando è tornato ai suoi morti viventi nel 2005 con “Land of the dead” ha avuto a disposizione il più grosso budget della sua carriera, 100 milioni di ex presidenti defunti (tanti per Romeo, per gli altri bruscolini), qui, invece, Carpenter ha fatto una scelta differente e anche coraggiosa: sceneggiatori esordienti, un cast giovane, una distribuzione in sala limitata, per un film che nel 2010 poteva sembrare un modo non ruffiano di togliersi un po’ di ruggine di dosso e per usare un termine cestistico (Carpenter probabilmente apprezzerebbe) ritrovare il ritmo da partita in vista di altri film… Solo che nel frattempo sono passati altri sei anni e Giovanni sembra più lanciato come musicista che come regista.
In soldoni: io “The Ward” non lo odio, non mi fa gridare al capolavoro soltanto perché è anticipato dal mio utilizzo del genitivo sassone preferito (John Carpenter’s), è sicuramente un piccolo film arrivato ben fuori tempo massimo, non lo riguardo spesso, ma quando lo faccio, le cose buone che ci trovo sono quasi tutte legate alla regia del Maestro. Non so se vedremo altri film diretti da Carpenter, quello di cui sono sicuro è che malgrado i suoi film abbiano quasi sempre incassato noccioline e che, un po’ per indole, è uno dei registi che pur rimanendo fuori dai giri che contano, ha saputo dare una bella spallata alla storia del cinema.
Basta guardarsi intorno: nell’horror indipendente, in particolare, ci sono sempre più film debitori del lavoro di Carpenter, Adam Wingard ad ogni piè sospinto parla bene di Giovanni e lo cita apertamente nei suoi film, ma il tocco di Carpenter si sente anche in titoli come It Follows, oppure Green Room, ad esempio. Non se rivedremo mai il Maestro dietro alla macchina da presa, ma ora come ora, nel 2016, complice anche un tour mondiale come musicista e i trent’anni di Grosso guaio a Chinatown, pare che ci sia Carpenter ovunque, come ti giri lo trovi lì a fissarti, cacchio sembra Mike Myers!
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| «Prima mi metto gli occhiali per fissarti e poi ti suono il tema di Halloween» |
Capolinea gente! Per la rubrica “John Carpenter’s The Maestro!” è tutto, un po’ mi spiace lo ammetto, mi sono divertito come un bambino chiuso in una fabbrica di caramelle durante il weekend lungo e spero vi siate divertiti anche voi, fate i bravi e guardate tanti Horror!
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| All hail to the Maestro, baby! |
















