
Un film che a casa Cassidy, la Wing-woman ed io rivediamo dalle tre alle sei volte l’anno (storia vera). Per scriverne in maniera più lucida, torna il lupo Sergio direttamente dai Tre Caballeros! Sergio a te l’onore di concludere la rubrica… Non è cinema, è Martin Scorsese!

Ripensare a The wolf of Wall Street a oltre 10 anni dalla sua uscita fa un po’ sorridere. Era il 2013, Martin Scorsese era al vertice della sua carriera, il suo film precedente, Shutter Island, era diventato il suo più grande successo commerciale. La collaborazione con Leonardo DiCaprio era già consolidatissima e The wolf of Wall Street non avrebbe fatto altro che cementificare ancora di più un legame già cementificato da anni, battendo anche il record di Shutter Island e diventando il maggiore incasso mai ottenuto da un film di Scorsese. Marty era all’apice della fama, il Lupo aveva conquistato tutti, “W Scorsese, grandissimo, bomber”… Nel giro di qualche anno sarebbe diventato uno dei registi più odiati dal grande pubblico a causa delle sue famigerate dichiarazioni sui cinecomics, che secondo Scorsese non sarebbero “vero cinema”. In pochi giorni (poi settimane, mesi) milioni di 40enni hanno riversato tonnellate di bile sui social, aizzati dai mass media che nel frattempo lucravano sulla polemica. Come diceva Christopher Plummer in Insider “La fama dura poco, l’infamia dura sempre un po’ di più”.

Tratto dall’autobiografia del noto affarista statunitense Jordan Belfort, il film è stato adattato per il grande schermo da Terence Winter. Dopo aver perso il lavoro a 25 anni a causa del crollo della borsa del 1987, Belfort ricomincia da zero, fonda una piccola azienda di broker che cresce anno dopo anno, fatturando milioni anche grazie a truffe e operazioni illegali. Per un po’ il crimine paga e Belfort e soci si danno alla pazza gioia tra “feste, coca e mignotte tutta la notte”. Ma anche tutto il giorno. Poi l’FBI apre un’indagine su di lui, lo costringe a denunciare anche i suoi soci e lo fa sbattere in galera. Scontato il suo debito con la collettività, Jordy esce di prigione, scrive libri, conduce seminari dove insegna come fare soldi. E grazie a un film sulla sua vita prodotto da Martin Scorsese e Leonardo DiCaprio, intasca anche un botto di dindini tramite i diritti d’autore e vede aumentare vertiginosamente le vendite della sua autobiografia. Un contributo alle finanze di Belfort sarà determinato dall’acquisto di un biglietto del cinema da parte di un tale Sergio per vedere in sala The wolf of Wall Street nel gennaio del 2014.

Visto che si parla di vil danaro, completo l’opera e ricordo che questo biopic è costato circa 100 milioni di dollari e ne ha incassati quasi 400 nel mondo. Mi sbalordisce un po’ leggere su Uichipìdia che negli Stati Uniti il film ha sfiorato il flop incassando solo 116 milioni, un po’ poco per le aspettative dei produttori. Quasi i tre quarti delle entrate totali le dobbiamo al mercato al di fuori degli Usa, sono quelle che hanno determinato il vero successo del film. A cosa si deve questo trionfo? Se lo chiedete a me, a un sapiente mix di foca e droghe distribuite in quantità nelle 3 ore di durata. Con una spolveratina di ironia cinica che fa ridere molto gli spettatori più str… disincantati!… mentre diverte amaramente un’altra fetta di pubblico e fa imbestialire come macachi tutti gli altri. Indignazione da un lato e la sensazione di trovarsi davanti a un film che dice come gira veramente il mondo dall’altro, sono questi i due ingredienti che hanno contribuito un po’ alla pioggia di grana che ha ricoperto The wolf of Wall Street. Ma soprattutto è stato grazie alla foca e alla droga.

Il film ha fatto proseliti anche e soprattutto tra gli spettatori comuni, soprattutto uomini, soprattutto di età tra i 15 e i 40 (ma anche 50, 60…), soprattutto tra spettatori uomini tra i 15 e i 40 appartenenti alla categoria dei “Non me la racconti”. Saputi, materialisti, capitalisti in erba, non nel senso che investono in coltivazioni di Maria, ma che sognano di arricchirsi. Uomini troppo intelligenti e vissuti per lasciarsi fregare dalle idiozie di Olliuùd che parlano di amore, fratellanza, sorellanza e altre boiate da socialisti effeminati, perché “Chi dice che il denaro non fa la felicità, non ha un soldo”, “Serve gente povera, furba e affamata, senza sentimenti” e altri aforismi del genere. Io ci aggiungerei “Nessuno può mettere Baby in un angolo”, per abbondare. Insomma diciamolo pure: The wolf of Wall Street, insieme al quasi omonimo film di Oliver Stone, è diventato il manifesto di molti bambini cresciuti e maschi alpha wannabe convinti di poter fregare tutti facendo lo slalom tra le fregature che altri cercano di rifilargli. Più che una recensione su The wolf of Wall Street sembra che io stia parlando di un remake de La stangata ambientato su una pista da sci.

Buona parte del dibattito intorno al film ha riguardato le intenzioni: lucida critica al capitalismo anarchico di stampo americano o celebrazione dell’uomo brillante che si è fatto da sé? 10 anni fa ero abbastanza convinto che la risposta giusta fosse la prima, in linea con molta produzione del regista. Ma visto che col tempo sono diventato malfidato come Scorsese mi ha insegnato a essere, oggi credo che The wolf of Wall Street giochi astutamente sul confine sottile tra le due zone. La storia tutto sommato parla di una manica di truffatori che vengono beccati e puniti, quindi si potrebbe dire che in fin dei conti il film condanna il suo protagonista. Allo stesso tempo il fatto di narrare tutto dalla prospettiva di Belfort con tono divertito, in molti ha fatto nascere più di una perplessità. Credo che gli autori sappiano benissimo che una buona parte del pubblico è intimamente attratta dai modelli negativi, le schiere di fan che il film si è guadagnato negli anni ne sono la riprova. Senza contare che il biopic parla anche di questo, del fascino che uno come Belfort esercita su chi gli sta intorno. Insomma, penso che gli autori in un certo senso abbiano fatto leva su questa doppia anima del film, consapevoli di accarezzare la pancia ai tanti spettatori “Non me la racconti”. Oltre allo sceneggiatore, penso anche al regista e all’attore protagonista, perché entrambi hanno avuto parecchia voce in capitolo su cosa raccontare e come farlo. Se è vero che Scorsese mette mano spesso ai copioni che gli vengono assegnati, è altrettanto vero che DiCaprio è stato uno dei principali promotori del film. Lui ha acquistato i diritti del libro insieme alla Warner Bros, lui voleva Scorsese a dirigere la baracca, lui ha curato il processo creativo insieme al regista.

C’è stato un momento in cui abbiamo rischiato che The wolf of Wall Street fosse diretto da Ridley Scott (per la gioia di Cassidy). Nel 2007 DiCaprio acquista i diritti sull’autobiografia di Belfort e tira a bordo Scorsese, il quale si mette al lavoro per sei mesi su una prima stesura. Ma la Warner non dà mai il suo ok e il progetto stagna per anni. Siamo intorno al 2010, Scorsese ha abbandonato la nave da tempo, la Warner contatta Ridley e gli affida la regia, poi però tutti quanti continuano a bighellonare finché la Warner non perde i diritti sul libro. Che vengono acquistati dalla Red Granite Pictures, casa di produzione indipendente, che accoglie di nuovo Scorsese a braccia aperte lasciandolo libero di fare quello che gli pare. E questo è il momento in cui Cassidy ringrazia la svogliatezza della Warner e la lungimiranza della Red Granite. Magari in una dimensione parallela Il lupo di Wall Street sarebbe stato uno di quei titoli che salvano la carriera di Scott, risollevandola dopo una serie di progetti fiacchi. O forse, a giudicare dai risultati che Daisy-Ridley-Scott ottiene quando realizza un biopic e prova a condirlo di ironia, avremmo avuto un House of Gucci ante litteram. Non esattamente quello che sarebbe stato il film diretto da Scorsese insomma.

No, per avere quell’irriverenza che percorre il film come lo conosciamo ci voleva la sfacciataggine del regista di Quei bravi ragazzi. Tutto è raccontato con il tono sarcastico a cui Scorsese ci ha abituati nei suoi film gangster, solo che qui Marty calca ancora più del solito sul pedale dell’ironia. Al punto che il film, più che essere un dramma con momenti divertenti, è una commedia con sprazzi di melò cupissimo. Proprio per questa miscela di generi, per il brio della narrazione, per l’uso della voce narrante del protagonista e soprattutto per la scelta di raccontare ascesa e caduta di un fuorilegge dal suo punto di vista, ho sempre considerato The wolf of Wall Street il terzo capitolo di una trilogia ideale, iniziata con Quei bravi ragazzi, proseguita con Casinò e conclusa appunto con il Lupo della Muro Strada. Tant’è vero che, una volta uscito dalla sala, l’unica critica che mi sentivo di fare al film era che tutti i suoi elementi d’interesse li avevo già visti nei gangster movies sopracitati. Questo con DiCaprio arrivava un po’ fuori tempo. Ancora oggi è il solo vero limite che riesco a trovare in quello che è diventato un cult dopo pochi giorni dalla sua uscita. 3 ore di durata che volano grazie al montaggio fluido di Thelma Schoonmaker, all’umorismo nero di moltissime scene e alla capacità degli autori di tenere sveglia l’attenzione dello spettatore a suon di sniffate, sesso, eccessi e sprechi da parte di protagonisti che più impenitenti e spregiudicati non potrebbero essere.

Lungi dall’essere una semplice galleria di pasticche, gente nuda e situazioni triviali, il film è prima di tutto la messa in scena grottesca, ripetitiva, bulimica dell’edonismo occidentale. Quasi senza accorgersene, si arriva al finale saturati dalle feste, dalle urla, dalla droga e dalla smania di denaro. Come Scorsese ha già fatto in passato (vedi Quei bravi ragazzi), nella seconda parte, quella che mostra il declino di Jordan, vediamo l’altra faccia della medaglia di questo mondo smagliante, questa versione newyorkese del Paese dei Balocchi di Collodi. Belfort viene vuotato, perde (quasi) tutto, è talmente dipendente dallo sballo che ne diventa schiavo. Quando si ritrova prigioniero nella sua villa dorata e costretto a bere solo birre analcoliche, vede il mondo crollargli addosso, si sente umiliato. A differenza del Ray Liotta di Goodfellas però, Jordan ha una sorte migliore. Dopo qualche anno di galera (la detenzione è riassunta come una tranquilla partita a tennis nel cortile del penitenziario), torna in libertà e pur non occupando più la posizione di prestigio che aveva prima, ha la possibilità di farsi ascoltare da migliaia, se non milioni, di nessuno che vorrebbero diventare qualcuno.

Scorsese e soci non si accontentano di raccontare senza moralismi la corruzione dell’alta finanza, di smontarla fino alle fondamenta mostrandone tutti i punti critici (l’orgoglio precede la caduta, chi troppo vuole nulla stringe ecc.), ma nel finale con una semplice, geniale inquadratura fa quello che pochissimi registi hanno il coraggio di fare: scaracchia in faccia al pubblico, gli dice quello che non vuole sentirsi dire. “Potete anche disprezzare uno come Belfort, ma volete esattamente le stesse cose che vuole lui e forse, potendo, fareste quello che ha fatto lui”. Nel 1951 Billy Wilder aveva fatto qualcosa di simile parlando del giornalismo d’assalto ne L’asso nella manica, dicendo al suo pubblico che, in pratica, quella macchina perversa la alimentavano loro. E questo, secondo il regista austriaco, gli era costato il fiasco commerciale della pellicola. A Scorsese le cose sarebbero andate decisamente meglio, forse perché le platee del 2013 erano più disilluse rispetto a quelle del ‘51. O forse perché molti non hanno capito nemmeno bene il senso di quell’inquadratura. Con quel finale Marty trova anche il tempo di rompere la quarta parete senza sguardi in camera, senza strappare veli o inquadrare proiettori come lui e altri filmmaker hanno fatto in passato.

Capitolo attori: Matthew McConaughey era nel momento di maggiore successo di critica della sua carriera, compare per 15 minuti scarsi nelle 3 ore di durata complessiva e mette a tacere tutti i detrattori (incluso il sottoscritto) che per 10 anni lo avevano dato per spacciato, perso tra una miriade di commedie dove gli bastava stare a torso nudo per ritirare l’assegno. La sua performance qui è esplosiva, folgorante. Insieme a DiCaprio ha improvvisato la scena al tavolo del ristorante, che sarebbe diventata da subito una delle più famose del cinema contemporaneo grazie a un equilibrio perfetto tra l’analisi amara del mondo della finanza e la comicità più irresistibile. Due curiosità buffe (“che intendi per buffe?”). In un film in cui quasi tutti i protagonisti compaiono (mezzi) nudi, per una volta McConaughey è l’unico a tenere i vestiti addosso. Agli Oscar 2014 avrebbe vinto il premio come migliore attore grazie a Dallas Buyers Club… soffiandolo a Leo che era candidato proprio per The wolf of Wall Street.

Margot Robbie è stata lanciata da questo film, al netto della mia stramba antipatia istintiva nei suoi confronti è innegabile che fin da allora avesse dimostrato un talento fuori dal comune tra le attrici della sua generazione. Come è un fatto che sia una delle star più amate e “sbavate” del cinema contemporaneo, anche grazie alla sua prova nei panni di Naomi Lapaglia, moglie di Belfort. Ovvio, tutti la ricordano per le sue scene di nudo, comprensibile, però è un peccato che quell’aspetto abbia inevitabilmente messo in ombra la sua bravura, soprattutto nei duetti con DiCaprio. Basterebbero le due scene di litigio, quella del bicchiere d’acqua e quella dove si contendono la figlia, per chiudere la questione. Jonah Hill aveva iniziato a rifarsi una credibilità come attore drammatico, quantomeno cercando di lasciarsi alle spalle le commedie pure come Suxbad o i film di Judd Apatow. Due anni prima aveva convinto tutti con Moneyball. Qui ricopre un ruolo sfaccettato, un po’ spalla comica, un po’ l’ennesimo arrivista scatenato nella combriccola del protagonista. Gran bella prova la sua e poi è al centro di quella che forse è la scena più divertente, quella del quaalude, tra l’altro caso più unico che raro di sequenza comica lunghissima (una decina di minuti circa), che fa spanciare dalle risate ed è pure girata magnificamente per gestione del tempo e inquadrature.

Come abbiamo detto The wolf of Wall Street non sarebbe nemmeno esistito senza DiCaprio. Oltre ad aver avuto una parte importante nella fase creativa, Leo è il mattatore assoluto di un film arrivato dopo un’infilata di performance dell’attore una migliore dell’altra (alcune di queste proprio al servizio di Scorsese). La sola cosa poco lusinghiera che posso dire su di lui è che era la prima volta che si misurava con scene in cui doveva far ridere lo spettatore e se a volte risulta molto efficace (la scena del crack mi fa sganasciare ogni volta), in altri momenti forse è un po’ troppo gigione. Penso per esempio ai vari discorsi che rivolge ai dipendenti o ad altre scene recitate con un’energia che a tratti per me non risulta naturale. A mio parere, per affinare del tutto le sue doti da attore comico, avrebbe dovuto attendere di lavorare in Una battaglia dopo l’altra. Diretto da Paul Thomas Anderson per me DiCaprio raggiunge la piena maturità della sua verve comica. Ma sto cercando l’ago nel pagliaio, perché The wolf of Wall Street è l’ennesima ottima prova di uno dei migliori interpreti del nuovo secolo, una specie di Michael Jordan della recitazione, che continua a superarsi di film in film e sembra non volersi fermare mai.

Mi dispiacerebbe non dire nulla sui comprimari, perché tutti fanno un’ottima figura, da Bernthal fino a Dujardin. Ho sempre amato molto l’agente dell’FBI, sia per l’interpretazione credibile di Kyle Chandler, sia per il personaggio. Nei pochi minuti in cui l’agente Denham compare sullo schermo, Scorsese dimostra un rispetto verso di lui che ho sempre trovato tanto silenzioso quanto commovente. Tutto sommato Denham è l’eroe che contribuisce a difendere quella comunità di cui tutti noi facciamo parte. Riesce a ottenere una vittoria (di Pirro?) contro il villain, quello stesso Belfort che, sfottendo l’agente, si autodefinisce di fronte a lui “un cattivo di 007”. Nel finale Jordan si fa una vacanza in prigione e poi è di nuovo libero, Denham continua a fare il suo lavoro “a 50-60mila dollari l’anno, tornando a casa in metro con indosso lo stesso vestito da 3 giorni”. Il regista ci comunica tutto questo inquadrando l’agente in metro, semplicemente. Eppure io sono convinto che quell’inquadratura di pochi secondi suggerisca anche un profondo e tacito affetto verso il personaggio, una celebrazione della grande dignità di un uomo che nonostante tutto continua a spendersi per difendere chi è vittima delle truffe.

Al di là dei grandi incassi, The wolf of Wall Street ha lasciato degli strascichi. Sull’onda del suo successo saranno prodotti diversi biopic su affaristi che tentano la scalata con metodi al limite dell’illegalità. Basti pensare a The founder, Gold e soprattutto a La grande scommessa di Adam McKay, che secondo me dovrebbe essere portato come esempio per illustrare tutta la differenza che c’è tra il prodotto di un grande autore come zio Martin e quello di un buon tecnico che prova a imitare il maestro italoamericano cercando di essere controverso, ma risultando irritante e a tratti noioso. Il film di Scorsese è stato elogiato da molte personalità dello spettacolo, uno di questi è stato Paolo Sorrentino, che senza mezzi termini lo ha definito un capolavoro. Pochi anni dopo il regista napoletano avrebbe realizzato Loro, kolossal sulla figura di Silvio Berlusconi chiaramente influenzato dal Lupo di Wall Street. Peraltro un buonissimo film che nessuno si caga (Cassidy, facci un pensiero per la Bara), anche perché Mediaset ne ha acquistato i diritti e non lo distribuisce manco per idea. In seguito Scorsese sarebbe tornato a vestire i panni dell’artista serio, del drammaturgo, perdendo gran parte del favore che aveva guadagnato presso le masse, soprattutto grazie a questo film. Per fortuna avrebbe continuato a godere della stima della critica, che sarà pure costituita da intellettuali snob, ma a volte sa riconoscere il grande cinema più dello spettatore medio. Così chiudo anch’io il mio articolo con uno scaracchio in faccia al pubblico.
P.S. Grazie ancora a Sergio per l’incredibile e super competente sostegno dato a questa rubrica, che vi ricordo si completa con i titoli già presenti sulla Bara, ovvero Silence, The Irishman e Killers of the Flower Moon. Spero abbiate gradito questo viaggio a bordo di Bara nel cinema del Maestro di New York, siamo già al lavoro sulla prossima monografia, dove punteremo ancora più in alto!


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