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The World’s End (2013): la birra, l’universo e tutto quanto

Abbiamo girato tutti i Pub in cerca di un Cornetto e siamo dovuti arrivare alla fine del mondo (e della rubrica) per trovarlo, benvenuti all’ultimo capitolo di… Edgar was always (W)right!

Faccio una doverosa premessa, non ho nulla contro il titolo italiano del film, “La fine del mondo” è una traduzione diligente e accurata del titolo, ma visto che la continuità interna (quasi ossessiva) è uno dei punti di forza della trilogia del Cornetto, ho deciso di rispettarla usando il titolo inglese nel post. Anche perché bisogna dire che dopo la trasferta americana di Edgar Wright nel 2010 che ha prodotto quel gioiellino di “Scott Pilgrim vs. the World” (che dite lo mettiamo in coda alla rubrica?), nemmeno uno strambo Paese a forma di scarpa ai margini della galassia ha potuto più ignorare la trilogia del Cornetto, infatti “La fine del mondo” ha visto il buio delle nostre sale cinematografiche e poi la mensola dei Blu-Ray di casa Cassidy, dove è uno dei più consumati.

Ho una predilezione particolare per questo capitolo finale della trilogia del Cornetto, facile capire il perché il tema “alcolico” di fondo mi compra facilmente, ma il resto lo fa la mia predilezione per i film che cambiano genere cinematografico in corsa, inoltre a dirla proprio tutta è il capitolo che trovo più malinconico, a tratti mi verrebbe da definirlo commovente, ma potrebbe essere un caso di “ciucca triste”.

Ciucco per ciucco, tanto vale darci dentro a bere.

La popolarità di Edgar Wright, Simon Pegg e Nick Frost mi fa pensare che ormai questo film dovreste già averlo visto tutti, posso solo ringraziare di aver cominciato la mia disintossicazione dai trailer già ai tempi dell’uscita di questo film, perché quello di questa pellicola è particolarmente criminale nell’anticipare malamente tutte le svolte più importanti. Proprio per questo, ad un certo punto, come Gary King vi farò “Il segnale”, per non rovinare la visione a chi non avesse ancora visto questo capolavoro.

“The World’s End” conclude alla grande i temi chiave della trilogia del Cornetto, un punto di arrivo, quasi di maturità, potremmo dire, sia dal punto di vista dei contenuti che della messa in scena, basta confrontare la lotta a colpi di Queen di Shaun of the Dead, con la mega rissa (sempre al pub) di questo film, per avere sotto gli occhi il miglioramento esponenziale del talento di Edgar Wright. Per sapersi giostrare alla perfezione tra più generi cinematografici, poi, bisogna essere bravi sul serio e questo film, in tal senso, è un trattato che vorrei premiare, facendolo diventare il più “giovane” titolo ad entrare a far parte dei Classidy!

Lo dico sempre che bisognerebbe diffidare di quelli che durante l’adolescenza erano già fighi, sono profondamente convinto che nella vita ognuno debba passare una fase di “sfiga” formativa necessaria a potersi godere la maturità e la pace interiore conquistata con il tempo. I primi minuti del film che, come dico sempre, sono i fondamentali per determinare tutta la pellicola, qui vengono spesi dalla regia e dal solito millimetrico e forsennato montaggio di Edgar Wright per raccontarci il momento più alto della vita di Gary King.

A vent’anni, bevi e passi tutta la notte fuori, ma il giorno dopo sei fresco come una rosa.

Cappotto, maglietta dei Sister of Mercy, occhiali da sole, nel 1990 Gary “the King” è il re della sua corte di amici che, non a caso, è composta da “cinque moschettieri” dai cognomi a tema medioevale, il primo cavaliere e migliore amico Andrew Knightley, il principe e rivale in amore Steven Prince, il ciambellano sempre al telefono Oliver Chamberlain e il paggio Peter Page. L’impresa eccezionale di questo colorito gruppo di cavalieri sarà quella di attraversare “Il miglio dorato” della cittadina di Newton Haven, un percorso a tappe di tutti i dodici pub dai nomi coloriti: The First Post, The Old Familiar, The Famous Cock, The Cross Hands, The Good Companions, The Trusty Servant, The Two-Headed Dog, The Mermaid, The Beehive, The King’s Head, The Hole in the Wall e infine il The World’s End.

Una pinta in ogni pub, sei litri di birra da distribuire sui più o meno cinque litri di sangue che scorrono all’interno del corpo umano. Se avete un passato (oppure un presente) da birraioli e la giusta compagnia di amici può essere una notte da ricordare per sempre, ma nel 1990 Re Gary e i suoi sono arrivati alla fine del mondo, doveva essere la loro notte, ma così non è stato, poteva essere il punto più alto delle loro vite, invece resta il più grande rimpianto di un invecchiato e tinto Gary (Simon Pegg in gran spolvero) che pensa bene: “Diavolo perché no, riproviamoci!”.

A quarant’anni, fai quello che facevi a venti, ma ci metti il doppio del tempo a recuperare.

Problema: Gary è rimasto a quella notte, mentre i suoi amici sono semplicemente cresciuti, sono diventati tutti lavoro, palestra, responsabilità e famiglia, anche se, come insegna Stephen King, hanno ancora molto dei ragazzi scemi di allora.

Il Peter Page di Eddie Marsan continua a prendere ordini come se fosse ancora il bersaglio preferito dei bulli, lo Steven Prince di Paddy Considine fa lo sciupafemmine impunito, ma, in realtà, è ancora cotto di Sam (Rosamund Pike) la sorella di Oliver Chamberlain (Martin Freeman) che, malgrado non abbia più la voglia che gli era valsa il soprannome di Omen, è sempre identico, ha solo un cellulare più moderno.

Non li sopporto quelli con l’auricolare, non si capisce mai con chi stanno parlando.

Il più difficile da convincere è Andy (Nick Frost) un tempo il braccio destro più fidato, quello pronto a seguire Gary fino… Beh, alla fine del mondo. Ora è un adulto responsabile, ligio al dovere e soprattutto sobrio, che non vuole più saperne dello scapestrato amico di un tempo. Bisogna notare che se Nick Frost nei precedenti due capitoli della trilogia del Cornetto interpretava sempre quello devastato della coppia, qui si scambia idealmente di ruolo con l’amico Simon Pegg, in un cambio degno di quello tra John Belushi e Dan Aykroyd in “I vicini di casa” (1981).

«Devi crescere, non puoi passare le giornate a farti le
canne e giocare ai videogames», «Sei cambiato amico, una volta eri diverso»

Mentendo, ingannando e agendo come sempre come se non ci fosse un domani, re Gary convince tutti a tornare a Newton Haven per riprovare ad affrontare “Il miglio dorato” con lo stesso entusiasmo di allora (che ormai ha solo lui), ma con parecchi anni in più sul contachilometri. Lo avete avuto tutti un amico come Gary King in vita vostra, garantito al limone e se così non fosse, è solo perché eravate VOI il Gary King di qualcuno, uno che guida la stessa macchina (la bestia!) ed indossa lo stesso cappotto ascoltando ancora i Sister of Mercy. Questione su cui non ho nulla da appuntare, di tutti i gruppi della scena Goth sono ancora quelli che preferisco (storia vera).

Se salto indietro nel tempo dev’essere, che lo sia fino in fondo! Infatti, la loro impresa parte sulle note di “So young” dei Suede, anche se tutti cercano di far notare a Gary che tutto è cambiato, persino i Pub ormai sembrano tutti uguali, un “effetto Starbucks” che li ha resi quasi tutti una catena in franchising, omologati alla massa. La rimpatriata va avanti malgrado tutto, anche il fatto che gli amici abbiano dimenticato il loro vocabolario fatto di frasi come «Let’s Boo Boo», oppure qualche birra vada bevuta pescando da quelle abbandonate da qualche precedente cliente, niente ferma Gary King intenzionato questa volta a completare l’opera.

«Mentre Cassidy blatera io vado in bagno, si sa ne bevi un bicchiere e nei fai una bottiglia»

Il tasso alcolico sale (infatti Gary non riesce a saltare la staccionata, nella ormai classica gag ricorrente di tutta la trilogia) qualche ricordo di scuola tipo il “sandwich alla marmellata” torna alla mente e la birra nel sangue aiuta a sciogliersi un po’, il film fila via liscio i dialoghi scorrono come musica e con questo gruppo e tutti i loro casini, sembra di esserci un po’ cresciuti anche se li conosciamo da mezz’ora. Come quando sei ubriaco e fai amicizia con tutti, insomma.

Nel bagno del quarto pub a poco meno di quaranta minuti dall’inizio del film, “The World’s End” fa una capriola all’indietro e cambia genere cinematografico, in uno di quei passaggi da una tipologia di film all’altra che hanno reso dei classici Predator e alcuni suoi derivati chiaramente ispirati come “Dal tramonto all’alba” (1996). Se non vi fosse chiaro, questo sono io che vi faccio “Il segnale”, se non avete visto il film e non volete sapere niente del resto della trama SMETTETE DI LEGGERE, per tutti gli altri sotto con la birra, ehm, con il post volevo dire.

Come da tradizione della trilogia, saltiamo la staccionata e buttiamoci tra le braccia degli SPOILER.

Con la rissa in bagno, il sangue blu (che sembra quello verde inserito nella seconda edizione di “Carmageddon” per raggirare i problemi con la censura) e i corpi smontabili dei “Blanks”, il film abbraccia in pieno il genere fantascientifico, infatti il Cornetto che si vede per pochi secondi alla fine, ha la carta verde del gusto cioccolato e menta, perché secondo Pegg solo questo colore può indicare la fantascienza (storia vera).

“The World’s End” senza mai perdere ritmo e brillantezza nella trovate comiche, inizia come “Amici miei” (1975) e finisce come L’invasione degli ultracorpi in equilibrio perfetto tra malinconia e fantascienza pura. Portando ad un altro livello il filo rosso che lega tutti i capitoli della trilogia del Cornetto, l’amicizia maschile e l’eterno scontro tra la leggerezza dei bei tempi andati dell’adolescenza e le responsabilità dell’età adulta.

Nasconditi! Sta arrivando la maturità!

Prima abbiamo avuto gli zombie, poi i cittadini di Sandford, infine sono arrivati i “Blanks” a rappresentare la forza omologatrice della maturità. Il doppiaggio li traduce come “Vuoti”, mantenendo il gioco di parola durante lo scambia di battute che porta a battezzare gli invasori alieni, ma questi alieni che gentilmente e con argomentazioni logiche ti invitano ad unirti alla loro invasione silenziosa accettando la nuova condizione, sembrano proprio adulti che spiegano ai bambini di guardare prima di attraversare la strada, oppure di lavarsi le mani prima di sedersi a tavola.

Il loro perfetto contraltare è Gary King, l’eterno adolescente che non si rassegna, nemmeno al tempo che passa e con il suo ostinato (per non dire disperato, come scopriremo nella scena finale nell’ultimo Pub) opporsi tirerà dentro tutti i suoi amici. “The World’s End” è la perfetta conclusione della trilogia del Cornetto perché porta lo scontro tra adolescenza e maturità ad un livello più profondo, non solo perché i protagonisti sono invecchiati (rispetto a Shaun of the Dead, qui Simon Pegg sembra sua nonno, il che migliora la credibilità del personaggio), ma perché il film non fa riferimento ad un modello cinematografico solo (Romero per Shaun e i film d’azione per Hot Fuzz), fa che abbracciare direttamente l’intero genere (per altro uno piuttosto vasto come la fantascienza) spaziando da cinema a letteratura, costringendoti anche a rivalutare tutti gli indizi sparsi nel primo atto della pellicola.

Ecco, l’espressione WTF la userete parecchio guardando il film.

Per capire se gli amici sono ancora umani, fanno un’ironica versione locale del test del sangue di La Cosa, confrontando le rispettive cicatrici, mentre la statua di arte moderna che nessuno capisce diventerà una creatura simile al colosso Gort di “Ultimatum alla Terra” (1951) nel finale. Post moderno è un’espressione che ti fa sembrare subito uno di quelli che preferisce Starbucks ad un vecchio Pub inglese, però il cinema di Edgar Wright è fatto di rielaborazione dei classici mai fine a se stessa, è innegabile che il trio di amici siano dei Nerd senza ritorno, ma “The World’s End” è lo straordinario finale di una trilogia capolavoro perché il delirio citazionista è sempre veicolato al messaggio.

Nella colonna sonora del film possiamo sentire “Loaded” dei Primal Scream che con la sua citazione interna a “I selvaggi” di Roger Corman (1966) anticipa le parole di Gary nel finale del film. Allo stesso modo, lo spassoso scontro con le due gemelle “Blanks” che si smontano e rimontano in un’unica creatura a due teste, avviene nel pub che si chiama The Two-Headed Dog. Se poi aguzzate la vista, noterete che il libro che sta leggendo il professore interpretato da Pierce Brosnan (secondo 007 a recitare nella trilogia dopo Timothy Dalton) è “Il nuovo mondo” un classico inglese della fantascienza di genere distopico.

Vale come citazione letteraria? Chiediamo all’esperto.

“The World’s End” riesce alla perfezione a parlare al pubblico del tempo che passa e dell’amicizia maschile e, allo stesso tempo, fa citazioni colte e appropriate sugli elementi fantascientifici che lo compongono (le varie gag legate al vero significato della parola Robot, ad esempio). Più inglese di ambientare l’intera storia lungo dodici Pub, soltanto i riferimenti letterali al suo interno, perché gli alieni invasori di questo film, non somigliano per niente a quelli caciaroni americani, quelli che arrivano e fanno esplodere le cose, anche loro sono Inglesi fino al midollo e il loro piano sembra uscito da uno dei romanzi di Douglas Adams.

Proprio come i Pub di Newton Haven, gli alieni del film applicano una strategia degna di Starbucks ai pianeti che decidono di conquistare, sostituendo umani con copie identiche solo quando strettamente necessario. Come adulti responsabili, parlano con la voce pacata di Bill Nighy (in originale troviamo lui a parlare per “La Rete”) cercando di convincere tutti a fare le scelta migliore e più logica. Lo scontro finale tra gli umani (gli adolescenti) e gli alieni (gli adulti) sembra riprendere lo spirito di molta fantascienza classica in cui tutto si risolveva a parole e non per forza con una guerra, a ben guardarlo, “The World’s End” sembra un episodio di Doctor Who, scritto da uno con il sangue diluito da tutte le birre che puoi bere percorrendo “Il miglio dorato”.

«Allons-Cheers… ma che ne so, ‘sto ubriaco»

Gli alieni adulti di questo film sono violenti solo se strettamente necessario, prima ci hanno tentato e comprato mostrandoci quanto può essere agiata una vita connessi alla loro rete tramite Bluetooth e Twitter, sperando di convincerci a diventare anche noi degli adulti integrati e produttivi di nostra spontanea volontà. Il bello è che a parlare a nome dell’umanità trovano un ubriaco con la maglia dei Sister of Mercy ancora fermo al 1990 che, per assurdo, è il più puro dei bambini, solo molto più sbronzo di birra.

Va bene tutto, ma la birra rovesciata no eh!

Il finale di “The World’s End” è travolgente perché gli ultimi due Pub vengono visitati di corsa (letteralmente), penso di aver visto il film una decina di volte e beccami gallina se anche conoscendo tutte le svolte, questo film vada mai giù a livello di ritmo. Arrivati alla “Fine del mondo” Gary e Andy sono costretti ad uno scontro finale, una confessione tra amici che da ubriachi non può che venire meglio perché più sincera (perché due maschi al pub prima di chiedersi «Come stai?» prima si scolano minimo quattro pinte) che è un momento emotivo incredibile perché rappresenta il momento esatto in cui i personaggi calano la maschera e confessano che i bei tempi andati sono tutto quello che gli resta, grazie a quella scena il duello con gli alieni può essere finalmente combattuto ad armi pari.

Sì, perché, andiamo: come fa un fan dei Sister of Mercy sbronzo ad avere la meglio su una civiltà aliena ultra tecnologica e con motivazioni accattivanti, tipo diavolo tentatore che ti offre la scorciatoia della vita? Solo un bambino che pianta i piedi a terra può avere la meglio su un adulto responsabile, che preso per sfinimento si concede una ripicca ben poco adulta, quel «Fuck you» finale che sembra la volontà di aver per forza l’ultima parola.

Spero stiate apprezzando lo sforzo di selezionare solo foto anti-Spoiler.

Il monologo finale di Gary King senza correre mai il rischio di passare per serioso, è dannatamente convincente e coinvolgente, dopo 109 minuti ti ritrovi a credere alle parole di un ubriaco come se avessi passato la sera a bere con lui, perché l’umanità come tanti adolescenti – e come Gary King – non ha voglia che qualcuno gli dica quando andare a dormire, vuole poter sbagliare anche malamente (il modo in cui vengono trattati i “Blanks” negli ultimi minuti di film), ma farlo fino in fondo da soli, essere liberi di percorrere “Il miglio dorato” perché la maturità va conquistata anche sbattendoci il naso.

Volendo, potremmo dire che negli ultimissimi minuti, “The World’s End” cambia ancora una volta genere, abbracciando la fantascienza post-apocalittica alla Mad Max. Nemmeno con pochissimi minuti ancora da raccontare Edgar Wright alza mai il piede dall’acceleratore e fa diventare il pianeta un “coraggioso nuovo mondo” (passatemi la citazione) e Gary King quello che era destinato a diventare, un adulto responsabile (di alcuni “Blanks), ma sempre il Re con la maglietta dei Sister of Mercy, finalmente cresciuto si, però alle sue condizioni.

Suono la campana, il Pub la Bara Volante sta per servire l’ultimo
giro. Agguantate l’ultima birra oppure l’ultimo Cornetto.

Penso che non mi stancherò mai di vedere e rivedere “The World’s End” identificandomi con i personaggi perché ha qualcosa dei grandi film generazionali tipo “Il grande Freddo” o il già citato “Amici miei”, ma anche tanta ottima fantascienza, parecchia buona musica (“This corrosion” sui titoli di coda è la ciliegina sulla torta) e… Beh, anche parecchia birra, non di solo Cornetto vive l’uomo!

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