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The Young Pope – Stagione 1: This must be the Pope

Ormai dovreste
averlo capito, magari un po’ in ritardo, ma arrivo sempre a destinazione, come
dicevano nel Signore degli anelli: un Cassidy non è mai in ritardo, arriva
precisamente quando intende farlo. Ok, non dicevano proprio così, ma avete capito
il senso, che vale anche per la serie tv diretta da Paolo Sorrentino.


Lo ripeto: Paolo
Sorrentino! Siete fuggiti via urlando pensando a “La grande bellezza” (2013),
oppure siete ancora qui? No, perché non ricordo un caso più clamoroso di
“Italiosità” di quello disgraziato in cui Canale 5 ha deciso di mandare il film
vincitore dell’Oscar in prima serata, mamma mia che giornata brutta mi sono
passato al lavoro il giorno dopo…
Detto questo, a
me Sorrentino non dispiace affatto, sono ancora convinto che il suo film
migliore sia “Il Divo” (2008) e proprio per questo ero curioso di vedere questa
serie, mega produzione internazionale che ha visto collaborare insieme Sky, HBO
e Canal+.
Bravissimo
Sorrentino a cavalcare il momento (anche della sua carriera) giusto per poter
puntare a questo tipo di palcoscenico, il fatto che la serie poi sia piaciuta
un po’ ovunque nel mondo non mi stupisce più di tanto, oltre alle solite cose
(pizza, Mafia e mandolino), l’Italia viene identificata nel mondo per la Chiesa
cattolica e per il Papa, poi bisognerebbe spiegare che tecnicamente il Vaticano
non fa parte dell’Italia, perché paga regolarmente le sue tasse e… Oh, sentite,
se non volete passare di qua domani e trovare un sito che vende on line
souvenir del Papa meglio se non mi fate finire il discorso, torniamo alla
serie.


Nemmeno Sorrentino resiste alla tentazione della famigerata “NUCam”.

Che per nostra
fortuna, tratta Papa, Curia e Vaticano con un’attitudine abbastanza sovversiva
da piacere agli eretici in odore di scomunica come me, ma anche azzeccata
il giusto da non dover costringere Sorrentino ad andare a Canossa in abito da
penitente a chiedere perdono, un’opera di equilibrismo invidiabile, ma anche di
coerenza tematica interna al cinema di Sorrentino mica male.

La storia parla
del giovane cardinale Lenny Belardo (Jude Law) talmente ininfluente dal peso
politico e notoriamente schivo nella vita e nel suo operato da essere la
scelta perfetta come prossimo Papa, il primo americano della storia del Vaticano che una volta nominato sceglie il nome di Pio XIII, anche se poi si
comporta più come Jason di Venerdì 13,
perché davvero non prende prigionieri!
S’inizia subito
forte con un pilot quasi circolare che si apre con il discorso papale
(immaginario) incredibilmente Liberal considerando da chi viene pronunciato e
termina con il Papa che mette fine alla pioggia con un gesto della mano.
Peccato che la realtà sia molto diversa, Pio XIII a fine episodio termina il
suo discorso sotto una pioggia apocalittica, mentre con le sue parole tuona il
ritorno al timore di Dio, predicando la sua assenza, perché questo Papa sarà
pure giovane, ma è il peggiore dei conservatori ed è pure piuttosto bizzoso.


Insomma si è fatto nominare ma vi ha fregati tutti.

L’assenza
dell’Onnipotente, il suo eterno silenzio, che poi è quello di un grande padre
che non risponde mai alle suppliche dei suoi figli e che li ha abbandonati a
loro stessi, qualcuno sostiene per sempre, qualcun altro donando loro il libero
arbitrio, ma il risultato è lo stesso: un genitore assente. Esattamente come
quelli di Lenny Belardo, scomparsi abbandonandolo solo a Venezia e poi alle
amorevoli cure dell’orfanotrofio gestito da Suor Mary (un’azzeccatissima Diane
Keaton).

Spazziamo subito
il campo da dubbi e perplessità: “The young pope” non ha lo stesso registro e
lo stesso passo de “La grande bellezza”, potete tirare un sospiro di sollievo,
oppure disperarvi in base ai vostri gusti, se dovessi fare un titolo di
paragone, direi che questa serie somiglia molto di più a “This Must Be the Place”
(2011) e non solo per il fatto di avere un attore di Hollywood a fare il
mattatore.
Lenny Belardo
viene proprio definito un bambino, anche uno di quelli molto viziati, che ha
preparato la sua ascesa come il migliore dei lottatori, mostrandosi debole e
quindi facile da battere, per poi rivelarsi un osso durissimo per tutti, per il
premier italiano giovane e spavaldo Matteo Renzi Stefano Accorsi, con
cui ha uno scontro verbale nel quarto episodio.


Stefano Accorsi vs Giuda Legge, stato e chiesa a confronto.

Ma anche per il
cardinale Angelo Voiello (Silvio Orlando) vera eminenza grigia del Vaticano,
capace di tirare tutti i fili che si ritrova completamente spiazzato davanti
alla giovanile intemperanza del Papa, per definirli proprio capricci, tipo
riavere la corona papale esposta da decenni dei musei di Washington, solo per
poterla indossare nel momento in cui può fare più colpo sui suoi vaticani, brillante
l’idea di Sorrentino di sottolineare la scena di vestizione con le note di
“Sexy and i’m know it”, sono scoppiato a ridere per l’accostamento ardito.

Beh ognuno si sente figo a modo suo, qualcuno con un uovo di pasqua in testa.

A livello
strategico, questo giovane Papa è a suo agio tra i palazzi vaticani, proprio
come Frank Underwood tra i corridoi
della Casa Bianca e la sua arma segreta è proprio l’assenza, mi è sembrato
molto azzeccato da parte di Sorrentino scegliere per la (fighissima) sigla le
note di “All Along the Watchtower” di Bob Dylan nella versione più moderna di
Devlin, proprio quel Bob Dylan che nella sua vita ha saputo essere
rivoluzionario e contro rivoluzionario, ma soprattutto che ha dato gran valore
all’assenza, potreste aver sentito parlare del suo NON ritiro del premio Nobel,
qualche giornale dovrebbe averne parlato.

L’idea di Pio
XIII è quella di far patire a tutti i cattolici, la stessa assenza e lo stesso
senso di abbandono che ha provato lui, orfano abbandonato dai genitori, in tal
senso è molto simile al Cheyenne di Sean Penn, “This must be the place” è il
romanzo di formazione di uno che è stato ragazzino per cinquant’anni prima di
maturare e mettere la testa a posto, a Pio XIII accade lo stesso, proprio per
questo, durante la prima stagione lo vediamo molto ammorbidirsi sulle sue
posizioni di conservatore, affrontare un viaggio in Africa e concludere il suo
arco narrativo come personaggio, dove tutto è iniziato, ovvero in piazza San
Marco a Venezia.


Chissà perchè quel mappamondo mi ricorda un film di Chaplin piuttosto famoso.

In tutto questo,
Sorrentino tocca argomenti anche non caldi, roventi, come la pedofilia nella Chiesa cattolica, attraverso il riuscitissimo personaggio del Bernardo
Gutierrez (Javier Cámara) che viene spedito negli Stati Uniti come grande
accusatore di un cardinale accusato di pedofilia, proprio lui che oltre a
qualche segreto da mantenere, vorrebbe solo restare tra le sue mura vaticane
sicure, invece come Bilbo Baggins deve affrontare controvoglia la missione.

La maturazione di
Pio XIII passa attraverso lo scontro la figura paterna di Michael Spencer (un
ottimo James Cromwell) e con gli scontri con Angelo Voiello, non lo dico perché
devo per fare quello che parla bene dell’attore italiano in una
produzione piena di talenti stranieri, ma tanto di cappello a Silvio Orlando,
alle prese con un personaggio con cui è molto difficile entrare in empatia per
il pubblico, ma che riesce comunque a dare grande respiro alla trama, infatti
negli episodi in cui la trama lo mette un po’ da parte, la sua assenza comunque
si sente, perché Orlando funziona quando deve spararsi lunghissime linee di
dialogo tutte in inglese, o quando deve fare l’Italiano medio, che si dispera
per i risultati non proprio eccelsi del suo Napoli.


Ricordo un precedente però, quando cantava “I’m on fire” di Springsteen in un film di Moretti.

Ho trovato molto
azzeccata Diane Keaton che stempera lo stress del suo ruolo giocando a basket
nei canestri vaticani, l’unica cosa che posso dire alla Keaton è che se mette
le mani in quel modo fa il triplo della fatica a tirare la palla, pensare che
Jack Nicholson ti ha portato a vedere tutte quelle partite dei Lakers potevi
stare un po’ più attenta, dai!

La tecnica è un attimo da rivedere, ma apprezzo l’impegno Diane.

Ma staremmo a
parlare della fuffa se non fosse per Jude Law che pensavo sarebbe stato un po’
imbalsamato nella parte, invece è bravissimo, più di una volta, complice anche
la tipologia di personaggio, mi sono ritrovato a pensare a Kevin Spacey, il che
se non si fosse capito è un complimento. Sarà che Giuda Legge una
pettinatura così laccata non la sfoggiava dai tempi in cui impersonava Gigolò
Joe nel film “A.I.” di Steven Spielberg, ma qui è davvero a suo agio,
normalmente funziona in ruoli da bambolone un po’ spaesato, ma penso che le parti da bastardo gli vengano
pure meglio, qui davvero si supera grazie ad una prova maiuscola, poi
ammettiamolo: ci vuole un discreto colpo di genio per prendere uno che di nome
fa Giuda e fargli interpretare la parte del Papa, dai!

Vi lascio il tempo per cantarvi in testa una canzone famosa di Lady Gaga.

Su tutto aleggia
Sorrentino, sempre estremamente riconoscibile, anche qui non mancano le
canzoncine (questa volta tocca a “Senza un perché” di Nada) e i momenti di
ballo, non manca la comparsata del solito animale semi onirico Felliniano, qui
impersonato da un canguro e, soprattutto, non manca Nello Venditti! Che è il
vero porta fortuna di Sorrentino, qui si manifesta solo nell’episodio 1×07 con
una sua canzone, ma l’ultima volta che ha fatto una comparsata, Sorrentino ha vinto
un Oscar, potere di Nello Venditti!

Insomma, sempre
con i miei tempi, studiati al millimetro in ritardo, sono riuscito a
vedere la serie ed ora sono già in attesa del suo già annunciato quasi
seguito, “The new Pope”, che dovrebbe arrivare nel 2018. Fai con comodo
Sorrentino, tanto prima o poi io arrivo, tranquillo!
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