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The Zero Theorem (2013): le dimensioni del mio caos

Il cerchio si chiude, il grande zero si completa e anche questo viaggio sta per arrivare alla fine, ma lasciate che vi dia ancora una volta il benvenuto alla rubrica… Gilliamesque!

Malgrado le attenzioni sollevate con Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il diavolo, Terry Gilliam torna presto alla sua costante lotta contro i mulini a vento della produzione, mettere insieme il budget per un nuovo progetto diventa sempre più complicato, anche se (ovviamente) ad una mente vulcanica come la sua non mancano mai le idee, lo spunto questa volta è il racconto breve scritto da Pat Rushin intitolato “The call” che lo scrittore adatta insieme a Gilliam in una sceneggiatura per il grande schermo dal titolo molto meno anonimo: The Zero Theorem.

Per la parte del protagonista, l’hacker complessato Qohen Leth, Gilliam aveva in mente Billy Bob Thornton e, malgrado il supporto del produttore Richard D. Zanuck, non si trova una quadra nemmeno economica, strano, perché Zanuck è l’uomo dietro a tutti i film di Tim Burton dal 2001 in poi, quindi se escludiamo l’ottimo Big Fish, tutta roba che ha pure incassato parecchio, senza essere per forza memorabile, ecco.

Immagino che le riunioni con i finanziatori di Gilliam non siano tanto diverse da così.

Per trovare i fondi Gilliam si dedica ad un paio di cortometraggi “The Legend of Hallowdega” (Short) e “The Wholly Family” (2010) quest’ultimo girato in Italia e prodotto da una nota marca di pasta napoletana (storia vera), insomma dovrebbe essere chiaro ormai che Terry pur di continuare a sfornare la sua arte, non si fa davvero problemi, vorrei dire è di bocca buona, e lavora pure per un piatto di pasta, caparbio come un vero Don Chisciotte.

Il progetto torna in vita quando il figlio di Zanuck, Dean eredita dal padre venuto a mancare nel 2012 i diritti del film e grazie al coinvolgimento di un attore lanciatissimo come Christoph Waltz (anche in veste di produttore) Gilliam torna in sella, ma prima bisogna ancora risolvere il problema del costo. Girando in Inghilterra la pellicola verrebbe a costare circa 20 milioni di Euro, ma spostando tutta la produzione in Romania, si potrebbero contenere i costi arrivando a 9 milioni: tutti sull’aereo andiamo a trovare Dracula!

«Possiamo accendere il riscaldamento Terry?» , «No costa troppo, però se vuoi ho un fiammifero»

Ulteriormente maltrattato dalla nostra distribuzione che ha deciso di farlo uscire in sala solo tre anni dopo, nel 2016, appesantito dal sottotitolo “The Zero Theorem – Tutto è vanità” (ma perché!?), il film ha tutto per farci cadere della trappola facile di etichettarlo frettolosamente come un Brazil senza soldi, i punti in comune sono moltissimi e tutti belli in mostra, mentre le differenze sono più difficili da scovare anche se sostanziali, trama e cominciamo.

Qohen Leth (Christoph Waltz) è un hacker incredibilmente tormentato a cui la grande compagnia Mancom, nella persona del mega direttore galattico (Matt Damon con più strisce addosso di uno Juventino), assegna l’impossibile compito di risolvere il Teorema Zero, un rebus che dovrebbe spiegare la vita, l’universo e tutto quanto, ma che più che altro servirebbe a spiegare una volta per tutte che tutto è stato generato dal caos e ad esso è destinato a ritornare, visto che i sogni di Qohen sono costellati da un enorme buco nero in espansione che lo minaccia.

Crudelio Matt Da Mon.

Per tutti Qohen Leth è l’uomo giusto per questo assurdo compito, per tutti, tranne che per Qohen! Il suo nome ricorda quello di un antico profeta ebraico che ha speso la vita a cercare il senso della vita, ma che nessuno riesce a pronunciare, malgrado il povero Qohen caparbiamente, si ostini a fare a tutti lo spelling.

Nello spazio nessuno può sentirti calcorare i teoremi.

Sì, perché Qohen è a tutti gli effetti un non personaggio, Christoph Waltz è un attore che gigioneggia costantemente sopra le righe e qui, invece, porta a casa il risultato grazie ad una prova incredibilmente misurata, in cui si annulla, come fa con i capelli e le sopracciglia, rasati per dare (o meglio togliere) forma a Qohen. Uno che soffre a uscire di casa affrontando il modo esterno, quasi come se vivesse al limite dell’agorafobia, che odia la folla perché è lui stesso molto affollato (tanto che parla di sé stesso in terza persona), ma soprattutto vuole stare a casa, per essere presente e rispondere al telefono. Sì, perché una volta Qohen ha ricevuto una chiamata interrotta bruscamente che secondo lui gli avrebbe rivelato il significato della sua vita, il suo posto nel mondo e da allora Qohen aspetta fiducioso e metodico la rivelazione proveniente dalla cornetta.

Un uomo di fede come lo definisce il Direttore della Mancom, tanto che vive in un vecchio monastero comprato per pochi spiccioli da un gruppo di monaci, probabilmente fuggiti all’estero quando il loro culto è decaduto in favore di roba più popolare come la chiesa di Batman redentore, perché una stoccata ironica alle religioni, da buon Monty Python Gilliam, non la nega mai.

Ma il prete di questa chiesa avrà anche la Bat-Mobile?

Ma il mondo in cui vive Qohen Leth ti fa davvero voglia di stare chiuso in casa, Gilliam lo mostra molto poco ma alla grande, strizzando i centesimi del budget (una manciata di auto elettriche della Renault per rappresentare il traffico del futuro) e riempiendo lo schermo di dettagli. In questo (non tanto coraggioso) nuovo mondo, la pubblicità letteralmente t’insegue per strada, se ti fermi in un parco, ti troverai davanti ad una parete di divieti, vietato fumare, vietato fare rumore, vietato essere felici, un gran casino colorato di cui Qohen non fa parte, infatti è l’unico che esce sempre vestito di nero.

Vietato divertirsi, vietato sostare, vietato prendere il sole, vietato leggere le didascalie.

Malgrado il budget ridotto all’osso, il talento visivo di Gilliam non è mai in discussione, i pochissimi sprazzi di scene girate in esterno di “The Zero Theorem” ti danno proprio l’idea di un futuro distopico in cui se non sei collegato, connesso e online non sei nessuno, anzi non esisti proprio, un aggiornamento del futuro di Brazil, ai nostri tempi Smartphone-dipendenti che riesce ad essere dal punto di vista visivo, il miglior adattamento per il grande schermo di uno dei miei fumetti preferiti, “Transmetropolitan” di Warren Ellis e Darick Robertson.

Chissà se Gilliam lo ha mai letto?

Ma siccome i soldi sono pochissimi, il cervello vulcanico di Gilliam deve arrangiarsi, Peter Stormare nella parte di uno dei dottori che visitano il protagonista è stato sul set giusto il tempo di girare le sue scene, così come Matt Damon e Tilda Swinton, la psicologa informatica, uno dei tanti personaggi a cui la Swinton abbina ad un look esagerato (la scena in cui fa Rap è uno spasso!) ad una prova solidissima, a lei Qohen si rivolge quando non trova una soluzione per il rompicapo chiamato Teorema Zero.

Sì, perché il lavoro di Qohen non ha nessun senso, lo vediamo impegnato in una roba che sembra una lunghissima partita di Minecraft, in cui sposta cubi virtuali da una parte, ma tutto crolla dall’altra, con il compito di base senza logica, di far quadrare un teorema che ha come unico postulato la regola che zero deve valere 100%, cioè tutto, quindi anche arrivare a 97% equivale ad una tragica sconfitta, ma com’è possibile che lo zero, il niente, equivalga a tutto? Qui sta il (non) senso della crociata di Qohen, uno che continuerà a provarci, che continuerà a rispondere al telefono nella speranza di dare un senso a tutto, quando niente ha davvero senso.

Ma io ho problemi a risolvere anche il Cubo di Rubik!

Trovo brillante la soluzione scelta da Gilliam per mostrarci l’assurdità di un mondo in cui Qohen non si riconosce, ad esempio invece di un posto di lavoro classico, il personaggio ha una specie di poltrona da dentista dotata di pedali, un joypad scippato a qualche consolle e temporizzato come Lino Banfi in “Vieni avanti cretino” (1982) deve eseguire gesti assurdi, tipo capovolgere una boccetta piena di liquido colorato che gli viene allungata da una mano in stile famiglia Addams che ciccia fuori dal macchinario, ci credo che poi Qohen vuol lavorare da casa, sta in un posto assurdo quasi quanto quello dove lavoro io!

«Grazie, la sua soddisfazione è il nostro miglior premio» (Cit.)

Su un set in Romania, nemmeno fosse l’ultimo dei film di Steven Seagal, Terry Gilliam trasforma il suo film in una pellicola da interni, ironico che un film che parla della ricerca del senso della vita, si riduca ad essere piccolo, piccolissimo, un valzer di personaggi assurdi che piombano a casa di Qohen, come la ragazza che consegna la pizza (Dana Rogoz), oppure l’uomo con il suo clone in miniatura, nemmeno fosse una strofa di “Do the evolution” dei Pearl Jam.

Ma i personaggi chiave della vicenda sono due: il giovane esperto di computer Bob (Lucas Hedges) talmente geniale che ha capito che non vale perdere tempo con nomi e soprannomi e, quindi, chiama tutti Bob (come il senza tetto pazzo di L’esercito delle 12 scimmie), ma soprattutto la bella ed espansiva Bainsley (una Mélanie Thierry davvero sexy) che sconvolge la vita del protagonista, come e forse pure di più di quanto non facesse Jill Layton con Sam Lowry in Brazil.

Scusate non mi sento molto bene, farei un saltino a farmi visitare, vi lascio la Bara.

Ed è proprio qui che arriva l’ultima delle affinità con il capolavoro Orwelliano di Gilliam, anche “The Zero Theorem” fa un riuscito utilizzo della musica fuori contesto, un altro motivetto capace di entrarti in testa declinato in versione agrodolce, “Creep” dei Radiohead, però nella versione cantata da Karen Souza, lounge, quasi da piano bar, sensuale, ma decadente, allegra nello spirito e triste nell’anima, il testo originale di Thom Yorke è perfetto per descrivere Qohen Leth, uno che non appartiene a questo mondo (What the hell am I doing here? I don’t belong here), il suo amore per Bainsley e il senso di inadeguatezza che ha nei confronti della bellissima ragazza (But I’m a creep, I’m a weirdo).

Bainsley, poi, merita un discorso a parte. Mélanie Thierry eredita il ruolo della donna angelicata che potrebbe salvare il protagonista, tipico dei film di Gilliam, ma porta a undici, come l’amplificatore degli Spinal Tap la componente sexy del suo personaggio. Da una parte abbiamo lei che fa la panterona e sbatte le ciglia e lui, impacciatissimo, quasi nel panico, ogni volta che la ragazza si avvicina, rilassato come un gatto che si appende al bordo della vasca per non fare il bagno.

La rilassatezza fatta persona.

“The Zero Theorem” è un film ombelicale, che si accartoccia su sé stesso, ha evidenti problemi di ritmo, il budget costringe Gilliam a chiudere il suo protagonista in una sola location e la sceneggiatura di Pat Rushin è fin troppo verbosa, superati i paragoni facili sembra davvero un Brazil per i meno abbienti, ma è qui che Terry ci chiede di fare uno sforzo e di seguire la sua storia. Perché nel mondo in cui è ambientato il film niente ha più valore oppure senso, Batman è l’unico profeta, il lavoro è più alienante che mai, le persone non hanno più tempo e ancora meno fantasia, i rapporti umani sono al minimo sindacale e il sesso, persino il sesso non è più una valvola di sfogo, o il modo per consolarsi e trovare un minimo di calore umano, infatti per farlo si sta ognuno a casa sua, con addosso una tuta assurda e connessi solo attraverso la rete.

Occhio con quei conetti Mélanie che mi accechi qualche lettore.

Tutto tende così tanto verso il non senso, che non c’è logica nell’affrontare il caos fuori dalla porta (Gilliam brillantemente, alza il volume degli effetti sonori della strada rendendoli più fastidiosi, ogni volta che Christoph Waltz apre la porta di casa), ma allo stesso tempo, ogni esperienza può essere vissuta soltanto online, la vita vera non è più quella che ti vivi, ma quella che condividi in rete, per questo Qohen e Bainsley possono stare insieme solo nella spiaggetta tropicale, posticcia come un vaso di fiori di plastica, che non è frutto della fantasia del protagonista, ma della tecnologia. I due per fare sesso devono prima indossare una tuta ed effettuare il log-in, un incubo di plastica che ha dentro di sé parti uguali di Brazil e di Videodrome dove diventa pure difficile non riconoscere qualcosa dei nostri (strambi) tempi moderni.

Un picnic in spiaggia al termine dell’Universo (quasi-cit.)

Ma la differenza sostanziale sta nel fatto che in Brazil era l’uomo a collassare, ad andare sotto (con perdite) contro un mondo dominato dalla burocrazia e dall’assenza di immaginazione, mentre “The Zero Theorem” fa un passo oltre, forse ancora più avvilente, in “The Zero Theorem” il mondo collassa e l’uomo comunque sopravvive, perché trovare un senso alla vita è impossibile quando un senso, un disegno, uno schema (anzi un teorema) non esiste, ma tutto è assurdo come la burocrazia di un modulo 27b/6 e l’assenza di fantasia ha fatto sì che tutto punti dritto verso il caos, rappresentato dal buco nero pronto ad assorbire tutto.

Dopo essere stato paladino del non sense con i Monty Python, aver fatto a capocciate con burocrati portando avanti una crociata a favore dell’immaginario, aver visto film andare a picco e aver affrontato ogni genere di sfighe (meglio note come “Negation of the pussy”) possibili ed immaginabili, perdendo pure degli amici per strada, Gilliam ci ricorda che l’universo tende verso il caos, in questo gran casino senza senso, dove tutto va per aria (i ricordi di Qohen svolazzano come i fogli nel finale di Brazil), l’unica cosa che si può fare è abbracciare il caos, come fa Terry Gilliam nella vita e Qohen Leth qui, nella scena migliore del film, quando per la prima volta sorride con il sorrisone di Christoph Waltz e si lancia nel vuoto.

Il finale è un altro dei lieti fine solo ad un’occhiata distratta che popolano il cinema di Gilliam, Qohen è di nuovo sulla sua spiaggetta, il suo piccolo posto caldo, ma solo, con il potere di far sorgere o tramontare il sole a suo piacimento, come un regista con il suo direttore della fotografia potrebbe fare su un set cinematografico.

Acquarello del Brasile.

“The Zero Theorem” ha troppi problemi di ritmo per essere apprezzato da tutti ed è troppo nichilista per conquistare folle di cuori, una riuscita critica al mondo moderno, ma anche lo sfogo di un regista a cui i casini produttivi e il caos, stanno quasi togliendo la possibilità di fare l’unica cosa che gli sta veramente a cuore, ovvero il cinema, l’unico (non) luogo dove puoi davvero controllare il mondo che ti circonda. “The Zero Theorem” è la storia di un tipo strano che non appartiene più al mondo (del cinema) e che affronta il caos canticchiando un pezzo malinconico, ma con un gran sorriso sulla faccia, il teorema di Gilliam per affrontare la vita, il cinema, l’universo e tutto quanto.

Di solito termino le rubriche dalla Bara Volante con un titolo moderno e controverso come potrebbe essere questo “The Zero Theorem”, ma siccome Gilliam è sempre fuori dagli schemi, questa volta fa saltare anche i miei, ci vediamo qui la settimana prossima per l’ultimo capitolo, un’attesa durata 27 anni è finalmente terminata!

Sepolto in precedenza venerdì 19 ottobre 2018

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