
Avete dimostrato di apprezzarla molto, quindi lei è tornata per parlarci di un bellissimo film, Rebel Rebel è qui per festeggiare i primi vent’anni di un titolo più attuale che mai. Rebel, facci fare un giro nella vecchia Albione!

Amici della Bara, qui siamo nella terra dei film della vita, quelli che una volta visti ti si appiccicano al cuore e non se ne vanno più. Un capolavoro in ogni aspetto, un quadro magnifico, tenero e duro, che tocca tutte le corde che vuole e deve toccare. This is England è il ritratto perfetto di un ragazzino con il faccino inglese, che più inglese non si può, il ritratto di una generazione di ragazzi fatta a pezzi dalla sempreverde stupidità della guerra e della politica, il ritratto di un paese pompato d’odio che implode su se stesso piegandosi all’inesorabile legge di gravità sociale per la quale il fango frana sempre alla base della piramide: le periferie, le classi più fragili, gli immigrati. È la solita brutta, vecchia storia che, non mi chiedete perché (io ci perdo il sonno), continua a funzionare e a mietere le solite vittime in un girone di follia infernale.
Guardandolo, ognuno di noi lo riferirebbe senza sbagliarsi al pianeta, troppo spopolato, del cinema impegnato e, nell’orbita del mondo britannico, verrebbe altrettanto naturale associarlo a tutta la sontuosa produzione del maestro Ken Loach (sempre sia lodato), ma This is England per me rappresenta un livello perfino superiore. Al netto della mia appartenenza alla generazione raccontata nel film, non so se sia per la pazzesca colonna sonora, che viaggia dai Soft Cell a Ludovico Einaudi,calzando ogni scena come un guanto, se sia per la profondità oceanica dei personaggi, per i dettagli così riconoscibili (i Dr.Martens d’ordinanza, gli abiti alla Cindy Lauper), o per l’eccellenza del cast, tutto in questo film funziona e il colpo arriva dritto come un fendente, sempre se “dietro il portafogli un cuore ancora c’è” (cit.).

This is England viene presentato nel settembre 2006 al Toronto International Film Festival, e nello stesso anno parteciperà alla neonata Festa del cinema di Roma dove vincerà il Premio speciale della giuria. Il film otterrà altri premi fra cui Miglior film al British Indipendet Film Awards. La distribuzione in Italia, in capo alla Officine UBU avverrà solo nel 2011.
Si tratta del quarto lungometraggio di Shane Meadows, classe 1972, che oltre a dirigerlo ne scrive la sceneggiatura. L’allora giovane talento inglese, poco noto al pubblico extra-britannico, è un autodidatta che s’incardina senza timidezze nella scia del cinema anglosassone politicamente e socialmente impegnato, capace di raccontare la poetica e la fatica esistenziale della workingclass. La natura della sua metrica è probabilmente rintracciabile nella sua storia personale. Lasciati gli studi in età ancora adolescenziale, intraprende la sua carriera spinto solo dalla passione e gira a ritmo intenso una serie di cortometraggi interpretati da amici e conoscenti. Meadows racconta la sua Inghilterra, la sua formazione, nello specifico riversa in questo film ciò che sembra conoscere molto bene, incluso un forte credo politico che permea ogni dialogo, ogni immagine, tutta la sostanza del film. Meadows, attraverso la storia incredibilmente realista e commovente di un ragazzino, un suo coetaneo, ci parla, in modo coinvolgente e personale, del suo paese e di un’epoca intera e lo fa con ogni strumento a disposizione: dalla musica, all’abbigliamento, al linguaggio, e in modo istantaneo attraverso le immagini. Il film inizia e termina con una serie di fotogrammi, a introduzione e coronamento di questa volontà di rappresentazione: dal primo piano del viso di Margaret Thatcher (la convitata di pietra del film, ci ritorneremo), alle case popolari in mattoncini rossi, ai Duran Duran e poi la Supercar, i soldati mandati a morire nelle Falkland (anzi le Malvinas), le manifestazioni di protesta dei lavoratori, il matrimonio di Lady D. Questa è la sua Inghilterra ed immediatamente diventa anche la nostra.

La trama: Inghilterra, luglio 1983, Shaun (Thomas Turgoose) è un ragazzino di dodici anni che vive con la madre in una fatiscente abitazione di una periferia qualunque di una cittadina costiera qualunque delle Midlands. È un orfano di guerra perché il padre è rimasto ucciso nel conflitto delle Falkland (1982). Shaun a scuola è bullizzato per come si veste e perché è senza padre, e passa i suoi pomeriggi aggirandosi in totale solitudine fra il degrado desolante del suo quartiere. Il vento cambia quando incontra un gruppo di Mods di poco più grandi di lui, capitanati da Woody (Joseph Gilgun) che intenerito dalla solitudine e dalla ostentata acerba grinta del ragazzino, lo prende sotto la sua ala, accogliendolo a tutti gli effetti nella banda. Finalmente Shaun sente di appartenere a qualcosa, ha trovato altri punti di riferimento maschili e sopra ogni cosa non è più solo. Alla fine del primo pomeriggio passato con i suoi nuovi amici, tra scorribande e festicciole a base di erba e birra, Shaun esclamerà “è stato il giorno più bello della mia vita”. Il ritrovato senso di identità e appartenenza, attestato anche dalla trasformazione dell’immagine di Shaun (dalla rasatura, ai Dr. Martens – siamo sul piano inclinato che porterà molti ragazzi di quell’epoca a divenire Skinheads a tutti gli effetti) darà al ragazzino perfino il coraggio per approcciarsi sentimentalmente alla buffa, adorabile new romantic Smell (Rosamund Hanson).
Un malaugurato giorno rientra nel gruppo, dopo tre anni passati in carcere, il precedente capobanda: Combo, uno strepitoso Stephen Graham (lo avrete senz’altro apprezzato anche nel recente Adolescence). In carcere si è estremizzato avendo avuto come compagni di cella naziskin e skinheads che lo hanno influenzato inculcandogli idee di estrema destra, ultra nazionaliste, permeate da un razzismo profondo e cattivo verso gli immigrati in terra inglese. L’arrivo di Combo, risentito con Woody non solo per averlo sostituito a capo del gruppo ma più intimamente per essersi messo con la ragazza di cui lui è a suo modo innamorato sin dalla notte prima di entrare in carcere (Lol, Vicky McClure), spaccherà subito il gruppo. Nella banda di Woody infatti c’è anche Milky (Andrew Shim) di origini giamaicane e di pelle scura che immediatamente diviene il bersaglio delle battute razziste di Combo. La tensione sale forte tra i ragazzi e di fronte al bivio della scelta, Shaun, pur conservando l’affetto per i suoi primi compagni che seguiranno Woody, affascinato dalla pseudo figura paterna di Combo decide di restare con lui e di seguirlo fino al punto di caduta finale.

This is England non è un giallo ma Meadows ci indica chiaramente un colpevole. Non è Combo, sepppure sia la causa scatenante delle disgrazie che ricadranno su Shaun e sui suoi amici. Egli è a sua volta una vittima, un personaggio fragile, trascinato via dalla piena del risentimento di una larga parte di inglesi, i più socialmente fragili, le cui certezze e il cui senso di identità sono state sbriciolate. Nella scena del confronto in macchina tra Combo e Lol assistiamo a tutta la disperazione e la mancanza di ancoraggio del personaggio perso nella sua rabbia, respinto, umiliato. Meadows non condanna nessuno dei suoi ragazzi ma ci indica che l’assassino è un altro ed ha in primo luogo il viso e la voce del primo ministro inglese dell’epoca: Margaret Thatcher.
Oltre ai suoi primi piani, riecheggiano durante il film, i suoi discorsi, le sue interviste alla radio. Comprendendo o meno le sue parole nel film, sappiamo che la Lady di ferro sta intessendo la sua retorica. Una retorica che, ancor più dopo la guerra delle Falkland e il trionfo elettorale del Partito Conservatore Britannico l’anno successivo, servì a giustificare una spregiudicata politica ultra-liberista che ridusse in macerie lo stato sociale inglese gettando in una situazione ancor più precaria gli appartenenti alle classi sociali più povere (tema più e più volte raccontato da Loach). La stessa retorica utilizzata per legittimare una folle guerra (aggettivazione superflua) che puntava, in una situazione economica in discesa libera per la workingclass, attraverso il solito vecchio spregevole trucco del nazionalismo, a ripristinare un senso di identità e di patriottismo da edificare sulla pelle dei soldati mandati alle Falkland. Dietro all’ingessata acconciatura della Thatcher sopraggiungono altri loschi figuri. Politici (?) a destra della destra dei tory che, bandiere crociate come lubrificante alla mano (il simbolismo della bandiera ritorna potente nel film), utilizzarono i ragazzi a cui era stato tolto il futuro, ragazzi com’era Combo e come sarebbe potuto divenire Shaun, come braccio armato, quelli che si sarebbero sporcati le mani al posto loro, in nome di un paese depurato dai Pakistani di merda, causa prima ed ultima del loro spaesamento. Si perché questo è un film sull’origine marcia del razzismo, potremmo usarlo per spiegare a scuola come la rabbia che lo produce nasce altrove con lo scopo di sviare l’attenzione dai veri colpevoli.

E poi This is England è la storia di un ragazzino e dei suoi amici. Il racconto del microcosmo di una vicenda personale, un piccolo tassello dell’immenso puzzle delle vicende storiche, perché se esiste anche solo una flebile illusione di poter comprendere la Storia con la S maiuscola questa passa dalle sue particelle costitutive: le persone e le loro vite.
Una storia d’identità, di solitudine, di rabbia ma anche di amicizia e comprensione. Shaun si è affacciato a quell’età in cui si ha estremo bisogno di riconoscersi nel gruppo, quella in cui si costruisce la propria identità specchiandosi di riflesso. Woody e il suo gruppo danno una casa a questo disperato bisogno di Shaun e le loro scorribande, travestiti da guerrieri straccioni, è un momento del film a mio parere inteso e significativo. Nel loro riconoscersi l’un l’altro esistono e si rafforzano e la rabbia giocosa ma reale che sfogano rompendo e distruggendo si svolge all’interno di una sorta di teatro/auditorium abbandonato al degrado. Quello che qualche anno prima parrebbe essere stato un luogo di socialità e cultura, un luogo di tutti e per tutti, non ha più vita, resta solo un guscio vuoto in cui dei ragazzi di strada possono giocare a fare la guerra.

Il passaggio all’età adulta è una fase della vita delicata e dolorosa per ogni individuo, per Shaun ciò avviene portandosi addosso un bagaglio di rabbia e solitudine enorme per il fatto di aver perso il padre in una guerra di cui certo non comprende le ragioni. Sa solo che lui e sua madre (un personaggio positivo ma forte solo del suo amore per il figlio) sono rimasti soli in un mare di grigio senza poter dare un nome alla disgrazia che li ha colpiti. Ed è proprio per questo che Shaun sceglie di rimanere al fianco di Combo. Seppure in virtù di teorie avvelenate e assurde, Combo riesce a dare a Shaun una casella in cui sistemare e comprendere la morte del padre, in qualche modo abbracciando, senza capirlo sino in fondo, il credo razzista e violento di Combo, a Shaun pare di onorare suo padre potendogli restituire in tal modo un’aurea di eroismo… Mio padre non era un coglione! Combo da a Shaun un nome alla sua perdita, un nemico da combattere, quel nemico che minaccia la “loro Inghilterra” e per cui suo padre è stato mandato in guerra a morire.
Eppure Shaun non è un ragazzino davvero perso, la sua capacità di amare non è andata via con suo padre e la tenerezza della madre e l’amicizia del gruppo di Woody hanno messo i loro semi. Il precipitare degli eventi, attesi con paura dallo spettatore per tutto il film, smaschererà tutte le bugie raccontate a lui e a tutta la sua generazione e una bandiera gettata in acqua, una foto del padre in spiaggia che a Shaun appare improvvisamente bella, forse anche più bella, di quella in divisa da soldato, incarnano la raggiunta consapevolezza di un bambino divenuto uomo.

Grazie ancora a Rebel Rebel per il compleanno di oggi, la vedrete tornare presto su questa Bara ma se volete altri post scritti da lei, commentate qui sotto!


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