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This Is Spinal Tap (1984): portare il livello delle Rockumentary a undici

Se siete frequentatori di Bara di lungo corso, ormai dovreste aver imparato a sopportare il mio bizzarro vocabolario pieno di citazioni e modi di dire coloriti. Un bel giochino alcolico da fare leggendo queste pagine sarebbe farsi un goccio ogni volta che in un post ho utilizzato l’espressione: portare il livello ad undici come l’amplificatore degli Spinal Tap. Sappiate però che il rischio è quello di fare la fine di Eric “Stumpy Joe” Childs, morto soffocato nel vomito. Non è chiaro se il suo o di chi altro.

Non ve la scampate, BEVETE!

“This Is Spinal Tap” è la storia della più grande band Rock del mondo, piccolo problema, gli Spinal Tap non esistono o meglio, sono impersonati tra tre attori e comici americanissimi (due di New York e uno di Los Angeles) che per una volta, sanno sfoggiare un accento inglese credibilissimo, come non sempre capita a tutti gli attori provenienti dall’altra parte dell’Atlantico. Una storiella per me riassume questo capolavoro molto meglio di altre: Michael McKean, che ricorderete per tanti film o come fratello tecnofobico di Saul Goodman, è stato spesso fermato da appassionati di questo film per strada, molti lamentavano che però avrebbe dovuto scegliere di interpretare un gruppo più famoso degli Spinal Tap, perché sistematicamente qualcuno ancora oggi, va alla ricerca dei vecchi album del gruppo, roba improbabile (e inesistente) come “Shark Sandwich” (storia vera).

Il più grande gruppo (che non esiste) della storia del Rock!

Questa pietra miliare della comicità nasce sul piccolo schermo, quando l’allora regista televisivo Rob Reiner, nel 1978 sul set del programma comico The TV Show conobbe Michael McKean e Christopher Guest, coppia di attori e amici di lungo corso che fin dagli anni ’60 suonavano insieme nella loro band, il seme dell’idea di una serie di sketch dedicati ad un gruppo musicale era stata gettata. Solo anni dopo il futuro regista di Misery non deve morire e La storia fantastica, riuscì a radunare sessantamila fogli verdi con sopra facce di ex batteristi presidenti defunti, presto lievitati fino a due milioni con l’entrata in scena del produttore Norman Lear e con l’arrivo del terzo elemento del gruppo, Harry Shearer nei panni del baffuto bassista Derek Smalls.

Viviamo in un’epoca cinematografica dove le biografie dei cantanti, finte come una banconota da tre Euro o di un megalitico di Stonehenge dalla scala sbagliata, vanno purtroppo fin troppo forte presso il pubblico, storie che si prendono drammaticamente sul serio quando di base, sono auto-parodie involontarie. Quarant’anni fa “This is Spinal Tap” avrebbe anche detto la parola definitiva sulla questione, mandando in pensione un sottogenere che non ha senso di esistere dopo questo documentario Rock, questa Rockumentary che in realtà è una mockumentary, perché sfruttando la finzione tipica del cinema, Rob Reiner e compagni hanno sfornato un vero Classido!

Tutto è finto in “This is Spinal Tap”, ma allo stesso modo tutto è raccontato in modo serissimo, 82 minuti girati in formato 16mm per dare al tutto l’aspetto di un vero documentario, ben prima che la formula fosse resa più popolare da altri titoli con altri intenti, il regista qui mette su un giochino spassosissimo che gioca a carte scoperte, così convinto da riuscire a fregare tutti anche ad anni di distanza. Anche noto come “This Is Spın̈al Tap: A Rockumentary by Martin Di Bergi” il (finto)documentario ci viene introdotto dal regista in persona, ovvero Rob Reiner nei panni e sotto il cappello da baseball della marina di Martin Di Bergi, fulminato, non sulla via di Damasco ma in un locale dal nome equivoco, dalla musica di quella che è la più grande band della storia del Rock, gli inglesi Spinal Tap.

Anche la Gif mi da ridere, perché penso alla frase che sta per arrivare dopo questa.

I due geniali amici e chitarristi David St. Hubbins (Michael McKean) e Nigel Tufnel (Christopher Guest) coadiuvati dal bassista che fuma la pipa durante le interviste Derek Smalls (Harry Shearer), per tutto il tempo del film, titoli di coda compresi, non sono MAI accreditati con i veri nomi degli attori ma sempre con quelli dei personaggi che interpretano, seguiti da Di Bergi e la sua macchina da presa in quello che dovrebbe essere il loro trionfale tour americano, in realtà un’infilata di disastri, concerti boicottati, firmacopie male organizzati e una copertina, quella dell’album da lanciare “Smell the Glove”, che fa discutere e crea un sacco di problemi, anche di censura.

“This Is Spinal Tap” è un’adorabile presa per i fondelli a tutti quei documentari agiografici del tipo “The Song Remains the Same” (1976) dedicato ai Led Zeppelin oppure “The Last Waltz” (1978) di Scorsese, ottimi film resi solo più grandi da una parodia mitologica, intelligentissima nella forma e strapiena di esilaranti idiozie diventate di culto, se non proprio “citazioni involontarie”, come quella sull’undicesima tacca dell’amplificare, ormai un modo di dire di uso comune (mio di sicuro!), frutto di una gag i cui tempi comici perfetti sono la strategia a lungo termine di beh, non avere tempi comici.

Ed è un limite che qui alla Bara Volante conosciamo bene.

Il piano originale di Rob Reiner e compagni era quello di far accreditare tutto il cast, fino all’ultima comparsa come sceneggiatori del film, mossa bocciata dalla gilda perché considerata un precedente impraticabile (storia vera), anche se “This Is Spinal Tap” è nato così, senza nemmeno una vera sceneggiatura, ma giusto un canovaccio su cui tutti i coinvolti hanno improvvisato dialoghi e battute, con lo spunto di essere naturali come quelli di un vero documentario. Ecco perché questa Rockumentary va a undici, perché è un trionfo di umorismo non-sense che non fa nulla per discostarsi dal formato del documentario, una formula che ancora spiazza il pubblico perché funziona un po’ come molte battute nei film di Woody Allen, micidiali, divertentissime e destinate a venire citate in continuazione, ma presentate così, quasi buttate via in scioltezza, senza tutta l’enfasi della creazione del momento comico che invece è dove vive e muore una buona commedia.

In 82 minuti “This Is Spinal Tap” snocciola gemme, donatore sano di trovate comiche a getto continuo, si passa dall’esilarante passato della band nata con il nome di “The originals” e presto cambiato in “The new originals” per evitare l’omonimia con un altro gruppo con lo stesso nome, giù fino al periodo figli dei fiori del gruppo (una roba tutta da ridere) sfociato poi nel delirio metallaro, quasi parodia dei gruppi Glam-rock o delle “Hair Band” più popolari nel decennio dei jeans a vita alta.

Possibile che io sia qui a ridere mentre inserisco le immagini nel post (SI!)

Ci sono intere porzioni di “This Is Spinal Tap” talmente riuscite, che nel corso degli anni centinaia di cantati e gruppi hanno candidamente affermato che guardando questo film, hanno seriamente pensato si trattasse della biografia sulla loro carriera, un’infinità di nomi noti (molti dei quei secondo me un po’ storditi da varie sostanze, ma questa è una mia illazione) si sono ritrovati nella mitologica scena in cui i Tap, carichi a pallettoni prima dello spettacolo, si perdono nel dedalo tra i camerini e il palco.

Nel documentario (vero questa volta) “PJ Twenty” dedicato ai Pearl Jam e diretto da Cameron Crowe, il gruppo di Eddie Vedder e soci in un passaggio si auto-paragona ai Tap, ad accumunarli un passato tormentato nella sezione batteristi (storia vera). Certo i Pearl Jam non hanno mai avuto John “Stumpy” Pepys morto durante un incidente di giardinaggio, il già citato Eric “Stumpy Joe” Childs soffocato nel vomito, non per forza il suo o il mio preferito, Peter “James” Bond, esploso sul palco in un fumo verde per un episodio di autocombustione spontanea mai spiegato dalla scienza. Tutte trovate assurde, tutte morti che strizzano l’occhio ad altrettante purtroppo verissime sparse lungo la storia del Rock, anche se forse sulla faccenda dell’autocombustione hanno un po’ esagerato.

Un post da gustarsi a volumi criminali!

“This Is Spinal Tap” anche giocandosi facce note, come un’apparizione in un piccolo ruolo della “Tata” Fran Drescher o di nomi come Anjelica Huston, oppure di Julie Payne, Dana Carvey e Billy Crystal nella parte di tre mimi camerieri (non fate domande, è il magico mondo della musica!), nemmeno per un momento interrompe l’illusione, giocano sempre a carte scoperte mente, sapendo di mentire e lo fa così bene da sembrare realistico come solo la vita e l’industria musicale può essere. Jeanine, la fanatica di Yoga e astrologia fidanzata di David St. Hubbins che quasi spezza il gruppo in due è la classica Yoko Ono della situazione, persino la scelta di una copertina tutta nera per “Smell the glove” ricorda fin troppo l’album bianco dei Beatles, anche se gli stessi Metallica, nel loro DVD “Metallica: A Year and a Half” in un passaggio hanno avuto modo di dichiarare che il loro “Black Album” forse non sarebbe mai esistito senza una delle gag di questo film (storia vera).

Potrei andare avanti per ore, la maglietta radiografia ricavata da una vera radiografia, oppure il successo giapponese di “Sex farm”, questa Rockumentary snocciola genio e note ad un ritmo micidiale, il rischio come al solito con le commedie così famose, consiste nel trasformare il post in un elenco di citazioni (per quello abbiamo la sezione commenti), di mio posso aggiungere che se ho utilizzato a profusione l’undicesima tacca dell’amplificatore del gruppo, spessissimo per varie ragioni, di fronte ad ogni errore di scala o a qualcuno che confondeva piedi e centimetri, per me è stato impossibile non pensate, oppure apertamente citare lo spettacolo druidico del gruppo, con il loro monumentale megalitico di Stonehenge alto la bellezza di 46 centimetri, pieni eh?

«Il sistema metrico decimale capisci? Prima di Tarantino

“This Is Spinal Tap” ha lasciato la carriera di Rob Reiner, ha fondato il mito del più grande gruppo Rock della storia della musica e lo ha fatto cogliendo in pieno lo spirito del suo tempo, della musica di quel decennio, risultando avanti coi tempi, la parodia di tutte le biografie sui cantanti che ci affliggono oggi, con quarant’anni di anticipo, quando si dice essere avanti e suonare con l’amplificatore ad undici. Bevete!

Ogni tanto viene minacciato un seguito, stesso cast, stesso regista e la lista nei nomi famosi che vogliono unirsi alla festa, non lo aspetto per forza trattenendo il fiato, ma forse sarebbe l’occasione per vedere anche da noi in uno strambo Paese a forma di Stonehenge scarpa almeno uno straccio di DVD di questo classico. Già perché in patria il film coprì i costi, non venne ne celebrato ne davvero compreso, esplodendo come il monumento che è solo nel corso degli anni, assorto a stato di culto proprio come i Tap anche se qui da noi, bizzarro luogo scarpiformide da sempre periferia del mondo, questa meraviglia risulta ancora inedito, sarà, ma questa Bara non poteva proprio esimersi dal rendere omaggio agli Dei del Rock… Auguri a “This Is Spinal Tap” ed ora: Musica!

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