
Visto che non riesco a non picchiare continuamente sui tasti, scrivendo di quasi tutto quello che vedo, mi sono ritrovato per le mani due titoli piccini, senza troppe pretese che però fanno il loro dovere e potrebbero salvarvi la serata, quindi per questo post domenicale, me li gioco in coppia, iniziamo!
Thrash – Furia dall’oceano (2026)
Tommy Wirkola, che da tempo gioca con l’idea di sabotare i generi dall’interno, qui si tuffa senza bombole né freni inibitori nel mare infestato dei film di squali più scellerati, consapevole che l’unico modo per sopravvivere è alzare il livello della follia fino a farlo diventare linguaggio.
Per assurdo, con tutti i danni che stiamo facendo al pianeta, il cambiamento climatico – parole educate, perché surriscaldamento globale fa troppa paura – potrebbe rendere questo film un documentario. Anche se il mondo aveva già deciso di demolire un altro film di squali, per altro prodotto da Netflix, devo dire che “Thrash” funziona perché non finge mai di essere altro. Non cerca la suspense spielberghiana, cita il regista di Cincinnati a volte con il cuore in mano ma non gli interessa nemmeno così tanto il commento ecologico, si concentra sui personaggi e sui loro modo bizzarri per sopravvivere, anche se gli squali vengono attirati verso la cittadina semi sommersa da una partita di carne, quindi una venatura da Eco-Horror volendo ci sarebbe.

La premessa ricorda “Pioggia infernale” (1998), una cittadina deve affrontare una pioggia torrenziale, frutto di un uragano (senza squali dentro) di forza cinque, ed io non vorrei dirlo, dopo mesi di siccità a Torino, appena ho finito di vedere questo film ha iniziato a piovere (storia vera).
Abbiamo la ragazza incinta, Phoebe Dynevor, costretta ad andare al lavoro malgrado il clima (Wirkola che critica le aziende che non permettono di lavorare da casa, grande!), l’altra che ha perso la madre e soffre di attacchi di panico, fino ai tre ragazzi affidati ad una casa-famiglia, seguiamo le loro storie e le loro vicissitudini per cercare di non finire divorati dagli squali che iniziano a popolare le vie inondate della cittadina. Puntuale come la morte e le tasse (che negli Stati Uniti si pagano ad aprile) appena arriva questo mese pazzarello, dove alcuni giorni sembra estate e altri nuoti nelle pozzanghere, si manifestano i film con gli squali, quello di Tommy Wirkola inaugura bene la stagione, per altro giocandosi Djimon Hounsou nei panni dell’esperto cacciatore, ruolo che non può mancare mai nel canone di un film sugli squali.

CGI più che decente, squali che non sono mostri di mille mila tonnellate, ma che si mostrano il giusto facendo diventare rossa l’acqua, una durata tutto sommato molto breve (90 minuti, durata perfetta, stranissimo per un film da streaming) e Wirkola che si gioca tutto il suo mestiere, forse da lui mi sarei aspettato qualche zampata un più, ma per essere un film che ero partito per ignorare, e che sono finito a vedere solo dopo aver scoperto che era di Wirkola (storia vera), io mi dico soddisfatto, anche perché negli ultimi venti minuti Wirkola, apre tutto e ci da dentro con le mattane, in una versione più per tutti del suo solito, ma posso dirlo? Avercene di filmetti così, anche se è Crawl con gli squali, prima o poi qualcuno lo avrebbe fatto, tanto vale che sia stato Wirkola. Punto!

Non cambierà il genere, ma vi salverà la serata, ci sono filmografie intere farcite di film così, meglio cento film “Thrash” che l’ennesima robaccia proto-Asylum.
Cold Storage (2026)
Se “Thrash” rappresenta il cinema che urla, “Cold Storage” è quello che sa perfettamente cosa sta facendo mentre ti ride in faccia. Più soldi, più attori con la A maiuscola, una sceneggiatura firmata da uno come David Koepp e soprattutto un’idea di fondo molto chiara: prendere l’horror fantascientifico, infilarlo in un luogo deprimente come un deposito self‑storage e trasformarlo in una commedia sull’inadeguatezza umana di fronte all’apocalisse.
La premessa è semplice quanto basta: un fungo alieno, chiuso da anni in un magazzino governativo, viene lasciato a marcire per incuria, burocrazia e menefreghismo istituzionale. A pagarne il prezzo non sono eroi o militari ipercompetenti, ma due poveri disgraziati, incastrati in un lavoro che odiano e che nessuno rispetta, nello specifico, Georgina Campbell e Joe Keery.

Il film si muove quasi interamente all’interno di un labirinto di container, uno spazio claustrofobico che diventa subito teatro ideale per il caos: corridoi infiniti, porte metalliche, angoli ciechi e una progressiva invasione di poltiglie aliene che sciolgono, esplodono, colano. “Cold Storage” è violento, splatter, fisico, e non risparmia momenti duri (con una scena col gatto che potrebbe far storcere il naso a più di uno), ma il sangue non è mai gratuito, piuttosto parte integrante del tono, del ritmo e della comicità nera che attraversa tutto il film.
La struttura funziona alla perfezione: parte a bomba, si impantana a presentare i personaggi a loro volta impantanati in un lavoro in questo mega magazzino a noleggio per chi non ha più posto a casa e poi esplode (insieme a parecchie teste) nel finale.

Il valore aggiunto, però, è il cast di contorno, Liam Neeson e Lesley Manville si divertono visibilmente, regalando dialoghi e duetti irresistibili che dimostrano quanto attori di questo calibro sappiano giocare col genere senza snobismi. Vanessa Redgrave che compare in un film così è uno di quei colpi di genio che da soli valgono il biglietto, mentre Sosie Bacon riesce a lasciare il segno anche in un ruolo minimo. Va detto, Koepp ha un’agenda bella lunga e piena di numeri, frutto di una carriera che dura ormai da parecchio.
Alla fine, “Cold Storage” è un film che sembra suggerire una verità tanto cinica quanto liberatoria: se il destino dell’umanità deve finire nelle mani di qualcuno, tanto vale che siano due poveri disgraziati che non hanno nulla da perdere, nemmeno il proprio lavoro, perché tanto lo odiano.


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