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Three thousand years of longing (2022): liberate il genio (di George Miller)

C’era una volta Tilda Swinton e Idris Elba chiusi in una
stanza d’albergo da soli per 108 minuti a fare dei numeri incredibili. No,
messa così potrebbe sembrare un po’ equivoca, ricomincio.

«Ve lo dico subito, non è quel tipo di film ok? Solo perchè sia chiaro»

George Miller resterà per sempre un bipede irripetibile, d’altra
parte è Australiano no? Quindi possiamo aspettarci di tutto e in effetti nella
sua carriera di tutto è arrivato. Paramedico con la passione per il cinema, in
carriera ha fatto beh, robetta, semplicemente ha prima cambiato per sempre la
percezione degli inseguimenti automobilistici al cinema e poi ha codificato il futuro post-apocalittico.

Quando tutti pensavano che sarebbe stato per sempre quello
di Mad Max, tra una sortita nel futuro del suo celebre anti eroe e l’altra ha
firmato titoli anche molto diversi, arrivando a vincere un Oscar con l’animazione
e poi di colpo, quando nessuno ci credeva più, ha diretto il film del millennio, un capolavoro da sbattere in faccia a tutti
quelli che ancora pensano che i film di genere non possano e non debbano sedersi
allo stesso tavolo degli altri classici della settima arte.

Da Fury Road non
sono passati tremila anni ma solamente sette, quasi pochi per le abitudini di
Miller, il cui nuovo lavoro è un’altra prova del suo talento e della sua volontà
di non restare imbrigliato in un genere o in una saga, anzi potremmo quasi dire
che “Three thousand years of longing” se non proprio un manifesto programmatico
è almeno una bella presa di posizione da parte del regista australiano.

Il genio fuori dalla lampada, George Miller.

Al netto dello stesso regista, dello stesso fidato direttore
della fotografia (John Seale), dello stesso compositore (TOSSICONE Junkie
XL a cui collaborare con Miller ha fatto solo bene) e a ben guardare anche di
un cameo di Megan Gale anche qui, di fatto George Miller ha firmato un film che
è l’anti-Fury Road, infatti l’errore madornale sarebbe approcciarsi a questa
nuova opera aspettandosi un’altra corsa folle come quella.

“Three thousand years of longing”, tratto da “Il genio
nell’occhio d’usignolo” (1994) scritto da Antonia Susan Byatt, sono 108 minuti
quasi tutti basati sui dialoghi, io ci ho scherzato con le mie caSSate ma di
fatto è davvero Tilda Swinton e Idris Elba in accappatoio che parlano in una
stanza d’albergo, anche se la storia è più interessante di così.

Come tutte le favole inizia con c’era una volta, Miller ci
porta nell’era in cui con un aereo puoi volare da uno stato all’altro e con un telefono dalla superfice di vetro puoi fare di tutto, insomma, la volontà è quella di cercare la magia attorno a noi come fa la sua protagonista, Alithea Binnie (Tilda
Swinton) un’esperta in storie e racconti, con un matrimonio finito alle spalle
e la serenità ritrovata di chi non ha davvero bisogno di niente di più nella
vita per stare in pace, non di certo di un altro uomo per sentirsi definita, denaro oppure potere, ad Alithea basta trovare l’emozione nella storie e non è un caso se
Miller ci mostra il personaggio impegnata durante un simposio a tema, dove si
ribadisce che gli antichi miti e i vecchi Dèi hanno trovato nuova forma e nuovi
nomi anche nella storia moderna, un po’ come ci aveva già dettagliatamente
raccontato Shyam… Shyamal… Michael Knight, con il suo Unbreakable.

George Miller, un lettore come noi (e qui ci sta la cit.)

Alithea parla alla platea con alle spalle immagini degli
eroi della Marvel e della Distinta Concorrenza, che per altro sono stati interpretati
nel corso degli anni sia dalla stessa Tilda Swinton che da Idris Elba e di
cui Miller è grande appassionato, se non fosse stato per i suoi tempi di
lavorazione Biblici, il primo film sulla Justice League of America sarebbe
stato diretto da lui e Megan Gale sarebbe stata Wonder Woman (storia vera),
posso dirlo? Scelta impeccabile, ma questa storia non è mai stata raccontata e
prima di agitarvi ve lo dico subito, “Three thousand years of longing” non è un
altro film con tizi in super calzamaglia.

In cerca di storie, Alithea compra in un negozietto quello che
dalle mie parti verrebbe definito un “ciapapuer”, una sorta di bottiglia dalla
strana forma, che sfregata con lo spazzolino da denti elettrico in albergo,
PUFF! Libera il Djinn al suo interno. Se avete visto uno (o tutti) i film della
saga di “Wishmaster” saprete perfettamente che si tratta dell’antico mito
mediorientale, da noi più popolare grazie a Superfantagenio con Bud Spencer
alla versione Disneiana, insomma è il
genio della lampada, solo che è fatto a forma di Idris Elba con orecchie a
punta e pizzetto arancione.

Lettrice, amante delle storie e accumulatrice seriale. Je Suis Alithea.

Come ogni Djinn che si rispetti, una volta domate le sue
dimensioni e tirato fuori Albert Einstein dal televisore della stanza, il
nostro genio si mette al lavoro per estorcere i famigerati tre desideri ad Alithea,
la donna al mondo che non sente davvero il bisogno d’altro nella vita, se non
di appagare la sua fame di storie, insomma, Alithea è una di noi alla fine, io
la capisco.

George Miller tira fuori il suo lato più romanticone e lo
mette al servizio di una storia sulle storie, di fatto il genio si proclama uno
sciocco per amore, uno che si è fatto intrappolare in una bottiglia più volte
ma in quanto fatto a forma di Idris Elba (per altro in gran forma considerando
che spegne cinquanta candeline quest’anno) un po’ di magnetismo animale lo
sprigiona e dai suoi racconti, si conferma anche un discreto romantico.

Feeeeeeenomenali poteri cosmi, in un minuscolo spazio vitale (cit.)

Più che ai suoi poteri Alithea è interessata alla sua
storia, i tremila anni di nostalgia del titolo, che dalla stanza d’albergo
generano tre storie, tutte rigorosamente al femminile (perché Miller è comunque
il papà di Furiosa e il tema gli sta
a cuore e si vede), quella della regina di Saba, quella di un’ingenua concubina
innamorata di un principe e quella di una giovane sposa amante della
matematica, tre storie di donne con cui il Djinn cercherà di convincere Alithea a
desiderare qualcosa.

L’estro visivo di Miller è sempre lo stesso, i tre racconti
nel racconto fanno abbondante utilizzo di effetti speciali, spesso in modo
creativo, ad esempio ho amato il trucco della bottiglia che si scioglie, perché “Three
thousand years of longing” in questo senso prende delle posizioni precise. A
livello di atmosfera mi ha ricordato quella porzione di storie di Sandman in cui Sogno degli Eterni
nemmeno compare oppure si manifesta in lungo e in largo nel corso della storia
umana, infatti non sarebbe male se la serie tv chiedesse consulenza a Miller in tal senso.

«AMMIRO!» (cit.)

Se dal punto di vista visivo i tre racconti sono sontuosi,
il cuore della storia sta tutto in quella stanza d’albergo con i protagonisti
in accappatoio, per un film che è l’anti Fury-Road, perché sviluppa trama e
personaggi basandosi completamente sui dialoghi, un film incredibilmente verboso
(forse anche un pelo troppo) in cui la chimica tra i due protagonisti è davvero
ottima e l’atmosfera generale è onirica, tale da rendere questo film più vicino
a che so, Parnassus di Terry Gilliam
che all’ultimo film della saga di Mad Max, malgrado i nomi coinvolti siano gli
stessi.

Quello che ho apprezzato di “Three thousand years of longing”
non è tanto la sotto trama romanticona, presente ma non così invasiva che lo
ammetto, non è molto nelle mie corde, ma più che altro il manifesto amore per
le storie, quello sì che sento molto mio. Non solo Miller si rifà ai classici
delle fiabe e delle leggende, senza bisogno di scimmiottare nessuno (ci sono trovate
visive tutte matte, come il liuto con le manine che si suona da solo, o la
zebra-giraffa), ma soprattutto ribadisce l’importanza della fantasia e della
creatività e lo fa usando l’arma che maneggia meglio, quella del cinema.

«Almeno non sono blu come Will Smith»

Con gli stessi collaboratori Miller può dirigere Fury Road o il suo film negativo, allo
stesso tempo usando gli attori e gli effetti speciali che normalmente vedreste
in un film di super eroi, lui fa un passo indietro riportando il mito alle
origini per ricordarci l’importanza della fantasia e della creatività, in
questo senso davvero l’australiano si stringe idealmente la mano con un altro
pazzarello come lui, il già citato Gilliam, anche per mandare un altro messaggio che
sento molto mio, nel suo essere fuori moda.

Se invece di ostentare sempre, spinti dalla stessa voglia di
Alithea di trovare nuove storie, imparassimo a goderci quelle che abbiamo, non
voglio rovinarvi la visione ma nel finale ho quasi visto la precisa volontà di
dire al pubblico: ma non è una figata stare a casa propria, per prenderci tutto
il tempo che ci serve anche per restare idealmente insieme alle storie che
amiamo? Sarà che già sono nato “casalingo” di mio e mi sono allenato una vita
intera ad avvolgermi nel caldo abbraccio che una bella storia (che sia un
libro, un film o un fumetto) può raccontarti, ma ci mancava solo Miller a darmi
ulteriori conferme.

#Io sto a casa (a leggere e guardare film)

Insomma, pur essendo estremamente parlato, “Three thousand
years of longing” è la classica storia strana che parla a chi è disposto ad
ascoltare, non si cita mai abbastanza il genio di George Miller, trovo
incredibile che questo grande regista partendo dagli stessi elementi magici,
possa tirare fuori una storia adrenalinica ad alto numero di ottani basata sulle immagini e un’altra, intimista e
chiacchierona in grado di toccare le corde giuste, alla fine siamo tutti qui
per le storie, quelle raccontare bene, quel pazzarello australiano sa davvero
come farlo, in attesa di tornare a correre consumando benzina nel deserto con
lui, trovo bellissimo che George Miller abbia altre storie differenti e
coinvolgenti da raccontare.

Ed ora, per un secondo parere, passate a trovate SamSimon dalle sue parti.

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