
Come promesso, un bel post dedicato ai film visti nell’ultima edizione del ToHorror Fantastic Film Festival, la venticinquesima piena di titoli interessanti, in cui ho potuto incontrare Neil Marshall, venuto a presentare la versione restaurata di The Descent, fornendomi la prova che in realtà, come direbbero i giovani, è mio padre (storia vera). Foto, autografi e rivelazioni sul DNA a parte, visto che poi rischio sempre di perdermi qualcosa, ecco cosa sono riuscito a vedere!
Occupy Cannes! (2025)
Ogni anno, dal 1971, Lloyd Kaufman trascina con mezzi propri tutto il caravanserraglio della Troma al festival di Cannes, non perché qualcuno lo abbia mai invitato, tanto meno voluto, ma solo perché la più vecchia casa cinematografica indipendente d’America deve vendere i suoi film e il sud della Francia, una volta l’anno, è il posto migliore per farlo, anche se alla Troma, tocca farlo senza soldi.
Nessun cartellone gigante milionario per Toxie e compagni, ma solo sortite, flash-mob e occasionali corse nudi lungo la croisette nel tentativo di attirare l’attenzione dei compratori, certo, ma anche di sensibilizzare le persone al tema che Lloyd Kaufman ripete cinquanta volte al giorno, tutti i giorni, da cinquant’anni, ovvero che l’industria dell’intrattenimento è in mano a sempre meno persone, un monopolio che taglia fuori gli indipendenti come la Troma, che risponde a colpi di vomito finto nel salotto buono del cinema che conta.

Immaginate Lily Hayes Kaufman, arruolata alla Troma nel giorno della sua nascita, una vita intera a sentire papà ripetere il suo copione, un filo complottista, da totale e pestifero outsider (o sosia di Mel Brooks), ecco, ora immaginate il suo coinvolgimento nell’azienda di famiglia e il risultato sarà questo “Occupy Cannes!”, che è si un omaggio alla Troma, che non disdegna due frecciatine a papà Kaufman e si trasforma in una storia di Davide contro Golia, fare ancora cinema all’ombra dei colossi, un po’ come Don Chisciotte, però se vomitasse roba verde contro i mulini a vento, insomma, in puro stile Troma.
Mad Mask (2025)
Perdonatemi, ma sui giapponesi cicciotti che facevano le puzze verdi mi sono estraniato da un film che in sala, ha generato parecchie risate, ma l’umorismo giapponese è sempre apprezzato dai tempi di “Mai dire Banzai”, anche se il tutto risulta una follia divertentissima, con Serial Killer in fissa con la pelle umana e un gesto, quello del ciuffo dei capelli tirati su, che è diventato di culto. Anche se personalmente ero più interessato al corto che gli organizzatori del festival hanno abbinato nello stesso spettacolo…

Shrine of Abominations (2025)
Immaginatevi il mondo a passo uno di Phil Tippett, che si scontra di faccia con il primitivo di Genndy Tartakovsky, per raccontarci una rock opera in diversi capitoli, dove sul maledetto e tendente al violaceo mondo di Orbus Kaal, lo stregone Gar-Gnargorath cerca di invocare l’orrore di Demotep per il suo piano di conquista galattica, ma si troverà opposto un cazzuto primitivo. Bene, ora calate tutto in una colonna sonora Black Metal a volumi criminali e forse, potreste avere un’idea di “Shrine of Abominations”, venti minuti di delirio metallaro diretti da Ross Kennedy e Skinner, tutti animati a passo uno, una gioia per gli occhi e le orecchie.

Brutale, capace di provocarvi l’acufene, con un quantitativo di mostri e bestiacce da capogiro e l’urlo di guerra di questo ToHorror, ovvero l’invocazione Demoooooooootep! Ripetuta giusto un paio di volte, abbastanza per diventare un tormentone. In un mondo giusto, questa è la prima parte di una saga in dodici parti che esplora ogni genere del Metal. Amore a prima vista e primo ascolto!
Pater Noster and the Mission of Light (2024)
La vita nel vostro normale negozio di dischi procede, tra clienti rompicoglioni, sessisti, o quelli che sanno cosa vendono perché hanno già visto il prezzo in rete, insomma, la normalità quando frequenti l’umana razza o chi vende su Vinted.
Un giorno una delle tre ragazze che gestisce il negozio si imbatte in un rarissimo LP nato in una comune di figli dei fiori negli anni ’70, il nome del gruppo è anche il titolo del film di Christopher Bickel, quindi non potete sbagliare. Portato via il primo disco per una manciata di spiccioli, la ragazza va in fissa per il gruppo, trova tutta la discografia e pronti via, si parte per andare a visitare questa banda di figli dei fiori, da qui in poi inizia un altro film, uno che prende Midsommar a ceffoni.

Da sottolineare, l’apparizione filologica di un mito vivente come Tim Cappello nei panni di un DJ esperto ovviamente di musica, ma quello che ci interessa è il delirio finale, un tripudio di sangue e macellamenti che alza l’asticella intorno a tutti gli altri Horror dedicati ai culti pagani. Christopher Bickel firma un gioiellino indie fino al midollo, che inizia come una sorta di Clerks e poi porta in scena evocazioni, parti, ammazzamenti, insomma altro giro, altro gioiellino!
I fell in love with a Z-grade director in Brooklyn (2025)
Visto che la Wing-woman ogni tanto mi fa vedere anche dei film senza morti ammazzati, posso dirvi che questo è uno dei quattro film diretti da Kenichi Ugana nel 2025 (!), una commedia romantica, anzi, è “Notting Hill” se Hugh Grant fosse stato un regista della Troma e Julia Roberts giapponese.
In una notte a Brooklyn, Shima si perde telefono, portafoglio e parte della dignità e senza sapere una parola di inglese, finisce a lavorare in un filmaccio Horror di serie Z, con la direzione di un ragazzaccio carico di tutta la passione che Shima non trova più nelle ricche produzioni in patria.

Posso dirlo? Un gioiellino divertentissimo, carico d’amore per il cinema indipendente, con due padrini d’eccezione, da una parte il mitico Larry Fessenden, nella piccola parte di se stesso, un produttore pronto a lanciare tanti giovani registi, insomma, interpreta Larry Fessenden, ma occhio all’apparizione a sorpresa di Lloyd Kaufman.
In tutta sincerità, un film che potrebbe piacere anche al pubblico generico, perché scritto bene, con dialoghi frizzantini, fresco, recitato bene e con l’amore per il cinema Horror che è la ciliegina sulla torta, la sorpresa del ToHorror del 2025.
Kadet (2024)
Adilkhan Yerzhanov dopo aver vinto il ToHorror l’anno scorso con il bellissimo Steppenwolf, torna e alza il tiro, “Kadet” è la quota film (giustamente) politico del festival di quest’anno, che dal Kazakistan fa il punto della situazione su quanto siamo mal messi nel mondo. L’ottima Anna Starchenko, proprio come nel film precedente, è di nuovo una madre che questa volta il figlio non lo ha perso, ma sta cercando di avviare il suo Serik sulla via della carriera militare, sfruttando il fatto che il padre biologico del ragazzo, sia un pezzo grosso del governo, anche se è chiaro che Serik, con i suoi capelli da “raperonzolo”, in un’accademia militare, sia a suo agio come un pesce fuor d’acqua, vittima di bullismo predestinata.

Anche da parte di un istruttore che pare la controparte kazaka del Sergente Hartman kubrickiano, teorico della guerra, maschilista a malinconico nei confronti dei metodi educativi dell’impero romano, in una parola? Fascio. Quando cominciano a morire ragazzi come mosche, arriva un altro personaggio irriverente con la stessa giacca da scafista del protagonista di Steppenwolf, un detective impersonato da Sharip Serik che indagherà sulle strane morti, il ritmo del film è quello a cui Adilkhan Yerzhanov ci ha abituati, ma anche la regia rigorosa.

“Kadet” dal punto di vista dell’impostazione delle scene e della composizione dell’immagine è rigoroso, sceglie sistematicamente di non mettere quasi mai i personaggi al centro dell’inquadratura, relegati in un angolo come la Storia, quella con la “S” maiuscola, fa con loro, spezzati dalle geometrie e delle architetture molto sovietiche degli ambienti dove la trama si svolge. In tutto questo poi, Adilkhan Yerzhanov inserisce apparizioni di volti come faceva Billy Friedkin nella versione estesa de L’esorcista, ma con soluzioni migliori, visto che io quella versione non l’ho amata mai, a differenza della “Theatrical”.
Il messaggio è chiaro, perché attraverso il filtro della “Ghost story”, il regista vuole parlarci dei fantasmi del passato, di certa violenza e rigurgiti che purtroppo, come ben sappiamo dalla cronaca, sono già tornati a tenere banco. Il problema forse è che mettendo così tanti temi sul tavolo, ad un certo punto qualcosa deve essere lasciato indietro per arrivare al punto, il film mi è piaciuto meno di “Steppenwolf”, ma continuo a pensare che Adilkhan Yerzhanov sia un ottimo talento con un’idea di cinema chiarissima, oltre a tutti i riferimenti giusti.
Kombucha (2025)
Luke è uno spiantato musicista che non riesce ad arrivare a fine mese perché il pubblico non ama abbastanza pezzi come “Midnight Special” (peccato!), il suo sogno di vivere di musica ha effetti negati anche sulla sua relazione con la fidanzata. Spalle al muro e con le bollette da pagare, il nostro incontra un vecchio compagno di scuola (un incrocio tra Elijah wood e Natalino Balasso, però con i baffi) che lo raccomanda per un lavoro d’ufficio molto ben pagato, troppo ben pagato per non risultare una fregatura.
IL METAFORONE è chiaro, l’arte che si vende al capitale e ne viene fagocitata, la Symbio, l’azienda per cui va a lavorare il protagonista è tutta e-mail, riunioni e presentazioni, ma anche Kombucha, in ufficio lo bevono tutti e l’obbiettivo aziendale sembra quello di esportarlo in altre realtà lavorative, seguono: body horror, commedia nera e una lezioni su lieviti e batteri intestinali.

Guardandolo, il film di Jake Myers sembra il classico corto diventato un film, infatti ho scoperto che è proprio così (il corto è del 2023), al film a volte manca un po’ di brio e qualche inquadratura – specialmente le più movimentate – sono un po’ in affanno, in generale vive e muore sulla sua sinossi matta e fa più che bene il suo dovere. Detto questo, a me il Kombucha non ispirava minimamente nemmeno prima di aver visto questo film, continuo con il caffè, grazie.
Onsen Shark (2024)
Possono mancare degli squali? Proprio no! A portarli al festival ci pensa il folle film di Morihito Inoue, una cosina che parte ovviamente dallo spunto Spielberghiano, alcune vittime di attacchi di squali su cui indagare in una piccola cittadina, per poi esplodere letteralmente in un delirio che sembra pensato per rivaleggiare con l’Asylum, perché le pinne spuntano da ogni dove, specialmente dai posti più improbabili, la CGI scarsotta è al servizio di una roba matta matta, perfetta per chiudere il festival, in cui il Quint di turno è uno svalvolato palestrato che sarebbe risultato fuori luogo in un Tokusatsu.

Se non ho fatto male i calcoli e non mi sono dimenticato qualcosa, avrei ancora un titolo da trattare dopo i bellissimi Deathstalker e Flush, ma per quello arriverà un post dedicato, nel frattempo però ci tenevo ad aggiungere che, come ho avuto modo di dire al direttore artistico, se il ToHorror non chiudesse, io non andrei mai a casa. Ne approfitto per ringraziare tutta l’organizzazione che anche quest’anno ha messo su un festival bellissimo, ma anche per salutare tutte le amiche, amici, colleghi, passanti, lettrici e lettori che ho avuto modo di incontrare dal vivo in questi giorni, mi dispiace solo non essere riuscito a salutare proprio tutti, ma per quello avremmo sempre il prossimo ToHorror.


Creato con orrore 💀 da contentI Marketing