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Tomb Raider (2018): Alicia? Angelina? No meglio Sabrina!

Ah! Tomb Raider! Quante ore della mia infanzia ho passato a
giocare al mitico Tomb Rai… No, aspettate un momento! In realtà, io a “Tomb
Raider” ho giocato pochissimo, quindi no, questa non è uno di quei commento
scritto da un ex giocatore incallito, mi spiace.

Al videogame originale penso di aver giocato circa dieci
minuti, a costo di dire qualcosa di impopolare, lo trovavo noiosissimo, a
livello di giocabilità dovevi solo far zompettare la povera Lara Croft di qua e
di là e se sulla carta il personaggio doveva essere una specie di Indiana Jones con pistole e cinturoni, di fatto lo trovavo noiosissimo.

Ora, però, inutile che facciamo finta che l’elefante non sia
in mezzo alla stanza, sono sicuro che sia già stata smentita cento volte, ma
siccome sono cresciuto guardando “Liberty Valance” tra la verità e la leggenda
racconta la leggenda, quindi mi piace credere al mito del programmatore a cui
scappa la penna ottica mentre sta disegnando Lara Croft, regalandole una quinta
virtuale e boom! Il videogioco incassa milioni. Storia vera. O magari no… Vabbè,
ci siamo capiti.

“Facciamo luce su queste leggende metropolitane”.

Ormai lo sapete che a me piace scrivere pericolosamente, se
non m’infilo in qualche ginepraio con la mia Bara Volante non sono felice,
però andiamo, guardiamo in faccia la realtà: davvero pensate che le curve di
Lara Croft non siano state un fattore determinante? Che, poi, a ben guardare, non erano nemmeno
curve, nella primissima versione del gioco il personaggio aveva delle piramidi
a punta sul petto, ma tanto è bastato per i nerd di tutto il mondo. Contano le
poppe percepite più di quelle reali.

Pensate che le fiere di fumetto di tutto il mondo si
sarebbero popolate di belle figliole (poco) vestite da Lara se non fosse stato
il primario motivo di interesse del personaggio? Ci sono fior fiori di modelle
che hanno messo su una carriera iniziando proprio come sosia, Cosplayer o
imitatrici di Lara Croft, da Alison Carroll giù giù fino a Rhona Mitra, non proprio la pizza con i fichi.

Rhona
ai bei tempi in cui le pistole erano di plastica, non la sua faccia.

Il “Fattore T” è talmente intrinseco quando si parla di
“Tomb Raider” che nemmeno la selezione dell’attrice per questo nuovo film ne è
uscita illesa, all’annuncio che la svedese Alicia Vikander sarebbe state la nuova Lara Croft, sommossa popolare! Almeno di
quelle che iniziano (e finiscono) in rete, quindi solite polemicone inutili.
Improvvisamente TUTTI enormi appassionati di Angelina Jolie e dei suoi due film
su Tomb Raider. Ah! I due Tomb Raider con Angelina Jolie! Quante ore della mia
infanzia ho passato a guardare i mitici film di Tomb Rai… No, niente. Nemmeno
questa carta mi posso giocare per questo commento.

Cosa mi ricordo dei due film con la Jolie? Il primo devo
averlo visto due volte, forse complice qualche passaggio tv, ricordo solo che
“Lara Croft: Tomb Raider” (2001) era diretto dallo specialista Simon West, si
giocava l’intuizione di far interpretare il papà di Lara, al vero papà della
Jolie, Jon Voight e poi basta, buco nero. Però, mi ricordo bene il video
musicale degli U2, “Elevation” è stato il colpo di coda di un periodo (gli anni
’90) in cui spesso il video musicale era più bello del film finito. Poi si sono
estinti anche i videoclip e ciaione!

A grandi linee, tutto quello che ricordo del vecchio film.

Il seguito, invece, “Tomb Raider – La culla della vita”
(2003) ricordo solo che era diretto dal direttore della fotografia di fiducia
di Paul Verhoeven, Jan de Bont, che
era scritto da Steven E. de Souza (l’uomo che ha scritto QUESTO, ma anche QUESTO) e
aveva le musiche di Alan Silvestri. Insomma, poteva essere tipo il mio film
preferito di sempre, ma mi ricordo solo che la Jolie aveva una tuta molto
aderente. Fine delle trasmissioni neurali.

Se volete dirmi che eravate affezionati a questi film e alla
Jolie dei tempi belli, ok vi credo, ma se mi dite che erano bei film, vi credo
un po’ meno. Quindi, torniamo alla questione del “Fattore T” di cui Alicia
Vikander non è portatrice sana, ma persino io che ho giocato la bellezza di tre
minuti (non consecutivi) al primo videogioco so che questa incarnazione del
personaggio s’ispira alla versione del 2013 del personaggio dove Lara era
più giovane e alle prese con una storia di origini legata a suo padre Lord
Richard Croft.

“Per essere un archeologo, mio padre scrive con la calligrafia da dottore, non si capisce niente!”.

Quello che trovo odioso sono quei film che ti promettono
l’adattamento di un personaggio ultra noto e poi si rivelano essere una
semplice storia di origini, in cui il personaggio, con tutte le sue
caratteristiche, si vede (forse) a film finito. Che, poi, è proprio quello che
succede qui, però nei titoli di coda, quando Lara mette le mani sulle sue
celebri pistole, dopo un film intero passato a NON usarle, in una scena che sa
tanto di “Occhiolino occhiolino” per i fan che se per caso siete già usciti
dalla sala perché vi scadeva il talloncino del parcheggio, non è poi tutta
questa gran perdita.

“Le vedete queste? Dimenticatele, tanto nel film non le uso”.

Eppure, malgrado tutto, proprio perché Alicia Vikander ha
esordito tra i “Buuuuuu” dei nerd arrabbiati a cui sono state negate le uniche
tette che vedranno mai in vita loro (sono nerd pure io, quindi posso parlare
male della categoria, vantaggi di categoria tiè!), per un po’ a questo film ho
voluto credere, come Fox Mulder, anche perché il regista Roar Uthaug ha due
grandi qualità. La prima: aver diretto in carriera roba davvero ottima come
l’horror “Fritt vilt” (2006), oppure il notevole “The Wave” (2015). La seconda è quella di avere un nome veramente cazzuto! Dai, sembra uno
appena sceso da un Drakkar vichingo tenendo un’ascia bipenne in ogni pungo,
figata!

Quindi, succede che una svedese ed un norvegese, volano in
Sudafrica per girare il loro “Tomb Raider”, superando anche la storica rivalità
tra i due Paesi. Questa storia si conclude con l’epico racconto di come una ex
ballerina prestata alla recitazione, mora e alta un metro e un tappo e un
regista norvegese dal nome che sembra un’invocazione a Crom prima della
battaglia, uniscono le forze, tirano fuori un film della madonna e portano la
pace tra Svezia e Norvegia? Purtroppo no, anzi viene da sperare che se davvero
l’avessero fatto fare solo a questi due (e ad una macchina da presa) il film,
sarebbe stato una figata.

“In fondo quei mobiletti dai nomi strani che producete, non sono poi così male”.

Si comincia con la voce narrante sulla storia della strega
Giapponese che bla bla bla il film è iniziato da un minuto e già ci stanno colpendo
in faccia con uno spiegone, a scuotermi dal disagio solo che papà Lord Richard
Croft è interpretato da lui, Dominic West,
il mitico Jimmy McNulty, Jimmy “Fuckin” McNulty di “La più bella serie tv della
storia del mondo” (The Wire), evidentemente fare tutto quel sesso con tutte le
donne di Baltimora lo ha portato anni dopo ad essere padre della già citata
svedese.

Quando entra in scena Lara Croft, la vediamo sul ring di
kickboxing impegnata a darle e prenderle, più che altro a prenderle. Con Roar
Uthaug (per Crom!) impegnato ad inquadrarle il “Six Pack” addominale che ci
viene mostrato qui e poi mai più, probabilmente perché sarà stata l’ultima
scena girata in ordine di tempo, apice del programma di formazione atletica di Alicia
Vikander.

In esclusiva per la Bara Volante, i contenuti extra del blu-ray del film (tanto saranno tutti così).

Dopo tutte queste belle parole, questo “Tomb Raider” com’è?
Ve lo dico subito: Lara fa Kickboxing. Dialogo. Lara che lavora come fattorino
fa una gara in bici lungo la città per soldi, per ribadire ancora che è una
ragazza caparbia e atletica che se anche va a terra non molla. Scena di dialogo
in cui scopriamo che è miliardaria figlia di papà, ma fa la fattorina perché
preferisce essere al verde che a capo di un’azienda. Sono scelte di vita, non
le discuto. Lara corre inseguita da dei tizi in qualche generica città orientale.
Scena di dialogo su quanto era bravo papà, quanto mi manca papà, io voglio bene
al mio papà. Lara su un’isola viene inseguita, fa cose, vede gente, le manca
papà. Altre scene dove si corre e si salta. Manufatti da scoprire, rebus da
risolvere, corsa campestre, generica noia, parecchi di quelli che i nostri
cugini Yankee chiamano “Daddy issues”, infatti Alicia Vikander si è calata così
tanto nel ruolo che nel momento in cui vi scrivo, si orizzontalizza Michael
Fassbender (undici anni più vecchio di lei). Cioè non è che lo stia facendo
proprio in questo momento, o magari sì, che ore sono negli Stati Uniti? Vabbè,
avete capito il senso, no?

“Solo l’uomo penitente potrà passare, il penitente, l’uomo penitente…” (Cit.)

Per sottolineare questa questione delle figure paterne, gli
uomini del film sono più maschili possibili e cosa c’è di più “masculo” della
barba? Ecco perché Nick Frost, spalla comica ed avido gestore di un banco dei
pegni ha la barba, perché papà Jimmy “Fuckin” McNulty ritrovato
vivo sull’isola ha la barba. Hanno tutti la barba in questo film persino
il cattivo interpretato da Walton Goggins è barbuto! Sarà una metafora del
film? Bah!

“Sono pronto a tornare a Baltimora anche subito, vi prego aiutatemi”.

Se Dominic West è sempre una sicurezza, cosa vogliamo dire
di Walton Goggins? Personalmente penso che sia il miglior attore uscito dal
piccolo schermo, una volta di queste qui sopra arriverà anche “The Shield”, ma
il ragazzo è capace di mangiarsi qualunque ruolo in cui compare che sia uno dei protagonisti, oppure una comparsa sul fondo della storia, qui
ci mette davvero tutto per dare spessore ad un cattivo talmente anonimo, nelle
caratterizzazione e negli intenti, che non spicca nemmeno se ha il volto (e la
barba) di Goggins, considerato di cosa è capace di solito questo attore,
dovreste capire di che razza di sciatteria in fase di scrittura abbiamo
davanti.

“Voglio il nome di quello che ha scritto questa roba, altrimenti chiamo il mio amico Vic Mackey”.

Il vichingo Roar Uthaug, però, tiene il ritmo piuttosto alto,
lo schema “Azione-Dialoghi-Azione-Dialoghi” è più ripetitivo di quando Coach
Popovich chiamava a ripetizione “FOUR DOWN!” per mandare Tim Duncan palla in
mano sotto canestro (due punti appoggiando al tabellone. Ogni. Dannata. Volta.
Mito), però il ritmo è piuttosto alto, ci sono scene anche piuttosto riuscite
come quella dell’aereo sulle cascate, e momenti MACCOSA (il paracadute che si
apre anche se tenuto abbracciato sul petto?) che hanno, però, tutti lo stesso
problema: effetti speciali già vecchi. La computer grafica scarsa del film
salta agli occhi togliendo realismo ad un personaggio che vive di realismo.

Lara il trucco è non guardare MAI in basso…
… Willy il coyote non ti ha insegnato niente!?!

Se davvero ROOOOOOAAAARRRR e Alicia avessero girato lo
stesso film con due spicci e una macchina da presa digitale in qualche bosco in
Norvegia, avremmo avuto un “Survival Tomb Raider” davvero figo, perché Lara
Croft non è un supereroe, ogni piccolo successo se lo deve sudare, correndo,
saltando, facendosi un culo così per portare a casa la pelle e in questa
storiella che sembra un po’ un episodio anonimo di Lost alternato ad una
versione triste de L’Ultima crociata,
con i Croft chiacchieranti al posto dei Jones fighissimi, si perde anche il
vero grande punto a favore del film, ovvero la prova della Vikander.

In Ex Machina i
suoi occhioni erano l’unica cosa memorabile del film, per come bucavano lo
schermo, mentre nel (a mio avviso) tedioso “The Danish Girl” (2015) rubava la
scena all’odioso Eddie Redmayne. Non che la Vikander abbia vero talento da eroina
d’azione, ok ha fatto tanta palestra brava, ripete sullo schermo due cose che
ha imparato a fare qualche mese prima di girare, ma per livello di convinzione,
supera anche la Gal Gadot di Wonder Woman,
la vedi proprio che ci crede tantissimo, tette o non tette, polemiche o no, con
un terzo del budget, la regia del vichingo e questa ragazza che ogni volta che
guarda qualcuno con quegli occhi sembra voglia dirgli «FUCK YOU!» sarebbe stato
un bel film. Invece, la Warner Bros in combutta con la MGM conferma ancora una
volta di avere tutti i soldi del mondo e di usarli malissimo per fare brutti
film. Brutti film molto costosi.

Uno sguardo che ti manda dritto a quel Paese. No, non la Svezia.

Quindi, se volete sapere la mia posizione ufficiale
nell’eterna (che infatti è già stata dimenticata come accadrà a questo film)
polemica tra #Team Vikander e #Team Jolie io non ho dubbi: la migliore Lara
Croft di tutti i tempi è, resta e sarà per sempre Sabrina Impacciatore!

“Ecchecazzo! Sta’ più attento, dito a banana!” (Cit.)

L’unica che aveva davvero capito tutte le caratteristiche
del videogioco originale che era già “Diversamente alta” come la Vikander, ma
comunque più sexy della Jolie, per quanto mi riguarda avete sbagliato casting,
miglior. Lara Croft. Di sempre! BOOM! Mic drop!

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