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Tombstone (1993): porto l’inferno con me!

Il western è il genere che sta al cinema come il Rock ‘n’ Roll alla musica, e allo stesso modo viene dato periodicamente per morto, salvo poi ritornare in sella alla grande. Tra la fine degli anni ’80 e la metà degli anni ’90 il western era più in forma che mai, grazie ad alcuni titoli di indubbio valore che sarebbe anche ora di iniziare ad affrontare. Avete invocato così tanto la pioggia che è arrivato il diluvio (cit.), e se devo iniziare da qualche parte, fatemi iniziare dalla città di Tombstone.

“Tombstone” nasce dalla penna dello sceneggiatore Kevin Jarre, quello di Rambo 2 – La vendetta e “Glory – Uomini di gloria” (1989). La sua prima bozza per il film prevedeva una pellicola molto più lunga ed epica, che scavava molto di più nel passato dei personaggi, ma fin dalla sua prima stesura era buona, dannatamente buona, tanto da venire acquistata al volo dalla Hollywood Pictures. Jarre riuscì così ad ottenere la possibilità di dirigerla questa sua sceneggiatura dei sogni, ma a questo punto per il neo regista cominciarono i problemi, che avevano un nome e un cognome, quello di Lawrence Kasdan.

Sembra Jared Leto, ma in realtà è lo sfortunato Kevin Jarre (a destra), in quei pochi giorni passati sul set del suo film.

Si perché “Tombstone”, come “Armageddon” e “Deep Impact” (entrambi del 1998), come il film su Alessandro Magno mai realizzato da Baz Luhrmann e quello invece diretto con la fretta nel cuore da Oliver Stone nel 2004, fa parte di quella grande categoria di film che condividono il soggetto con un’altra pellicola, uscita a breve distanza. Perché ad Hollywood le idee non si buttano, se sono valide al massimo si corre per produrle prima della concorrenza, e la concorrenza della Warner Bros. faceva davvero paura.

Lawrence Kasdan aveva già in produzione il suo western “Wyatt Earp”, che non solo aveva lo stesso sceriffo come protagonista, ma poteva contare su un cast di tutto rispetto, guidato da quel Kevin Costner che negli anni ’90 era garanzia di botteghini spaccati in due, a partire proprio da un western come “Balla coi lupi” (1990). La Hollywood Pictures non ha dubbi, l’unico modo è battere la concorrenza sul tempo, anzi è stata proprio la sfida all’O.K. Corral con la Warner, ad aver reso “Tombstone” un film migliore.
«Straniero, questa città è troppo piccola per due film su Wyatt Earp…»

Si perché per rispondere al grande cast del “Wyatt Earp” di Kasdan, la Hollywood Pictures ha pensato bene di riempire il suo film di facce incredibili in ogni ruolo, anche nei più piccoli potete trovare Terry O’Quinn (il John Locke di Lost) nel ruolo del sindaco, Thomas Haden Church in quello di uno dei Cowboys, oppure un irriconoscibile Billy Bob Thornton, nei panni del croupier stronzo che si becca una ripassata da Earp ad inizio film. “Tombstone” è un poker (per non dire una scala reale) di facce famose prestate al ruolo giusto, e a ben guardare molti di questi sono anche i miei preferiti, anche se il vero affare la Hollywood Pictures lo ha fatto mettendo sotto contratto Kurt Russell, nel ruolo di Wyatt Earp. Il vecchio Kurt in carriera ci ha insegnato a non chiamarlo Jena (ma nemmeno Plissken), quindi a casa Cassidy abbiamo tenuto fede alla richiesta, infatti nella nostra parlata padre e figlio, il signor Cassidy Senior ed io ci riferiamo ancora a lui chiamandolo “L’ingrugnato”, come viene definito in una delle righe di dialogo di questo film (storia vera).

«Chiamami Iena Ingrugnato»

Perché Kurt Russell è stato tanto importante per il film? Ci arriviamo subito, Kevin Jarre il suo “Tombstone” ha inizia anche a dirigerlo, ma era un regista esordiente con poca esperienza, gli occhi della casa di produzione addosso e ammettiamolo, anche una certa dose di sfiga. Jarre fa in tempo a girare alcune scene con Charlton Heston – si, perché in questo film compare anche lui -, e quando sul set arriva il leggendario Robert Mitchum, che nella pellicola aveva un ruolo ben più corposo, quello al primo giorno di lavoro cade da cavallo e si fa anche piuttosto male, tanto da restare a bordo solo come voce narrante, quella che si sente all’inizio e alla fine di “Tombstone”, nella versione doppiata ben sostituita da quella di Ferruccio Amendola.

Due baffi con dietro una faccia da Charlton Heston.

Alla Hollywood Pictures basta questa sfortuna per mandare al camposanto a spasso Jarre, ma la corsa per trovare un sostituto è un bagno di sangue degno di quello dei Cowboys per mano di Wyatt Earp. Siamo abituati a pensare che la Mecca Californiana del cinema sia sconfinata e sempre in movimento, lo sarà di sicuro ma è anche per certi versi, un grande luogo di lavoro dove le voci di corridoio e le simpatie hanno il loro peso, ecco perché in un posto così, può capitare che vengano messe in produzione due pellicole su Wyatt Earp a poca distanza l’una dall’altra, oppure perché in un film in cui gli attori hanno un peso specifico così grande, avere un amico regista può tornare utile.

Guida per sopravvivere ad Hollywood: Tieni gli amici vicini, e i gli amici registi, ancora più vicini.

Kurt Russell era sicuramente quello che teneva più di tutti al progetto, ecco perché il suo amico John Carpenter è arrivato a tanto così da dirigerlo questo film (storia vera). Ma in un club del cucito come Hollywood, una mano lava l’altra e tutte e due fregano l’asciugamano, quindi occhio al giochino dei gradi di separazione: Jarre ha scritto Rambo 2 diretto da George Pan Cosmatos, regista di origini Greche di gran talento, ma sfortunato, il flop di Cobra lo ha bollato per sempre, anche perché sul set di quel film era in totale balia delle decisioni di Sylvester Stallone. Sarà un caso che in “Tombstone”, in un ruolo microscopico, ci sia anche Frank Stallone, fratello di zio Sly? Non lo so, ma sta di fatto che George Pan Cosmatos si è ritrovato nella cittadina di Tombstone.

«George, ti ho trovato un lavoretto per l’estate. Come te la cavi con i western e gli scorpioni?»

Cosmatos fa sforbiciare la sceneggiatura – fin troppo corposa – di Jarre e porta al film tutto il suo talento e la sua grande passione per il genere western, in “Tombstone” il greco di mette dentro di tutto, influenze che arrivano da “Il fiume rosso” (1948), “Mezzogiorno di fuoco” (1952), “Sfida infernale” (1946… Questo spiega le tante scene di personaggi seduto in attesa sul portico), I Magnifici sette, Un Dollaro d’onore
e tanto cinema di Sergio Leone. Qualche esempio? Basta dire che in una scena Earp sfonda una vetrata del barbiere a cavallo, indossando uno spolverino, in totale e sentito omaggio a I cavalieri dalle lunghe ombre di Walter Hill.

I cavalieri dai lunghi baffi.

Insomma Cosmatos con i suoi tramonti perfetti, la sua capacità di utilizzare la fotografia al meglio (è sua l’idea di inserire una liberatoria nevicata nel finale, per rompere la monotonia di tanta sabbia e polvere), dimostra di avere il cuore dal lato giusto, anche se la sua massima attività è stata quella di far fronte all’invasione di scorpioni sul set, una vera piaga (storia vera).

Si perché anche questo Greco arrivato nella cittadina di Tombstone, era finito nel mirino della Hollywood Pictures che non poteva più permettersi ritardi, a parargli le spalle è stato proprio Wyatt Earp in persona. Si perché questo film, anche se non accreditato, di fatto è stato diretto da Kurt Russell.
«Tutti un po’ più a destra, no un pochino più a sinistra…», «Kurt sbrigati, qui il sole picchia»

Val Kilmer, che ha fama di essere un gran rompicoglioni con capricci da divo, capace di fare più danni degli scorpioni sui set se provocato, da una vita va ancora in giro a tessere lodi per Kurt Russell. Proprio da lui arrivano conferme sul fatto che Russell si prodigò non solo ad aiutare Cosmatos durante le riprese, ma che di suo pugno modificò alcune parti della sceneggiatura, per dare spessore al rapporto di amicizia tra Wyatt Earp e Doc Holliday, il tutto con uno spirito di sacrificio che a Val Kilmer piaceva moltissimo.

Pare che pur di rispettare la tabella di marcia e non mettere a rischio la produzione, Russell si portasse letteralmente il lavoro a casa, quando Goldie Hawn – la moglie di Kurt, per quei due che non lo sapessero – era fuori città per lavoro, Val Kilmer dormiva sul divano di casa Russell, in modo da avere più tempo possibile per ripassare le battute, anzi, va detto che tutte quelle migliori, venivano assegnate da Kurt al personaggio di Doc Holliday (storia vera). In pratica la condizione ideale di lavoro di Kilmer, che qui aveva tutte le attenzioni focalizzate su quello che a Val Kilmer sta più a cuore in assoluto… Val Kilmer. Sarà un caso se nei tisici panni di Doc Holliday, Val Kilmer ha offerto la sua interpretazione migliore? Non credo, e se vi sembra un’affermazione forte, lasciatemi l’icona aperta, più avanti ci torniamo.

«Volevate il migliore? Eccomi sono il migliore, dite ciao a Val»

“Tombstone” esce nei cinema americani il 24 dicembre 1993, sei mesi prima della versione di Lawrence Kasdan con Kevin Costner. Al netto di un costo di circa venticinque milioni di fogli verdi con sopra le facce di alcuni ex presidenti defunti, il film di Cosmatos e Russell ne porta a casa cinquantasei milioni, conquistandosi il plauso della critica che lo reputa giustamente uno dei migliori western mai realizzati. A casa Cassidy arrivò la VHS originale molto presto, acquistata sulla base della presenza dell’Ingrugnato nel cast e del fatto che il film fosse un western, tanto è bastato a farmi spendere l’infanzia consumando il nastro. Erano non lo so, qualcosa come dieci anni che non lo rivedevo, lo ricordavo grande, l’ho ritrovato grandissimo, mi sono sentito come Wyatt che riabbraccia i suoi fratelli nel rivedere questo film, e spero che lo sceriffo Earp non mi spari se espongo la mia fascia rossa, quella dei Classidy!

La storia di Wyatt Earp e della sfida all’O.K. Corral è stata raccontata centinaia di volte al cinema, un anziano Earp (vissuto fino al 1929) ha avuto modo di conoscere le prime stelle del cinema muto di Hollywood, Tom Mix che portava la bara di Earp al suo funerale, é stato visto piangere (storia vera). Quindi se qualcuno ha potuto godere della benevolenza del cinema quello è stato Earp, nel film quando l’attrice Josephine Marcus (Dana Delany) posa gli occhi su di lui, il suo compagno di viaggio Billy Zane – si, anche lui recita qui, per altro il monologo dell’Enrico V! – , lo descrive come la quinta essenza del West. “Tombstone” prende davvero tutto il meglio del genere con i revolver e i cappelli a tesa larga, anche la lezione Fordiana per cui nel West, dove se la leggenda diventa realtà, vince la leggenda e quindi il film racconta quella.
Si, Billy Zane aveva ancora i capelli, il vero metro di paragone dello scorrere del tempo.

Il rapporto tra Earp e Josephine Marcus non è stato solo fatto di “alti e bassi” come romanticamente dichiara la voce narrante di “Tombstone”, lo stesso Wyatt non era lo stinco di santo che vediamo qui, ma il potere del Cinema è anche questo, e “Tombstone” fa il suo lavoro alla grande, raccontando l’epica, il dramma, l’amicizia virile, le sparatorie, il romanticismo e la fratellanza al tempo della frontiera in un modo incredibile. Basta la camminata dei fratelli Earp insieme al fratello aggiuntivo Doc Holliday, verso l’O.K. Corral a mettere in chiaro (sulle note epiche composte da Bruce Broughton) che il western è il Re di tutti i generi cinematografici, le chiacchiere su questo punto stanno a zero.

I quattro cavalieri dell’apocalisse.

“Tombstone” segue tutti i momenti classici, sfruttandoli al meglio, dopo il prologo con la voce narrante di Robert “Amendola” Mitchum, bisogna presentare i cattivi, che devono essere così minacciosi da rappresentare una vera sfida per i protagonisti. I Cowboys la prima forma di criminalità organizzata, riconoscibili per la loro fascia rossa legata in vita e guidati dal diabolico Curly Bill Brocious (Powers Boothe uscito dritto dai film di Walter Hill che qui anticipa quasi il suo ruolo in Deadwood), sono talmente malvagi e spregevoli che qui li mediamo impegnati ad uccidere lo sposo e violentare la sposa durante il loro matrimonio.

Cattivi davvero perfidi ne abbiamo? Con Powers Boothe si va sul sicuro.

Powers Boothe è talmente cattivo da poter tenere a bada solo con il ghigno sadico, una banda di gatti senza collare composta da soggettoni come Michael Rooker e soprattutto Michael Biehn, il suo Johnny Ringo è la dimostrazione di quanto Biehn sapesse rendere al meglio anche i cattivi, ho sempre preferito il suo pistolero colto che parla latino e traduce passi tratti dall’Apocalisse («Un cavallo verdastro. Il suo cavaliere si chiamava Morte… E l’inferno lo seguiva») rispetto al cattivo che interpretava ad esempio in “The Abyss” (1989), così giusto per darvi un parere aggiuntivo non richiesto.

«…Siamo solo lui e me», «Psss Michael, questo è un altro film!»

Una volta presentati a dovere i cattivi, bisogna far entrare in scena l’eroe, il Wyatt Earp di Kurt Russellscende dal treno non bello come Claudia Cardinale, ma figo a suo modo e decisamente ingrugnato. Qui trova i suoi fratelli, quello maggiore Virgil Earp (in un film dove i baffi sono protagonisti, quelli di Sam Elliott non potevano mancare) e quello minore, Morgan Earp (il leggendario Bill Paxton).

Preferite i baffoni da fratello maggiore di Sam Elliot?
… Oppure quelli da ultimogenito di Bill Paxton?

“Tombstone” prosegue in maniera molto lineare, ed è proprio Kurt Russell il valore aggiunto alla pellicola, perché in un film così strapieno di facce note (tutte usate al meglio rispettando l’ordine dei nomi in locandina e il loro peso specifico), Russell resta quasi sottotraccia, come vorrebbe fare Wyatt arrivato da Dodge City con l’intenzione di cambiare vita. Per sé stesso si sceglie le parti, anche quelle più complicate per certi versi, per uno con la faccia da duro come lui, sarebbe stato più facile impostare il film su una serie di momenti, in cui Earp prevale sugli avversari usando il peso della sua fama, invece vediamo Russell impegnato in impacciate scene di corteggiamento (perché i duri non sono mai a loro agio con il romanticismo troppo sfacciato).

Il Wyatt Earp di Russell cerca sempre di evitare lo scontro, almeno finché non diventa inevitabile come la sfida lanciata dai Cowboys all’O.K. Corral, un momento in cui ad essere davvero epica è l’attesa della sfida, più che la sparatoria in sé, che per quanto molto ben diretta, montata e coreografa, risulta veloce e sanguinaria, ma destinata a diventare mitica, insomma come tutte le grandi sparatorie della storia del West. Per certi versi Russell sembra sempre voler cedere il palcoscenico agli altri personaggi, una prova molto altruistica di cui beneficia alla grande l’uomo su cui avevo un’icona da chiudere, Val Kilmer.
Più che un fisico, sembri un tisico.

Penso che il suo Doc Holliday sia la prova migliore di Val Kilmer, non solo perché il personaggio permette al divo di pavoneggiarsi risultando anche simpatico nella sua arroganza (ad esempio quando fa il verso a Johnny Ringo, imitando il suo far roteare il revolver, usando una tazza), ma anche perché il pistolero tisico con i polmoni mal messi e i giorni contanti, permette a Kilmer di continuare ad atteggiarsi a poeta maledetto, a Rimbaud del west con male di vivere e poco tempo a disposizione. Guardandolo sembra che Val Kilmer sia passato agevolmente dalla sua prestazione più famosa e riuscita in “The Doors” (1991), ai panni di Doc Holliday senza colpo ferite, il tempo di sfilarsi i pantaloni di pelle del Re Lucertola, e lo ritroviamo qui, sciamanico e alticcio come sempre. Basta aggiungere che sulla base della sua prova in questo film, Joel Schumacher ha voluto affidargli il Bat-Costume, pagandola carissima per altro, visto che i due hanno passato il loro tempo a litigare sul set… Storia vera.

Il suo Doc è cintura nera di faccia tosta, in continua sfida con chiunque (anche con la morte), suona notturni di Chopin ubriaco al piano e sfotte un animale feroce come Johnny Ringo chiamandolo “Fragolino”, una brillante invenzione del nostro doppiaggio, che trova il modo di adattare il quasi inadattabile “Huckleberry”, rigorosamente pronunciato in masticato accento del Sud da Kilmer. Nel caso aveste voglia di insultare qualcuno, ma non poteste farlo per motivi diciamo accademici, voi provate a dargli del “Fragolino”, vi assicuro che contribuisce a sortire l’effetto sperato.
Fragolino amoroso (Dudù dadadà)

Dopo aver lasciato quasi totalmente capo libero al Doc di Val Kilmer, dal canto suo Kurt Russell resta il faro del film. Nei momenti in cui il dramma vero arriva, è impossibile non disperarsi per il destino dei fratelli Earp, che in una singola notte (sotto una pioggia apocalittica) vengono quasi spazzati via, lasciando noi spettatori come Russell, in mezzo alla strada sporco di sangue ad urlare al cielo «Perché!?Perché!?!»

Ma questo è solo l’inevitabile momento drammatico che serve a dare motivazioni al protagonista. Kurt avrà anche lasciato tutte le battute ad effetto a Val Kilmer, ma per sé ha tenuto la migliore in assoluto di tutto il film, io ve lo dico, se non vi esaltate sulla scena: «Corri! Dillo agli altri cani rognosi che la legge
sta arrivando. Digli che Wyatt sta arrivando e porto l’inferno con me!», io non vi conosco, e non vi voglio conoscere!
Passare da ingrugnato ad incazzato nero, il passo è breve.

Dopo un momento così enorme, il resto è quasi tutto in discesa, l’ultima carica di Waytt Earp e dei suoi immortali è puro Western, in cui trovate la resa dei conti, il saluto finale ad un amico (la scena degli stivali è roba in grado di far quasi sudare le palpebre) e l’omaggio ad una delle figure più leggendarie della storia della frontiera.

Visto che sono impallinato con le frasi promozionali dei film, quella di “Tombstone” è la pietra (tombale) sopra un film strapieno di momenti mitici: Ogni città ha la sua storia. Tombstone ha una leggenda.
Gli uomini che fecero la storia (a revolverate)

“Tombstone” è proprio questo, la leggenda del west(ern) raccontata con grande regia, grandi musiche, grandi attori e momenti memorabili. Insomma è il Cinema che fa quello che gli riesce meglio, rendere omaggio alla leggenda, un po’ come l’idea di Tom Mix che piange, trasportando la bara di Wyatt Earp al suo funerale.

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