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Tomorrowland (2015): Sogno un futuro senza Damon Lindelof

Ero riuscito a
tenermi a debita distanza da questo “Tomorrowland” non un articoletto che
parlasse della trama niente, solo un trailer visto al cinema e un paio di
nomi: George Clooney, ma soprattutto Brad Bird, non mi serve sapere altro
grazie.

Casey (Britt
Robertson) è una giovane ragazza curiosa e afflitta da inguaribile ottimismo,
un giorno entra in possesso di una spilletta che, come l’Anello per Frodo, dà
il via alle sue avventure. La misteriosa spilla regala l’accesso ad una città
futuristica che esiste in un piano parallelo della realtà. Con l’aiuto di una
ragazzina robot di come Athena (Raffey Cassidy…
Bel cognome) fa la
conoscenza di Frank Walker (George Clooney) un disilluso esule del mondo noto
come Tomorrowland…
Penso non ci
fosse un nome migliore di Brad Bird per riportare in scena le storie di
avventura e fantascienza degli anni ’80, quelle portate ai massimi livelli da
Steven Spielberg per capirci, sponsorizzato dai petrol-dollari della Disney,
Bird dimostra di saperci fare, basta guardare la lunga carrellata sulla città
di Tomorrowland, per capire che il vecchio Brad è un regista con i piedi ben
saldi nell’animazione e lo sguardo dritto e aperto nel futuro, come cantava Bertoli.



“E’ tutto talmente futuristico che mi viene quasi da vomitare…”.

Ma per
mostrarci questo futuro, Bird sembra rifarsi anche e soprattutto al passato,
come detto, il Cinema Spielberghiano, ma anche un certo gusto Steampunk
nell’estetica, non è un caso se il film inizia proprio alla fiera universale di
New York del 1964, dove incontriamo il giovane Frank orgoglioso della sua
invenzione, un Jetpack che sembra uscito dalla pagine di Rocketeer (a proposito
di Steampunk).

Evidentemente
Clooney deve averci preso gusto a svolazzare in giro per i film con un Jetpack
in spalla, ha guadagnato un sacco di ore di volo in “Gravity”…



“Da grande farò l’astronauta e salverò Sandra Bullock!”.
Cosa funziona
tantissimo in “Domanilandia”? Secondo me la chimica tra i due protagonisti, lo
scontro tra il burbero Frank di Clooney e l’ottimista e spaccatimpani Casey
non è male e, per fortuna, non cade nei soliti schemi padre/figlia. Britt
Robertson non riuscivo ad inquadrarla, poi nella scena in cui persino Athena
gli dice di smettere di urlare ho capito…
Era l’urlatrice di “Under the
dome” e anche qui non ha perso la (cattiva) abitudine.

“Solo perché le orecchie degli spettatori in prima fila stanno sanguinando non vuol dire che io stia urlando”.
A mio avviso
hanno saputo fare un buon lavoro mostrandoci in parallelo la vita di Casey e
quella del giovane Frank nei flashback. Frank figlio di un contadino vede Domanilandia
come una possibilità di riscatto, mentre la ragazza-prodigio ha un’incrollabile
fede del potere e nella volontà di cambiare le cose. Il valore
dell’incondizionato entusiasmo e dell’incanto sono la base del film e sono
anche quelli richiesti allo spettatore per farsi coinvolgere dal giochino,
senza porsi troppe domande su svariati passaggi di trama dubbi e un ritmo che
tende ad impantanarsi più e più volte, specialmente nel pre-finale.
Menzione
speciale per Raffey Cassidy, la sua Athena sembra la Super Vicky dell’era degli
Smartphone, la sceneggiatura la fa costantemente correre sul filo sottile della
saccenza e dello spaccamento di maroni, ma per fortuna grazie ad un paio di
scene d’azione (PG-13 off course) e QUEL finale, riesce comunque a non
risultare odiosa.



“Sono 50 kg comprese le lentiggini, ma se voglio ti spezzo tibia e perone in 9 punti”.
Ora, però,
passiamo ai punti dolenti del film…
Da un creativo
come Brad Uccello ti aspetti sempre qualcosa di più, per quanto la scena della
Tour Eiffel urli fortissimo Steampunk ad ogni fotogramma, mi è sembrata davvero
poca cosa e, in tutta onestà, non basta un negozietto pieno di ciarpanate Nerd
vintange per farmi sciogliere, per altro, mi è sembrata l’ennesima occasione per
la Disney per ricordarci che ora, i diritti di sfruttamento su Guerre Stellari
sono saldamente nelle loro mani…
Avverto una perturbazione nella Forza.
Ho apprezzato
moltissimo la sparatoria con i raggi che fermano il tempo, anche se tutta
questa cosa del mondo parallelo, troppo spesso rischia di sembrare una versione
Disneyana del finale di “Interstellar”, purtroppo non tutte le scene d’azione
sono pesche e crema, troppo spesso ho avuto la sensazione di assistere ad un
film videogames, tutto strutturato come un vai lì, prendi quell’oggetto, fatto!
Ora corri d’altra parte e sconfiggi il mostro di fine livello.



“Robot, Jetpack e la Tour Eiffel volante…What else?”
Per ogni
momento d’azione, poi, il ritmo inciampa in momenti verbosi ed
inutilmente espositivi, ovvero i famigerati Spiegoni…


Quello che
noto nei film odierni è che soffrano tutti un po’ troppo spesso della sindrome
di dover per forza sorprendere, cercando qualcosa di nuovo e mai visto, fino
qui non ci sarebbe nulla di male, peccato che allo stesso tempo, siano afflitti
dal terrore atavico di perdersi il pubblico lungo il percorso, il risultato è
che in “Tomorrowland” non succede NULLA se prima non c’è stato uno spiegone, o
comunque, appena la trama ha una svolta, anche piccola, stai sicuro che
arriverà un tedioso momento espositivo a tagliare i cavi del Jetpack. Il
risultato è che il film invece di decollare, precipita…
Ora io non
vorrei accanirmi, ma come minchia è possibile che tutti i film in cui compare
Damon Lindelof si trasformano in un casino? Lo stramaledettissimo Cioccolatino
Lindelof, l’uomo dallo spiegone facile, ma mai quando serve (COFF Coff…
LOST!
Coof CoOf!), quello capace di far
schiantare un aereo e far uscire illeso solo il protagonista del film, sempre
lui…
“Qui è dove devo cantare ‘The man of constant sorrow’ o è dove ci tocca un altro spiegone?”.

Ho avuto già
diverse occasioni per parlare male di Cioccolatino Lindelof, ma io mi chiedo: cacchio è possibile che ancora qualcuno gli faccia mettere mano a delle
sceneggiature? E’ un po’ come chiamare un idraulico per un tubo che gocciola,
ritrovarsi con la casa allagata e poi consigliarlo ad un amico bisognoso. A
meno che tu non voglia fare un torto a qualcuno, è un suicidio chiamare Lindor…
O forse è proprio questo il problema: gli Studios si rimbalzano
Lindelof come una patata bollente, cercando di boicottarsi uno con l’altro!

La mitica città di Fantàsia… Ah no, di Domanilandia.

Per essere un
film che guarda al futuro, pescando a piene mani dal passato, “Tomorrowland”
troppo spesso si perde a fissare il proprio ombelico, il risultato è che quel
“Sense of Wonder” necessario ad apprezzare una storia di ottimismo a tutti i
costi come questa, viene smorzato dall’eccesso di verbosità inutile, da un
cattivo, con il volto dell’Ex Dottor House, Hugh Laurie usato poco e malamente,
il che è un enorme peccato, perché per una volta, il nemico non è l’alieno
invasore, ma un Americano, maschio, bianco che non sa più sognare e si abboffa
a piene mani dal buffet dell’Apocalisse che ci viene servita già pronta.



“It’s not Lupus”.
L’Ottimismo
sempre e comunque è la cura Disneyana per creare il migliore dei mondi
(occidentali) possibili, solo che 30 anni fa, era più facile credere a storie
dello stesso tipo, fatte con meno soldi, divi, spiegoni, ma con le stesse
musiche, perché non credo di aver sentito una singola traccia musicale
originale per tutta la durata di “Tomorrowland”, anzi, mi sono sembrate tutte
piuttosto scopiazzate da altri film della stessa tipologia.
Il risultato è
un film che aveva tutto per conquistarmi, ma che di fatto non ci è mai riuscito
davvero. Brad, se vuoi usare il Cinema per ispirare un futuro migliore,
prendendo spunto dal passato, proprio dal passato dovresti imparare, per non
ripetere gli stessi errori, se c’è uno che può portarci a “Domanilandia” quello
sei proprio tu, però cacchio, Cioccolatino Damon Lindelof lascialo a casa prima
di partire, è un peso morto che non ti serve…
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