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Toro scatenato (1980): questo è spettacolo

Il bipede più appassionato di Martin Scorsese che io conosca? Il mio compare dei Tre Caballeros, lo conoscete come Sergio “The Voice”, per il nuovo capitolo della rubrica, Sergio il Toro si scatena, perché oltre al pugilato, è recensore raffinato.

La verità è che io di Toro scatenato non volevo nemmeno scrivere. Film troppo grosso che mi fa sentire troppo piccolo, troppa responsabilità, troppo da dire e troppo è già stato detto. Per tutti è uno dei migliori film di Martin Scorsese, per alcuni il migliore del regista, mentre per i cineasti che hanno partecipato alla classifica stilata dalla prestigiosa rivista Sight & Sound più di 30 anni fa è addirittura uno dei migliori film della storia del cinema, dopo titoli come Rashomon, Quarto potere e 8 e mezzo. Insomma, a voler essere severi parliamo di una pellicola che è considerata un caposaldo del cinema americano dell’ultimo mezzo secolo.

«Dicono che questo film è bello come il nostro», «Pinzillacchere. Chiama il bimbo che fuori fa freddo»

Nel mio piccolo, il primo incontro con Toro scatenato è avvenuto in giovanissima età, quando in TV (durante un Tg? Una rubrica? Non ricordo) ne avevano trasmesso pochi secondi: un De Niro 37enne in tenuta da boxe si scazzottava sul ring con un altro pugile. Il tutto in bianco e nero. Un film con Bob De Niro in bianco e nero? C’è qualcosa che non va. Vengo a sapere che il titolo è Toro scatenato, racconta la vita di un famoso pugile e si fa ricordare per essere piuttosto violento. Mi annoto il titolo, ci metto qualche anno per trovarlo, nel frattempo recupero anche un paio di film di questo Martin Scorsese, a quanto dicono è un grande regista. Non mi dispiacciono, sono diversi da quello che sono abituato a vedere, mi lasciano sempre un po’ di amaro in bocca per la loro tristezza e la quasi totale mancanza di spettacolarità. Finalmente intorno ai 16 anni vedo Toro scatenato… e in parte mi delude. Qualcosa non mi convince, anche se non capisco cosa. Eppure, passano i giorni e non riesco a smettere di pensare al film. Poi passano le settimane e i mesi: il film è ancora lì, è cresciuto dentro di me e capisco che, con tutte le differenze del caso, quel personaggio così odioso non è poi tanto diverso da ognuno di noi. Anche lui ama troppo se stesso, anche lui sbaglia, anche lui si odia per questo senza ammetterlo, anche lui non riesce a/non vuole correggersi. A distanza di un anno Toro scatenato sarebbe diventato uno dei miei film preferiti.

Io, dopo aver detto a Scorsese delle mie riserve iniziali sul film

Esce nel 1980, anno che segna la fine, anche simbolica, del decennio della Nuova Hollywood, la corrente (in realtà iniziata negli anni ‘60) che ha lanciato nuovi talenti come Coppola, De Palma o lo stesso Scorsese e ha dato voce a un atteggiamento all’epoca molto sentito in occidente, quello della contestazione, della critica al sistema. Il tutto nei toni di un pessimismo che in seguito non si sarebbe mai più ritrovato nelle grandi produzioni delle major. Lo stesso anno I cancelli del cielo faceva fallire la United Artists, Reagan si preparava a essere eletto presidente, patriottismo e culto del corpo stavano lentamente diventando i nuovi fari da seguire. In più, Guerre stellari di George Lucas aveva fatto capire ai produttori che il pubblico si era stancato della cruda realtà e del buio, voleva la fantasia e la luce. In poche parole: non era più tempo di contestare. Toro scatenato potrebbe anche essere considerato il canto del cigno di quel cinema inventivo e ricco di personalità che ha segnato gli anni ‘70.

«Colpa di Taxi driver se mi hanno sparato, ora a questa New Hollywood le facciamo chiudere bottega»

Uno degli aspetti più interessanti legati a questo bio-pic che oggi tutti trovano molto in linea con la produzione di Scorsese sta nel fatto che inizialmente il regista non lo voleva nemmeno realizzare. L’idea era partita da De Niro, il vero burattinaio di questa produzione, forse l’unico a crederci davvero. Bob era rimasto affascinato dall’autobiografia di Jake LaMotta, detto il “Toro del Bronx”, italo-americano, campione mondiale dei pesi medi dal ‘49 al ‘51, famoso per essere un ottimo incassatore sul ring e un bravissimo picchiatore tra le mura domestiche. Lo stesso LaMotta anni dopo avrebbe ammesso sorridendo che, in occasione dell’anteprima del film, aveva chiesto alla sua ex moglie se nella realtà lui fosse stato violento e odioso come veniva rappresentato nel film, sentendosi rispondere “Eri peggio”. Un uomo tanto grande nella sua professione quanto misero nella vita privata: occasione ghiottissima per De Niro, che pur d’interpretare il personaggio era pronto a tutto, forse anche perché sentiva già l’odore dell’Oscar che avrebbe vinto per quella prova nel 1981. Ma quando Bob inizia a muovere i fili siamo ancora nel ‘77, il recente successo stratosferico di Rocky ha fatto drizzare le orecchie ai produttori Robert Chartoff e Irwin Winkler, che potrebbero essere interessati a produrre un altro film sulla boxe. Affidano il compito di scrivere la sceneggiatura a Mardik Martin, il testo viene poi sottoposto ai produttori e all’attore, secondo il quale l’amico Martin Scorsese sarebbe perfetto per dirigere il film. Peccato che Marty stia vivendo il punto più basso della sua vita.

Immaginate Emma Watson che guarda la scena e tifa per Jake

Al successo di Taxi driver sarebbero seguiti la delusione al botteghino di New York, New York e il fiasco de “L’ultimo valzer”. I problemi di salute, primo tra tutti l’asma, si aggravano a causa del circolo vizioso innescato da depressione e cocaina. In questo periodo Scorsese lavora 2-3 giorni a settimana, per il resto è costretto a riposo o ricoverato in ospedale. A questo quadro si aggiunge il fatto che il regista non sa quale direzione dare alla sua carriera. Anni dopo avrebbe accettato il fatto che, per campare con la propria passione, un regista non può limitarsi a dirigere solo progetti che gli interessano (nel caso di Scorsese, quattro: un paio di film sul suo quartiere, uno sulle bande di strada newyorkesi dell’800 e un altro sulla vita di Cristo, fatti questi ciao, voglio vivere di rendita). No, un regista deve appassionarsi anche ai copioni proposti da altri, ma nel 1978 Scorsese è ancora un artista capriccioso, poco incline a scendere a questi compromessi.

Non ci voglio andare al lavoro oggi, voglio stare a casa a preparare i biscotti con te

Un’altra crisi, quella che stava per ucciderlo, porta il regista di nuovo in ospedale. Qui riceve l’ennesima visita di De Niro, che vuole convincerlo a proseguire con la produzione di Toro scatenato. Il regista ha letto la sceneggiatura, non riesce a trovare elementi di suo interesse e in più lo sport lo annoia, ma accetta di riprovarci. Lo script viene rimaneggiato da Paul Schrader, ma tanto per cambiare nemmeno così Scorsese è convinto. Attore e regista si ritirano per 20 giorni sull’isola di Saint Martin (che nome impegnativo!) per lavorare alla sceneggiatura. Dopo infinite sofferenze, Marty viene colto da una prima illuminazione: il protagonista di Toro scatenato è un uomo smarrito, un essere indegno che si è allontanato dalla retta via, è giunto alla suprema disperazione e forse vuole ritrovarsi. In altre parole Jake LaMotta è Martin Scorsese nel 1978. È la svolta, ora il regista è coinvolto, il lavoro procede e qui iniziano i veri problemi.

Schrader esprime a Scorsese il suo disappunto per le modifiche alla sceneggiatura

Scorsese vuole girare in bianco e nero per dare al film un tono più drammatico e un look simile a quello dei film pugilistici degli anni ‘40, come Anima e corpo o Stasera ho vinto anch’io. Peccato che girare in bianco e nero era fuori moda da un pezzo, la pellicola adatta costava molto più di quella a colori e i produttori dicono “no”, anche perché non vogliono che il pubblico scappi dalla sala. Scorsese insiste e riesce ad averla vinta. Forse durante le riprese il vero boss della situazione è stato il direttore della fotografia Michael Chapman. Non solo perché è riuscito a superare gli enormi ostacoli dovuti alla scelta testarda di Scorsese di posizionare la cinepresa dentro al quadrato durante gli incontri, per aumentare il coinvolgimento del pubblico. Non solo perché grazie alle sue idee (e a quelle di Scorsese) Toro scatenato ancora oggi è una rara meraviglia per gli occhi, soprattutto nelle sequenze dei match, volutamente più glamour rispetto a quelle domestiche. Ma anche perché Chapman ha fatto tutto questo senza avere la minima convinzione verso il progetto: “Non riesco a capire perché stiamo spendendo tanti soldi, tempo ed energie per raccontare la vita di uno stronzo” così avrebbe detto. Gran parte delle riprese è stata dedicata alle scene degli incontri, che poi avrebbero occupato solo una quindicina di minuti delle due ore totali del film. Ogni match ha un aspetto diverso in base allo stato d’animo del protagonista. Per gli incontri in cui LaMotta si sente sicuro di sé sono stati costruiti set più spaziosi, l’illuminazione era maggiore e le inquadrature più larghe. Per quelli in cui il protagonista si sente a disagio o viene sconfitto i set erano più opprimenti, l’aria veniva riempita di fumo, le inquadrature ravvicinate intrappolavano i personaggi e a tratti erano fuori fuoco, per tradurre lo stordimento del protagonista.

Scorsese mentre chiede a Chapman se ha qualche problema con il film

Da mesi De Niro aveva iniziato a farsi addestrare da una squadra di esperti, tra cui Jake LaMotta, per imparare a boxare. Sarebbe anche ingrassato di circa 30 chili per interpretare il Toro del Bronx dopo la sua carriera di pugile, quando si era improvvisato gestore di ristoranti e imbonitore. Anni dopo Brad Pitt avrebbe commentato la trasformazione fisica di Bob definendola “una svolta epocale nel mondo della recitazione” che “ci ha fottuti tutti, perché dopo, per essere credibili, avremmo dovuto confrontarci anche con quel metodo”. Come comprimari vengono scelti Cathy Moriarty per il ruolo di Vicky, moglie di LaMotta, e il mattatore Joe Pesci, nella prima delle tante collaborazioni con il filmmaker. A lui e a De Niro viene lasciato spazio per improvvisare nelle scene di dialogo, pare che quello in cui Jake aggiusta il televisore sia stato completamente riscritto da loro. Scorsese affina quella direzione realista degli attori che era già il suo marchio di fabbrica e lo sarebbe diventato ancora di più in seguito. “La recitazione dovrebbe essere come quella nei documentari” ha detto una volta il cineasta, evidentemente influenzato dal verismo di John Cassavetes. E quindi via di dialoghi concitati, alternati a rallentamenti e soprattutto a battute che vengono ripetute più volte di seguito, come succede davvero in certi ambienti.

Ma che cacchio è, un film di Cassavetes?!!?!

Toro scatenato parla di fenomenologie che ritroviamo costantemente nella filmografia del regista. I conflitti coniugali e non, riconducibili sempre a questioni di denaro o di onore, il machismo fuori controllo, soprattutto tra gli italo-americani, l’ipocrisia di certe comunità a maggioranza cattolica e la presenza perenne, fantasmatica, della malavita organizzata, che nei quartieri si presenta come una normale “famiglia”, più o meno amorevole o magnanima. “Parlo di quello che vedo intorno a me” ha detto Scorsese, in quella che potrebbe essere la sintesi perfetta del suo cinema: non una fotografia oggettiva della realtà, ma la visione soggettiva di un artista e antropologo. Il mondo di Toro scatenato è permeato dalla violenza. Violenza sempre, comunque e ovunque, dentro e fuori dal ring: durante e dopo il primo match del film si scatena una rissa furibonda tra il pubblico; nella scena successiva Jake litiga con la moglie per una bistecca troppo cotta, ma è chiaro che la discussione serve al boxeur per sfogare stress e frustrazione; segue uno scambio d’insulti con il vicino, poi una violenta discussione col fratello Joey. Insomma, violenza fisica, psicologica e verbale per tutto il film: se Jake è ripugnante, l’ambiente che lo circonda non è migliore. Da cattolico convinto, Scorsese ci mostra come può diventare un mondo che ha rigettato i valori cristiani e quello che vediamo è una specie di Inferno metropolitano dove conta solo sopravvivere. In tutto questo le donne sono continuamente maltrattate e umiliate. L’occhio del regista è equilibratissimo, mai troppo compassionevole, mai troppo distaccato, alternando un piglio inflessibile a uno sguardo più caritatevole verso i personaggi.

«Allora, io tengo fermi i produttori e tu li picchi»

Thelma Schoonmaker cura il montaggio e il risultato è grandioso e isterico. Da un lato abbiamo incontri di pugilato con un ritmo serratissimo, dove viene mostrato ogni dettaglio, anche solo per pochi fotogrammi (magnifica la semisoggettiva del pugno di Sugar Ray che dura mezzo secondo). La montatrice si sbizzarrisce tra rallenti, accelerazioni, inserti. Elaboratissimo anche il sonoro, che mescola tifo del pubblico, rumore dei pugni, respiro dei contendenti, versi di animali, flash dei fotografi. Un delirio senza precedenti che avrebbe fatto scuola per decenni. D’altronde la tecnica era uno degli ingredienti che avevo amato da subito senza riserve. Con buona pace degli esperti di pugilato, che hanno sempre accusato il film di non rappresentare la vera boxe: a Scorsese non interessa affatto lo sport, ma solo quella che secondo lui è la sensazione che potrebbe provare un pugile durante un incontro. Dall’altro lato abbiamo tutte le scene domestiche, dove gli autori adottano un montaggio opposto, scegliendo spesso di “togliere”, anziché “aggiungere”. Gli intrighi dei manager vengono trattati in modo sbrigativo, come certi dettagli della vita coniugale del protagonista. A un certo punto dobbiamo credere a Vicky sulla parola quando dice al cognato che, uscendo con gli amici, non sta facendo nulla di male.

Thelma monta il film mentre canta “Yeah, straight from the top of my dome”

Ci sono varie letture per decifrare il film, una parla d’impotenza, della paura inconscia di Jake di perdere la propria mascolinità, che lo porterebbe a reazioni aggressive, per compensare. I riferimenti sarebbero diversi, dal complesso per le mani piccole “da ragazzina”, alle varie ironie omofobe (“Sembrano due ricchioni”, “Ci combatto o me lo fotto?”). L’altra lettura è quella di stampo religioso. Abbiamo già detto che, nel Toro del Bronx, il regista rivedeva un po’ se stesso: Jake è un peccatore, troppo fiero per cercare riscatto, anche se forse alla fine si salva dopo un bagno di umiltà. L’opera può essere divisa in ascesa, declino, sconfitta e redenzione, il tutto raccontato per capitoli separati da enormi ellissi, a formare una struttura lontanissima da quella classica di inizio, svolgimento e conclusione. Molti di questi salti temporali risultano quasi disarmonici, altri invece sono sublimi, come quello iniziale dove si passa da un primo piano dell’anziano LaMotta a quello del campione all’inizio della carriera, in quello che potrebbe essere uno dei tagli di montaggio più belli e struggenti della storia del cinema. Da un certo punto in poi sembra che la struttura, più che seguire logiche temporali, segua quelle della coscienza del personaggio. Mi spiego con un esempio. LaMotta vince l’ennesimo incontro, si lascia convincere dalla moglie a scusarsi con il fratello riguardo a un vecchio litigio, ma durante la telefonata non dice una parola, forse perché troppo pieno di sé, soprattutto dopo la recente vittoria. Nella scena seguente il Toro del Bronx perde il titolo di campione, incoraggiando l’avversario a riempirlo di botte: diventa difficile pensare che questa narrazione non segua la logica di “colpa – (auto)punizione – redenzione”. Insomma, Toro scatenato è un film molto più stratificato e difficile di quello che può sembrare a una prima occhiata.

«A chi hai detto stratificato!!… Tua madre sarà stratificato, brutto figlio di…»

Una complessità che, insieme a un protagonista decisamente antipatico, può lasciare spaesato certo pubblico. Così come la difficoltà nel capire, arrivati alla fine, se abbiamo imparato a provare pietà per questo personaggio. “The libertine” si apriva con Johnny Depp nei panni di Rochester che ci diceva “Non ho nessuna intenzione di piacervi” e dopo due ore di calvario da parte del protagonista, si chiudeva con lui che guardando in camera ripeteva “Allora? Vi piaccio adesso?”. Non sappiamo rispondere. Vale lo stesso per Toro scatenato. Dopo aver perso tutto, “il mostro LaMotta” forse ci fa pena, esattamente come Zampanò nel finale de La strada, il dramma che ha lanciato a livello internazionale quel Federico Fellini che Scorsese ha tanto amato. Nel finale di Toro scatenato, Jake, ormai prestato al mondo dello stand-up, sta ripassando le battute di uno spettacolo davanti allo specchio. Nel numero dovrà citare il monologo di Marlon Brando in Fronte del porto, quello in cui il protagonista accusa il fratello per averlo fatto cadere in disgrazia. Nel ripetere la battuta “È colpa tua” LaMotta indica la propria immagine nello specchio. Dopo tutto questo tempo, Jake ha forse imparato a riconoscere le proprie responsabilità? È pronto a iniziare un cammino di autocorrezione? Il dubbio rimane, perché a Scorsese non interessano le risposte.

«No, Sergio: è solo la scena di un panzone che si guarda allo specchio… Ehi Michael, riesci a mettermi la cinepresa tra la nuca di Bob e le corde?»

Lo stesso finale verrà citato in diverse opere, prima tra tutte Boogie nights di Paul Thomas Anderson, che con la via crucis del suo Dirk Diggler parodierà e omaggerà allo stesso tempo il capolavoro di Scorsese. Ma elencare i film influenzati da Toro scatenato sarebbe un esercizio accademico e fin troppo estenuante per voi che leggete e per me che scrivo. All’epoca il film si rivela un tiepido successo di pubblico, incassando più di 23 milioni a fronte di un budget di 18 milioni, cifra enorme per una produzione di quel tipo, a riprova del fatto che Marty spendaccione lo è sempre stato. Toro scatenato porterà a casa 2 Oscar (uno per il miglior attore protagonista e uno per il montaggio) su 8 nomine, incluse quelle per miglior film e miglior regia. Una delusione per Scorsese, che sperava di vincere i premi più importanti, assegnati invece a Gente comune di Robert Redford, un buon dramma famigliare, che nei decenni, a causa di questo smacco, avrebbe attirato più antipatie di quelle che forse merita. Basti sapere che Mel Brooks, produttore di The elephant man – altro titolo in corsa per i premi principali in quell’edizione degli Oscar – avrebbe commentato la sconfitta dicendo che presto Gente comune sarebbe stato dimenticato, mentre The elephant man sarebbe stato ricordato per sempre. Si potrebbe dire lo stesso per Toro scatenato.

«Sì, sono Condor! Aiutatemi, Scorsese e Mel Brooks mi vogliono menare!»

Chiudo con un plauso a quello che è forse uno degli ingredienti migliori del film, quello che contribuisce come pochi a renderlo un’opera memorabile: la colonna sonora e il modo in cui è utilizzata. Tra i vari brani di musica classica e pop anni ‘40 presenti nel film, spicca l’Intermezzo tratto da Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, 4 minuti di emozione pura messa su spartito, che il regista ha scelto perché “doveva esprimere il dolore e la disperazione del protagonista”. Dieci anni dopo Coppola avrebbe usato lo stesso brano per il finale de Il Padrino Parte III con risultati eccezionali, potentissimi, ma forse non quanto quelli raggiunti da Scorsese. Una volta Quentin Tarantino ha raccontato di una conversazione avuta con Brian De Palma, che gli stava parlando della realizzazione di Blow out. Stranamente il regista era molto orgoglioso del lavoro che stava facendo, sentiva che poteva essere fiero di sé e che il film sarebbe stato grande. Durante una pausa De Palma era andato al cinema a vedere Toro scatenato. Partono i titoli di testa: De Niro saltella al rallenti su un ring deserto, circondato da un fumo denso che copre il pubblico, è solo, prende a pugni l’aria, in sottofondo c’è Intermezzo di Mascagni. De Palma aveva confessato a Tarantino che in quel momento, dopo aver ridimensionato il suo ego, aveva pensato: “Dannazione… Non importa quanto sei bravo, non importa quanto ti impegni: c’è solo Scorsese”. Ecco, io di Toro Scatenato non volevo nemmeno scrivere.

Immagini che potete sentire.

Ringrazio di cuore Sergio per aver portato tutto la sua passione per zio Martino su questa Bara, da parte mia, in un angolo del ring, posso solo ricordarvi che la prossima settimana, avremmo un altro capolavoro del Maestro di New York e insignire questo classico sulla Boxe della cintura dei campioni, anzi, dei Classidy!

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