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Toy Story (1995): Verso l’infinito… e oltre!

Ci sono tantissimi film di cui mi piacerebbe scrivere, a ben
guardare dovrei diventare più pazzo di quello che già sono se volessi davvero commentarli
tutti, ma ormai ho capito che il più delle volte, basta aspettare e il momento
giusto per farlo si presenta da solo. Ad esempio, l’uscita in sala del nuovo
“Toy Story 4” è l’occasione che stavo aspettando per un bel ripasso dei film
dello Sceriffo Woody e di Buzz Lightyear.

Non so più nemmeno quante volte ho visto “Toy Story”, tutti
e tre per la verità, sono film di ottima qualità anche se il primo continua ad
essere quello che preferisco perché ha proprio una marcia in più. Ogni volta
che lo replicano in tv – quasi sempre verso dicembre – finisco per rivederlo,
di solito si fa così con i classici, ma anche con i Classidy!

Ci sono stati tanti film che hanno saputo dare una spallata
alla storia del cinema, per farle cambiare un po’ la sua direzione, “Toy Story”
è senza ombra di dubbio uno di questi. La definizione di primo film
d’animazione sviluppato completamente in grafica computerizzata è corretta, ma
terribilmente limitante, quando nel 1995 la Pixar ha sganciato questa bomba
sulla cultura popolare, è stato chiaro per tutti che questi ragazzi erano il
futuro, il tempo ha confermato che lo erano davvero.
Tutto è iniziato quella volta in cui John Lasseter ha visto
al cinema la scena delle motociclette di “TRON” (1982) finendo per citare Gene
Wilder: «Si – può – fare!». Ma prima di realizzare il suo sogno di un film
completamente realizzato con grafica computerizzata ha dovuto farsi
licenziare dalla Disney dove lavorava come animatore, farsi assumere alla Lucasfilm
molto interessata a sviluppare questo tipo di tecnologia per i suoi
videogiochi e finire coraggiosamente a fondare la Pixar, poco più di uno
scantinato con quattro nerd come lui, fino all’incontro con un signore
fondamentale per questa storia.
Mi state leggendo da smartphone o magari da portatile? Fate
una cosa voltatelo, tranquilli non soffro il mal di mare vi aspetto, oh e fate
piano che quella roba costa! Ok, fatto? Ciao! Ben tornati! Ci avete trovato una
mezza mela masticata stampata in bella vista sull’aggeggio da cui mi state
leggendo? Ecco, sappiate che se sta lì, è anche un po’ grazie al fatto che ad
interessarsi alla casa di produzione neonata è stato un signore di nome Steve
Jobs. Quello che in tanti oggi considerano una specie di santo laico sceso in terra a portare pace e telefonini, ma che, in realtà, è sempre stato capace di
capire dove il mondo sarebbe andato dopodomani, per la Pixar è stato lo stesso.

“Pensa un giorno sarò interpretato in un film da Ashton Kutcher!”, “Perché non Michael Fassbender allora?”

Stefano Lavori si è limitato a lasciar lavorare (ah-ah) Lasseter
e i suoi ragazzi, occupandosi della parte burocratica, mentre la Pixar faceva
le prove generali con il cortometraggio del 1988 intitolato “Tin Toy” che in
cinque minuti racconta la storia di un uomo orchestra di latta, che scopre che
essere il giocattolo del piccolo Billy non è tutto pesche e crema. Il corto non
solo mette in chiaro la voglia di Lasseter di raccontare una storia con dei
giocattoli come protagonisti, ma vince l’Oscar come miglior cortometraggio nel
1989, mettendo in chiaro a tutti il potenziale dell’animazione computerizzata.

Con un Oscar e una buona parola da parte di Steve Jobs,
entra in scena Jeffrey Katzenberg della Disney, un simpaticone che si autodefinisce un tiranno, ma uno di quelli che ha ragione (non lo dicono tutti i
tiranni? Vabbè…) che in cambio della distribuzione su larga scala del loro primo
film realizzato completamente al computer, fa letteralmente vedere i sorci
verdi ai tipi della Pixar e il 19 novembre del 1993, dopo una proiezione di
prova – successivamente ribattezzata con l’amichevole nomignolo di “The Black
Friday Incident” – la dirigenza della Disney quasi spegne per sempre la luce al
progetto (storia vera). Da quel disastro emergono poche certezze, tipo che
lavorare su una storia in grado di intrattenere bambini e adulti allo stesso
tempo è una buona idea, così come la voce di Tom Hanks per il personaggio dello
sceriffo Woody, utilizzata prendendo in presto alcuni dialoghi dal film Turner e il casinaro… Ora ci credete
all’importanza capitale di quel film, eh? EH?! EH! Ok, la smetto, scusate.

Come passare dal Dogue de Bordeaux al cowboy di pezza senza passare dal via.

Ma i ragazzi della Pixar sono stati tanto lungimiranti da
resistere alle pressioni della Disney che voleva più canzoni e momenti leggeri,
tenendo duro sul soggetto originale di John Lasseter, Pete Docter, Andrew
Stanton e Joe Ranft trasformato in una sceneggiatura dallo stesso Stanton con
l’aiuto di Joel Cohen e Alec Sokolow. Di base “Toy Story” è un “Buddy movie” su
una coppia nata per forza e un’amicizia cresciuta sul campo, estremamente
maschile anche se tra due giocattoli di plastica, ecco perché alla Pixar hanno
ripassato classici come 48 Ore per
trarre ispirazione (storia vera!). Ma per far funzionare davvero la storia è
stato chiamato anche Joss Whedon che non si è limitato a dare una sistemata
facendo lo “Script doctor”, ma ha inventato il personaggio del dinosauro di
plastica Rex essenziale a far funzionare meglio alcuni passaggi della trama.

“Tu cosa ci fai qui braccine corte?”, “Sono amico di Joss Whedon, mi ha voluto lui”

L’unica concessione della Pixar alle canzoni che la Disney
tanto voleva, è un pezzo perfetto per i titoli di testa del film, che riassume
l’essenza con un ritornello orecchiabilissimo e molta ironia, infatti è stato
scelto Randy Newman, uno con enorme esperienza come compositore, ma anche
bravissimo a fare parodie dei cantanti famosi, la sua “You’ve got a friend in me”
fa venire voglia di essere fischiettata e, siccome “Toy Story” è il film che
azzecca tutto con una naturalezza disarmante, vi rendete conto che alla Pixar
sono riusciti nell’impresa eroica di far sfornare l’unica canzone allegra
della discografia di Riccardo Cocciante, la riuscitissima “Hai un amico in me”.
No, dico: Riccardo Cocciante! Uno che ha il senso dell’umorismo di Baudelaire
dei suoi momenti migliori!

Alla fine Tom Hanks accetta per davvero di doppiare lo
sceriffo Woody, a patto di poter registrare tutte le sue parti vocali nella
pause di produzione tra “Ragazze vincenti” (1992) e “Insonnia d’amore” (1993),
perché già sapeva che per il suo prossimo ruolo drammatico in “Philadelphia”
(1993), sarebbe dovuto entrare molto nella parte, quindi non sarebbe stato
dell’umore richiesto per recitare frasi come «Ho un serpente nello stivale!».
Considerando le sue prove in entrambi i film, direi che Tommaso sa come
organizzarsi il lavoro.

Lo sceriffo Woody, orgoglio analogico vecchia scuola.

Per prestare la voce al ranger dello spazio Buzz Lightyear
ci vorrebbe qualcuno spavaldo tipo Chevy Chase che – per fortuna! – rifiuta, Billy
Crystal, invece, registra un provino, ma poi rinuncia alla parte, salvo pentirsi
non tanto, ma tantissimo una vola uscito dalla proiezione in sala di “Toy Story”. La
leggenda vuole che poco dopo la sua pubblica disperazione per l’errore fatto, a
casa Crystal sia suonato il telefono «Billy? C’è un tale Lasseter di un posto
chiamato Pixar, dice che ha un ruolo da proporti». Ed è così che Crystal è
diventato la voce ufficiale del mostro mono occhiuto Mike Wazowski in “Monsters
& Co.” (2001).

Il vincitore, alla fine, è Tim Allen, popolarissimo negli
Stati Uniti per la serie Disney “Home improvement”, qui da noi in uno
strambo Paese a forma di scarpa un po’ meno, ma magari qualche episodio di “Quell’uragano
di papà” lo avete visto anche voi. Una scelta molto azzeccata che
nell’adattamento italiano si traduce nell’esperienza di Massimo Dapporto e in
un bel rischio, sì, perché la scelta di Fabrizio Frizzi per Woody poteva essere
la solita trovata del nostro doppiaggio (il migliore del mondo!!) di affidare
ad un tizio famoso un lavoro che richiede preparazione, negli anni abbiamo
ascoltato disastrosi doppiaggi VIP di classe omega, ma “Toy Story” dev’essere
nato sotto una buona stella, perché, ammettiamolo, Frizzi è perfetto per lo
sceriffo Woody oltre ad essere l’equivalente nostrano più azzeccato per “Mr.
Bravo ragazzo” Tom Hanks. Sarà un dispiacere non sentirlo, purtroppo, più al lavoro
anche nel quarto capitolo della saga.

Il ranger dello spazio Buzz Lightyear, trionfo dell’era digitale.

“Toy Story” esce nelle sale nel 1995, si becca quattro
nomination agli Oscar (tra i quali miglior sceneggiatura e miglior canzone), mentre John
Lasseter aggiunge una statuetta per miglior regia sul camino di casa sua, il
tutto mentre il film incassa un botto di fogli verdi con sopra facce di ex
presidenti spirati diventando un classico dei palinsesti natalizi, ma la sua
bellezza va oltre i numeri e i premi.

Di fatto, “Toy Story” inventa il modello su cui saranno basati
tutti i film successivi della Pixar, mi aveva fatto molto ridere la battuta che
girava su Internet tempo fa, che riassumeva tutti i film della casa di
produzione con la stessa domanda. Se i giocattoli avessero dei sentimenti? Se
le macchine avessero dei sentimenti?
Se i supereroi avessero dei
sentimenti? Fino ad arrivare all’estremo: e se i sentimenti avessero dei sentimenti? Ma oltre a questo, diventa un
marchio di fabbrica della Pixar anche la corsa contro il tempo dei
protagonisti e il loro percorso di crescita durante il film. Il tutto
applicato a trame perfette per intrattenere i più piccoli, ma allo stesso tempo
così profonde da coinvolgere anche gli ex bambini grandi.

“Non state ad ascoltare Cassidy, sa fare solo dello spirito di patata”

Tutto questo è iniziato con l’assoluta semplicità di “Toy
Story”, il classico soggetto così lineare da farti pensare «Perché cacchio non
ci ho pensato io?!», che di solito è la caratteristica di quelli bravi. I
giocattoli non solo hanno una loro personalità definita, ma vivono in funzione
del fatto che il loro bambino giochi con loro, felicemente calati nel loro
ruolo, si fingono inanimati in presenza di umani salvo muoversi, parlare ad
organizzarsi quando nessuno li guarda. I giocattoli di Andy vivono una
perfetta routine di giochi quotidiani, sotto la supervisione di un capo sicuro e democratico, un vecchio pupazzo a forma di classico Cowboy di nome
Woody (Tom Hanks), con una cordicella sulla schiena che se tirata gli fa
ripetere tre frasi registrate tipo «Hanno avvelenato il pozzo!».

Uno dei pochi momenti di terrore è il compleanno di Andy, i
giocattoli temono di essere rimpiazzati da nuovi giocattoli, infatti per
supervisionare l’apertura dei pacchetti regalo, ci vuole un bel lavoro di
squadra e una gruppo di soldatini in avanscoperta capeggiati da
un verdastro sergente di plastica, doppiato in originale dal sergente più
famoso della storia del cinema, ovvero R. Lee Ermey. La camminata dei
soldatini che “marciano” in equilibrio sul loro piedistallo è solo una delle
mille trovate geniali e comiche presenti nel film.

Soldati(ni) 365 all’alba.

Il nuovo giocattolo di Andy è lo Space Ranger Buzz Lightyear
(Tim Allen) che con le ali retrattili, il “laser” nel braccio e i suoi mille
aggeggi è l’esatto opposto dell’antico Sceriffo Woody, infatti si guadagna
subito le grazie del bambino e l’ammirazione dei suoi colleghi giocattoli che
credono subito alla sua versione dei fatti. Sì, perché Buzz a differenza di
tutti è davvero convinto di essere un ranger spaziale precipitato con la sua
astronave (la scatola che lo conteneva) per errore sulla Terra, il nuovo
arrivato diventa presto il capo del gruppo grazie ad una sicurezza in se stesso
incredibile, ignorando totalmente di essere un giocattolo e grazie ad un paio
di botte di culo clamorose, Buzz convince tutti di poter davvero volare al
grido di «Verso l’infinito ed oltre!», provocando l’incredulità prima e
l’invidia poi, del sorpassato sceriffo Woody.

“Hey datti una calmata cowboy! Cioè no, il cowboy sono io ma tu calmati lo stesso!”

Woody e Buzz sono la quintessenza dei protagonisti di un
“Buddy movie”, ma a memoria mia non ricordo due personaggi più adatti a fare da
biglietto da visita per la loro casa di produzione. Lo
sceriffo analogico e il ranger dello spazio digitale sono i perfetti
rappresentanti della Pixar che, con la sua animazione computerizzata, ha
portato l’innovazione e lo scompiglio nel tranquillo mondo dei cartoni animati,
un posto placido, fatto di regole e i vecchi disegni a matita, che proprio come
la cameretta di Andy, ben sorvegliata da Woody si è ritrovato davanti al futuro
costretto a correre ai ripari. Anche perché prima di “Toy story” solo Chi ha incastrato Roger Rabbit era
riuscito a far barcollare per un po’ le certezze dei colossi dell’animazione
classica, anche se “Toy Story” per certi versi ha sconvolto le tradizioni anche
più radicalmente.

Ma se la Pixar e “Toy Story” sono diventati un classico
istantaneo fin dal loro esordio, è anche perché non si sono affidati unicamente
alle meraviglia digitali come fa Buzz per buona parte del film, ma di fatto
non hanno mai negato l’analogico sceriffo Woody dentro di loro, quella
tradizione fatta di una solida storia con cui conquistare tutti.

Fletto i muscoli (di plastica) e sono nel vuoto.

Perché un film così abbia un fascino incredibile sui bambini
è chiarissimo: l’idea della “vita segreta” dei giocattoli non può che
stuzzicare le giovani menti, ma “Toy Story” ha tutta una serie di letture di
secondo livello che puntano dritte alla sensibilità degli adulti. Grazie ad un
ritmo impeccabile che nel finale diventa una corsa per il tempo indiavolata –
ogni volta mi aggrappo ai braccioli della poltrona sulla scena della macchinina
radiocomandata, di fatto uno dei migliori inseguimenti mai visti al cinema,
anche solo a livello di coinvolgimento – e ad una storia che fa leva sui bei
tempi in cui l’unico pensiero al mondo era passare le giornate con il culo
sulle piastrelle di casa, impegnatissimi a giocare con i nostri giocattoli
preferiti.

Gli inseguimenti al cinema sono roba seria, mica un gioco da ragazzi.

Ma il rapporto di “nemiciamici” (e Red e Toby… MUTI!) tra
Woody e Buzz è talmente ben fatto da facilitare l’immedesimazione. Quante volte
avete assistito alla “follia” di qualcuno convinto di una gran bella balla come Buzz, fare presa su tutti quelli attorno a voi, mentre voi come tanti piccoli Woody,
rimanevate gli unici sani, ma proprio per questo ignorati e isolati dal gruppo?

“Non è come sembra, giuro che posso spiegarvi tutto, Buzz mi stava dando una, ehm mano!”

Il tentativo innocuo di Woody di liberarsi del rivale, si
trasforma in un disastro che macchia la reputazione fino a quel momento immacolata
dello sceriffo (altra dinamica che potreste aver incrociato in vita vostra)
dando di fatto il via alla parte da “Buddy movie” del film. Per salvare Buzz
dalle grinfie del perfido bambino della casa accanto Sid Phillips – il nome
arriva da Sid Vicious, il cognome da uno dei tecnici della Pixar addetto a
smontare e rimontare i giocattoli usati come modello. Storia vera – e dalla sua
mania di distruggere e far saltare in aria i giocattoli, Woody si mette in
pericolo ed è costretto a collaborare con Buzz.

Rendere omaggio ai film giusti, lo stai facendo bene!

Ed è proprio qui che arriva il momento più bello e
devastante di “Toy Story”, la scena in cui Buzz Lightyear scopre di non essere
un ranger dello spazio con un’importante missione da compiere, ma realizza di
essere solo un giocattolo, un momento che potrebbe essere analizzato da chi ha più
preparazione nel campo della filosofia classica di me (ci vuole anche poco…)
facendo riferimenti “alti”. Di mio posso dire che è il modo più diretto per far
arrivare a tutto il pubblico – grandi e piccoli – lo sconforto di aver perso il
proprio posto nel mondo. John Lasseter dirige la scena in modo
semplice ma potentissimo, una carrellata all’indietro e Buzz sul pianerottolo,
come a sottolineare la presa di coscienza della sua vera dimensione all’interno
del mondo che fino a due secondi prima, credeva dipendesse dall’esito della
sua missione. Poco prima era uno Space Ranger dall’ego smisurato e un
attimo dopo solo un misero giocattolo che non può più volare verso l’infinito
ed oltre. Niente male per un film per bambini pieno di giocattoli.

Da grandi verità derivano grandi depressioni.

In 87 minuti (il più corto film Pixar di sempre) “Toy Story”
smonta e rimonta personaggi e spettatori, facendoli correre in costante
equilibrio tra analogico e digitale, grazie ad un’animazione computerizzata che
è proprio quella che serviva a questa storia, perché rende omogenea e parte
dello stesso mondo, umani e giocattoli, permettendo di sospendere l’incredulità
quel tanto che basta, per credere che i nostri vecchi balocchi, abbiano una
vita tutta loro quando nessuno li guarda.

Roger & Martin Jack & Reggie Woody & Buzz, best buddies forEVAH!

Bisogna dire che dal 1995, l’animazione risulta un pelo
invecchiata, ma forse solo perché da allora la grafica computerizzata è
migliorata così tanto anche grazie alla Pixar, eppure il film ha ancora una
freschezza, un’unità d’intenti da renderlo ancora al passo con i tempi, uscisse
in sala oggi, proprio per il suo essere in perfetto equilibrio tra analogico e
digitale, sarebbe ancora un gran bel film ed ora scusate, vado a sdraiarmi immobile sul
pavimento, Andy sta per tornare!

Già che ci siete, non perdete la locandina d’epoca del film dalla pagine di IPMP!

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