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Toy Story 4 (2019): seconde occasioni da cogliere al volo

Inutile girarci attorno: avevamo tutti dei legittimi dubbi riguardo l’uscita di questo quarto capitolo di Toy Story. Un po’ perché dopo essere stato ufficialmente messo in produzione nel 2010, si è fatto attendere più o meno come “Chinese Democracy” dei Guns N’ Roses e il rischio era che… Beh, come qualità assomigliasse davvero a quel bistrattato disco.

Ma soprattutto perché, ammettiamolo, si poteva fare meglio di quei perfetti quindici minuti finali che concludevano Toy Story 3? No, la Pixar aveva alzato l’asticella davvero troppo in alto, con quel terzo capitolo che concludeva alla perfezione il percorso dei personaggi, il rischio era solo quello di fare peggio.

Eppure, Woody, Buzz e soci avevano ancora storie da raccontare, come abbiamo visto nei due (consigliatissimi) cortometraggi “Toy Story of Terror!” (2013) e “Toy Story – That time forgot” (2014) di cui questo quarto capitolo tiene conto, basta dire che Combat Carl (doppiato da Carl Weathers) arriva proprio da lì.

The boys toys are back in town.

“Toy Story 4” conferma quello che penso spesso dei film: la fase di preproduzione è fondamentale, prendersi tutto il tempo che serve per costruire una storia è un approccio che paga dividendi. Infatti, questo quarto capitolo delle avventure dello sceriffo Woody è il miglior film Pixar dai tempi di Inside Out, se volete smettere di leggere e correre a vederlo non vi serve sapere altro, per tutti gli altri, continuiamo qui sotto con dovizia di dettagli.

Non era affatto semplice battere in bellezza e “lacrimoni” Toy Story 3, infatti questo quarto capitolo non lo fa – quello più o meno ve lo hanno già detto tutti, ne sono certo – eppure, visto che ho aperto il vaso di Pandora dei paragoni, posso dirvi che questo nuovo capitolo ricorda moltissimo Toy Story 2 nella struttura: connessione con il passato, nuovi personaggi che si aggiungono a quelli storici risultando subito efficaci, vaghi rimandi al collezionismo di vecchi giocattoli e, soprattutto, un ritmo incredibile, cento minuti (senza corto iniziale, ma con tre spassose scene dopo i titoli di coda) che non mollano un colpo nemmeno per errore, considerando la complessità di alcune sequenze, ci sarebbe già da mettere la firma per un seguito di questa qualità.

Vecchi e nuovi amici, riuniti insieme per la quarta avventura.

Ora, sapete già che ho questa immagine da duro durissimo da mantenere, quindi non sono proprio quello giusto per parlarvi dell’effetto “lacrimoni”, anche perché ho un mono neurone a 56k che mi fa elaborare quello che vedo alla metà della velocità altrui, ma “Toy Story 4” è la naturale prosecuzione del capitolo precedente, non solo per via del numero posto dopo il titolo, quanto più che altro perché questo nuovo film è un’ideale “coda strumentale” ai clamorosi quindici minuti finali di Toy Story 3, un effetto ottenuto grazie ad una piccola dose di calcolo, parecchie riscritture e un’unità d’intenti impeccabile. “Toy Story 4” è il film che inizia un nuovo corso per la Pixar, per questo mucchio di giocattoli che abbiamo imparato ad apprezzare dal 1995 e di tutti e quattro i film della saga, è quello che parla più chiaramente agli adulti (o presunti tali, nel mio caso) piuttosto che al loro bambino interiore.

Qualcuno ha le vocine dentro la testa, Buzz invece le ha tutte comodamente sul torace. 

Dopo vari cambi in stile cestistico tra sceneggiatori e con la regia affidata Josh Cooley (giù animatore proprio per “Inside Out”) “Toy Story 4” parte subito forte con una scena ambientata nel passato, quando Andy era ancora un bambino e Woody lo sceriffo impegnato a tenere insieme il suo gregge di giocattoli. Infatti, la scena d’apertura con il salvataggio di RV regala subito una grande inizio e un colpo al cuore: vi ricordate della pastorella Bo Peep? Era sparita dal terzo film della serie, perché il regista Lee Unkrich considerava una bambola di porcellana un po’ troppo delicata per la “grande fuga” e le scene movimentate del terzo capitolo (storia vera).

Qui ci viene raccontato come Bo Peep è uscita dal gruppo come Jack Frusciante, cercando di spiegare a quel testone refrattario ai cambiamenti di Woody, una grande lezione di vita (non solo per un giocattolo). Dopo un’ellisse narrativa che riassume i tre film precedenti sulle note dell’ormai celebre “Hai un amico in me” nella versione italiana di Riccardo Cocciante, la storia ci riporta da Woody e soci, impegnati nella loro nuova routine di giocattoli della piccola Bonnie.

La dura vita dello sceriffo (e del giocattolo di Bonnie) 

Un nuovo status quo a cui tutti si sono abituati piuttosto bene, tutti tranne Woody, anche se mosso dal senso di responsabilità che lo contraddistingue, cerca di non darlo troppo a vedere. Anche perché parliamoci chiaro: Bonnie non è Andy, è una bambina con gusti differenti e forse, è anche naturale che per lei sia più logico preferite la cowgirl Jessie (Joan Cusack), questo non è il mio modo di dire che i bambini dovrebbero giocare a calcio e le bambini andare a danza, eh? Vi sto solo raccontando la trama del film.

Woody è stato per anni il capo della banda e il giocattolo preferito di Andy, un tipo di dedizione assoluta che vuole portare avanti anche con Bonnie, costi quel che costi, ecco perché con il solito sprezzo del pericolo si nasconde nello zaino della bimba, per essere con lei in un momento critico: il primo giorno di orientamento all’asilo.

«Non ci voglio andare all’asilo è un posto terribile! Non lo hai visto Toy Story 3!?»

Il nostro sceriffo soffre della sindrome del nido vuoto, perfettamente identico al papà (oppure alla mamma, visto? Non sono un teorico del “Gender”) di un bambino grande che ormai è andato al College, è impossibile per lui accettare un ruolo diverso da questo, anche se è chiaro che Bonnie preferisca a lui chiunque, anche un cucchiaio-forchetta usa e getta costruito da Bonnie di nome Forky, un coso storto convinto di essere spazzatura, che mi ha fatto esclamare: «Ma perché parla come Luca Laurenti?». Beh, perché, in effetti, è doppiato proprio da lui e al netto del risultato una scelta azzeccatissima, anche se non sono un fanatico di doppiaggio, tantomeno di doppiaggio VIP. Però con “Toy Story” va così, infatti la dedica iniziale è a Fabrizio Frizzi, qui sostituito alla voce di Woody da Angelo Maggi che di solito doppia Tom Hanks, per chiudere il cerchio al meglio.

Quando dopo anni di lezioni di dizione, scopri che Luca Laurenti fa il doppiatore, e anche bene.

Quella specie di creatura di Frankenstein con mono sopracciglio di Forky diventa il preferito di Bonnie e per Woody, una specie di missione da compiere per portare avanti il suo ruolo, ecco perché durante la vacanza in camper della famiglia, Woody è quello che corre più pericoli di tutti per tenere al sicuro il nuovo arrivato.

La critica da muovere verso “Toy Story 4” potrebbe essere quella di essere troppo Woody-centrico, ma questo solo perché è chiaramente la sua storia e, forse, anche la fine del suo arco narrativo, ma è una critica che duro lo spazio di un secondo, perché grazie al suo ritmo indiavolato questo quarto capitolo dosa bene lo spazio per tutti i personaggi e anche i nuovi arrivati risultano subito efficaci. Inoltre, ho trovato piuttosto azzeccato che l’evoluzione di due di loro, come Buzz Lightyear (Tim Allen) e la cattiva di turno Gabby Gabby, passi attraverso la loro “voce interiore”, per il ranger spaziale rappresentata dai suoi pulsanti sul petto che lo guidano per tutta la storia (con effetti anche esilaranti) per la bambola vintage, il riproduttore con cordicella rotto, quello che le impedisce di completare il suo sogno perfetto di diventare il giocattolo del cuore della piccola Harmony. Un modo azzeccatissimo per rappresentare in modo semplice i vantaggi del seguire la propria voce interiore (il cuore) piuttosto che le ambizioni razionali (il cervello) e i piani che sono tanto belli sulla carta, ma nella vita spesso semplicemente non funzionano.

Tipo il Baby Herman di Roger Rabbit, ma con meno sigari e più piani bellicosi per la testa.

Sì, perché se Toy Story 2 portava in scena vecchi giocattoli e il viscido Sneaky Pete, in “Toy Story 4” questa volta il ruolo di nemesi è affidato proprio a Gabby Gabby (ispirata alla classica “Chatty Cathy” popolarissima negli Stati Uniti), una cattiva che parla con la voce al caramello di Christina Hendricks (in originale) e che risulta davvero minacciosa fin da subito: Il negozio dell’usato in cui vive, oltre ad essere una cornucopia di citazioni a tutti gli altri film della Pixar (ho scovato decine di rimandi, ma ci vorranno dieci visioni del film per trovarli tutti) è un posto quasi horror. Basta dire che per accogliere i nuovi arrivati, dal grammofono partono le note di “Midnight, the Stars and You” (sì, la canzone finale di Shining!) e che Gabby Gabby ha quattro aiutanti, degli sgherri silenti e spaventosi fatti a forma di pupazzo da ventriloquo, del tutto simili allo Slappy di Piccoli Brividi.

Ma a vederlo così, anche un po’ il pupazzo di “Profondo rosso”.

Ma Gabby Gabby non è Lotso, cattivo e fiero di esserlo, è il perfetto contraltare di Woody, un giocattolo che non riesce a pensare a se stessa in modo diverso, ecco perché il negozio dell’usato è collocato a poca distanza da un coloratissimo Luna Park dove vive… Bo Peep!

«Dieci ad uno che si erano dimenticati di me, quanto ci fai?» 

A questo punto qualche povero di spirito potrebbe criticare la Pixar di essere eccessivamente “paracula”, sì vero, è impossibile non notare che attraverso questo personaggio, lo studio d’animazione abbia voluto mettersi dalla parte della ragione inserendo un personaggio femminile tosto nella storia. Ma se proprio volete qualcuno che vi tira su questa polemica, potete andare a cercarlo altrove, per me l’idea di trasformare una fragile pastorella di ceramica, in una specie di Imperatrice Furiosa che si rincolla le braccia con il nastro isolante e guida un’Auto-Puzzola fa esaltare il maniaco di mondi post apocalittici in me!

«A chi hai detto fragile pastorella? Beccati la scivolata di potenza!»

Bo Peep non è fragile proprio per niente, anzi ha dimostrato di essere molto più pronta di Woody ad adattarsi alla sua nuova condizione di “giocattolo smarrito” facendo del Luna Park la sua nuova casa e non deve essere stato facile farsi un nome in un posto popolato da schizzati sociopatici come Ducky (Keegan-Michael Key) e Bunny (Jordan Peele) che con i loro piani “geniali” sono una coppia di matti che strappa subito il sorriso.

Carini, coccolosi e parecchio sociopatici. 

“Toy Story 4” è una corsa sfrenata contro il tempo, in cui i personaggi evolvono a colpi di momenti d’azione, per capirlo basta guardare uno dei più coloriti nuovi arrivati, Duke Caboom una specie di Evel Knievel declinato in salsa canadese, modellato attorno al suo doppiatore originale, Keanu Reeves, sostituito in maniera un po’ anonima in italiano da uno che anonimo non lo è stato mai: Corrado Guzzanti.

Ma che ci volete fare, non è colpa di Guzzanti, Duke Caboom è troppo pensato per sfruttare la popolarità di Keanu Reeves per riuscire ad emergere, ma resta il personaggio simbolo di questo film, quello che come un vero eroe d’azione, compie un arco narrativo non a parole, ma a colpi di momenti “action” come il salto finale, quello che la sua condizione di giocattolo gli impediva di compiere e che non lo teneva al passo delle aspettative create dalla pubblicità, per il bambino che lo ha abbandonato.

La vittoria dei Toronto Raptors nella NBA e Duke Caboom, il 2019 è l’anno del Canada!

Perché grazie ad un ritmo forsennato e a coreografie anche complicate (la scena dell’apertura della vetrinetta, con attacco del gatto e successiva fuga è lunga, articolata ed incredibile) “Toy Story 4” è un film sulle seconde possibilità, sul coraggio che ci vuole per coglierne una al volo, buttandosi nel vuoto (come Duke Caboom), oppure affrontando il sogno infranto di un mondo perfetto (come Gabby Gabby) e tutto questo accade per cento spassosi e coinvolgenti minuti in cui quel testone dello sceriffo Woody è costretto a sbatterci il naso più e più volte prima di capire la lezione.

Passano gli anni e noi diventiamo più vecchi di Andy, ma questo film così riuscito ci dimostra che abbiamo ancora bisogno di “Toy Story”, questo quarto capitolo ha tutto per piacere ai più piccoli, ma è quello che più di tutti parla a noi adulti. Non ho idea di come possa esserlo vederlo da genitori “maturi”, perché è chiaro che Woody sia tutti quei papà e quelle mamme un po’ ansiosi e pedanti (come lo sceriffo di pezza) che devono reinventarsi dopo che il loro Andy ha lasciato il nido. Sarà perché amo i cambiamenti più o meno come lo sceriffo della Pixar e ho la sua stessa propensione naturale ad adattami alle novità (prossima allo zero), ma il finale di questo film è stato un grosso “Al cuore Ramon, al cuore!” (cit.)

«Falli neri Cowboy, il finale è tutto tuo»

Perché ci vuole coraggio a fare un grande salto e cambiare tutto (come nel finale di Toy Story 3), ma poi ce ne vuole anche di più per riuscire ad adattarsi al cambiamento, a sacrificare qualcosa di se stessi – che sia il riproduttore vocale oppure il proprio ruolo consolidato – per non finire impolverato sopra una mensola oppure dentro l’armadio. A volte devi sacrificare la tua stella di sceriffo per andare verso l’infinito e oltre.

No, devo proprio delle scuse alle Pixar, perdonatemi se ho dubitato ragazzi, abbiamo ancora bisogno di un “Toy Story” bello così, anzi credo che invecchiando ne avremmo ancora più bisogno, quindi prendetevi tutto il tempo che vi serve per il prossimo capitolo, avete portato sul grande schermo una parabola sulle seconde occasioni incredibile, ve ne concederò tutte quelle che volete.

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