
Delle cattive abitudini che trovo insopportabili tra i cinefili (o presunti tali) che popolano Infernet, potrei scrivere un romanzo, uno di quelli lunghi, ma la più odiosa per me resta l’esprimersi per frasi fatte, per evitare di usare quella pappetta grigia che abbiamo dentro il cranio per farsi una propria idea. Tra le frasi fatte più odiose, applicata al film di oggi c’è: «Un altro Toy Story… Ma era necessario?»
Per prima cosa, i film non sono un bene necessario, sono un bellissimo superfluo che dà colore alla vita, seconda cosa, dati alla mano, tra un film nuovo e, che so, il sesto capitolo di una saga storica, al botteghino vince sempre la minestra riscaldata che già conoscente, quindi cari i miei bambinoni e bambinone, predicate bene e razzolate malissimo, perché la verità è che volete continuare a rovesciare a terra la stessa cesta, continuando a giocare con gli stessi giocattoli… E questo ci porta al nuovo Toy Story.

«L’era dei giocattoli è finita» dice ad un certo punto la tablet Lilypad, doppiata nella versione italiana da Katia Follesa (non piangete, Toy Story 3 era pieno di doppiatori vip presi dalla nostra tv e lo stesso amatissimo Fabrizio Frizzi rispondeva alla descrizione), che poi è quello che molti hanno pensato nel 1995, quando uscì il primo Toy Story. Con la sua animazione digitale era il nuovo giocattolo tecnologico, venuto a spazzare via i dinosauri dell’era analogica con animazione 2D… Scusa Rex!
Trentuno anni dop… Come trentuno!? Aspetta 2026 meno 1995… Minchia… Trentuno anni dopo, il mondo dell’animazione non è finito, i rivoluzionari giocattoli di Toy Story sono diventati a loro volta dei classici, lo hanno fatto perché hanno sempre avuto parti uguali di cuore e cervello per tutti e quattro i loro capitoli, una saga che ha saputo gestire il passaggio e gli effetti di Padre Tempo, forse meglio di molto pubblico, che come al solito, barricandosi dietro le gonnelle di quella rana dalla bocca larga di Tarantino (ti voglio bene, ma sei un picio), non hanno mai fatto pace con il loro bambino interiore.

Alla faccia di chi sognava un colpo di spugna, “Toy Story 5” tiene conto di tutti i capitoli della saga, per altro molto bene, ma soprattutto tiene conto dei trentuno (gulp!) anni passati e fa nuovamente i conti con il fatto che «L’era dei giocattoli è finita», applicando delle novità, non per forza piccole, ma molto intelligenti.
Bonnie, ora ha otto anni, come molti bambini della sua età, malgrado la sua energia e la sua fantasia galoppante, ha difficoltà a stringere amicizia con i coetanei, tutti con il naso appiccicato ad un tablet… Come molti cinefili quando guardano i film con il telefono in mano, tiè, porta a casa. Per risolvere o allinearsi, i suoi genitori le regalano un tablet a forma di rana chiamato Lilypad e la bimba ci va sotto con perdite, accantonando la sua preferita Jessie (Joan Cusack / Ilaria Stagni) e il “vice” Buzz (Tim Allen / Massimo Dapporto) che ancora non è riuscito a dichiararsi alla rossa sceriffa.

La Pixar se rimette in gioco i suoi gioelli della corona, i giocattoli di “Toy Story”, lo fa per non fare cazzate, infatti affida la regia a Andrew Stanton (e Kenna Harris, come da abitudine della Pixar), quello di “Wall-e” (2008) e delle missioni complicate, il suo John Carter è bellissimo, ma se il pubblico non fosse composto da bambinoni scapriccianti, lo avrebbe già capito da tempo. Qui il regista e sceneggiatore fa una scelta molto interessante, dare più spazio a Bonnie e alla sua storia, non come semplice “Gigante umano” che fa muovere i giocattoli da un luogo all’altro, cioè, fa anche quello, ma la bambina ha un arco narrativo più centrale, proprio come al suo giocattolo preferito… Jessie.

L’ho sempre sostenuto che Jessie fosse quella con i non detti ancora più interessanti da esplorare, la sua sindrome da abbandono e il suo terrore per gli spazi chiusi (che arriva da Toy Story 2) qui viene affrontato di petto, permettendo a Buzz e soprattutto Woody di essere, non comprimari di lusso, semplicemente non per forza centrali in una storia, che funziona meglio sull’asse Bonnie e Jessie, infatti la trama si complica per un’incomprensione con Lilly e poi si amplia, per una comunicazione interrotta con Woody, apriamo e chiudiamo la parentesi sul mio preferito e poi continuiamo.
Mi fa sempre piacere ritrovare lo sceriffo Woody, specialmente di ritrovarlo come un giocattolo di mezza età, e con una beh, perdita di capelli vistosa (la gag su cui è stata basata metà della campagna promozionale del film), perché dopo il bellissimo Toy Story 4, che era il film che parlava agli adulti (per questo ha fatto scapricciare voi bambinoni infelici) è un personaggio che ha “aperto al caos”, roba non semplice per uno rigido e fatto di legno come lui, che qui può fare il Han Solo della situazione, in un film che giunto al quinto capitolo, ormai ha un parco personaggio vastissimo, perché chi ama i giocattoli non li butta mai, ma li accumula, quindi ci sono tutti, ma proprio tutti, anche se molti hanno, per ovvie ragioni di minutaggio, poco spazio, che potrebbe essere anche l’unico difetto del film.
Sarebbe stato molto più facile e sicuro per “Toy Story 5” aprire la valvola della malinconia a manetta, per fortuna questa saga ha sempre avuto più cuore e cervello dei desideri di una fetta del suo pubblico, quindi non cade mai nell’errore di trasformare Lily nella Lotso di turno, il cattivo a tutto tondo bastardo nell’anima, con sulle spalle (i tablet hanno le spalle? Vabbè ci siamo capiti) anche il compito di rappresentare la demoniaca tecnologia, quella da combattere perché signora mia, che bello era un tempo, con i giocattoli di una volta, a dare quattro calci ad un Supertele, si stava meglio quando si stava peggio, rosso di sera, bel tempo si spera e altre cazzate così.

“Toy Story 5” non teme la tecnologia perché nel 1995 è arrivato come la Lilypad di turno, quindi mette su una storia dove si dà il giusto peso a tutto, senza moralismi di gomma, si parla in modo riuscito dell’attuale generazione di bambini e dei loro giocattoli, ma anche di cosa rischiano di perdersi, senza mai scadere in un luddismo becero da vecchi scoreggioni. Questo permette di dare spazio a due vecchi giocattoli come Woody e Buzz, che come sempre, avranno il loro bel da fare a correre da una parte all’altra, organizzando recuperi e salvataggi, mentre Jessie si prende finalmente lo spazio che si merita.
Tutta la parte sulla fattoria fa per Jessie quello che Toy Story 4 ha fatto per Woody, questo fa entrare in scena qualche altro personaggio da Bullseye “Perfido” (Alan Cumming in originale e Gianluca “Non so chi tu sia” Gazzoli nella versione doppiata) oppure lo spassoso Smarty Pants (Conan O’Brien contro “Solo Dio sa chi è” Federico Basso) e visto che la faccenda vi ha fatto tanto scaldare, si, c’è anche Pizza cu ‘e llente che in originale ha la voce del cantante del momento, Bad Bunny, e qui da noi, cavalcando lo stereotipo, abbiamo un abbastanza spaesato Sal Da Vinci, che doppia vabbè, in linea con molti doppiaggi scarsi recenti. Non so chi sia arrivato secondo a Sanremo quest’anno, ma la vera sconfitta non è l’Eurovision mancato, ma non aver potuto diventare uno dei giocattoli di Toy Story, non fatelo sapere a Lucio Corsi, che quello come minimo si butta giù dalla finestra, povero. Fine dell’inutile parentesi doppiaggio.

Tutta la prima parte di “Toy Story 5” è una bella tirata, che come da abitudine, divide il gruppo prima di riunirlo, il momento groppo in gola di questo film lo vince sicuramente Jessie, la fattoria per lei è un salto indietro nel tempo, necessario ad affrontare la perdita che non era ancora riuscita a superare, non vi voglio rovinare la sorpresa, ma Andrew Stanton ha semplicemente troppo mestiere, e si gioca alla grande il momento della “Capsula del tempo”, sciogliendo alla grande i nodi della rossa sceriffa, che cresce, più di quanto abbiano mai fatto tanti spettatori in trentuno anni di Toy Story.
Come al solito la trama è ben costruita, piena di momenti cause ed effetto che mettono in chiaro la bontà della scrittura, oltre ad alcune trovate che tengono sempre il ritmo bello altro, ritmo che sale ulteriormente di colpi grazie alla “pistola di Čechov” narrativa, che spara il suo colpo nell’ultimo atto, ovvero le nuove action figure Buzz Lightyear, che potrà sembrare niente, ma da collezionista di giocattoli “vintage” (perché dire vecchio fa brutto) mi ha fatto molto sorridere, questo è sempre un tema caldo, che qui fa volare (a volte letteralmente) il film.
“Toy Story 5” ha il fegato di guardarsi in faccia, di non avere paura che il tempo non sia passato e di portare sul grande schermo i suoi punti di forza, senza nessuna paura di giocare un po’ di più con questo giocattolo, piuttosto che un altro se la partita può diventare più divertente, senza rendere conto delle sovrastrutture degli adulti, proprio come farebbe beh… Un bambino.

Ha anche l’intelligenza di gestire quella dose di passato (il ritorno di Woody) che fa sempre da confortante coperta a tutti, ma di parlare in maniera non retorica anche del presente, i giocattoli cambiano, evolvono, alla base deve esserci sempre la stessa curiosità e fantasia, a cui questo quinto capitolo riesce ancora a dare grande valore.
Non ci sono tante saghe cinematografiche capaci di tenere banco per tre decenni, sono ancora meno quelle che hanno sfornato solo ottimi film con punte di capolavori, con “Toy Story 5” questa saga non nega la tradizione e la tecnologia, non lo ha mai fatto fin dal primo capitolo, e ci regala altri 102 minuti per giocare con i personaggi con cui, diciamolo, siamo cresciuti, perché il senso è tutto qui, mescolate i giocattoli, fateli interagire, là fuori c’è un nuovo Toy Story che rilancia ancora una volta la saga e ci ricorda il valore della fantasia, senza la quale non saremmo cresciuti mai, quindi forza, andate a giocare, divertitevi, certe cose hanno bisogno di un grande pavimento, o un grande schermo per essere apprezzate in pieno.


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