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Train to Busan (2016): I’m going off the rails on a crazy train

Ricordo una
volta con un mio amico (ciao Sergio), in cui ci siamo messi a delirare (strano
non lo facciamo mai…) su un ipotetico film di Zombie ambientato su un treno,
con estrema fantasia avevo avanzato l’ipotesi di intitolarlo “Train of the Dead”.
Se non altro i Coreani hanno avuto il buon gusto d’inventarsi un titolo
migliore.

“Train to
Busan” sta facendo il giro di tutti i film festival del pianeta, pare che ormai
non possano mancare le “Quote Rosso” (sangue) nei programmi dei festival che
contano, qualche titolo Horror da buttare nel mucchio è necessario, temevo già
il solito specchietto per le allodole, visto che gli zombie sono sempre e
comunque un argomento che tira più di una locomotiva, per fortuna mi sono
dovuto ricredere… Sapete che non è mica male questo filmetto?
Diretto con
mano sicura da Yeon Sang-ho, “Train to Busan” inizia nel modo peggiore
possibile: un tizio in preda ad una brutta giornata, stira un cervo con il suo
camioncino e poi riparte sgommando lasciando il cadavere sull’asfalto. Corpicino
che prontamente si rialza e si volta a guardare in camera lo spettatore nemmeno
fosse il cavallo di “War Horses”. La prima scena del film fatta senza il minimo
umorismo, ero già pronto al disastro.
La mamma di Bambi è tornata… Ed è in cerca di vendetta!

Parliamoci
chiaro, il film non inventa davvero nulla ed inizia con una premessa sullo
stucchevole andante: il papà in carriera Seok-woo (Gong Yoo), trascura moglie e
figlia e lavora tutto il giorno, tanto che è prossimo al divorzio e sua figlia Soo-an
(Sonn-an Kim, hanno risparmiato sul nome della bimba) è delusissima da lui. Per
cercare di recuperare esaudisce il desiderio di portarla a Busan per passare
del tempo con la madre, come facevano un tempo quando ancora erano una vera
famiglia. Un virus che trasforma i cadaveri in pazzoidi assetati di sangue
salva la trama dal diventare il remake coreano di qualunque film con Margherita
Buy.

Personaggi
chiave che torneranno buoni nello svolgimento del film: dei ragazzotti di una
squadra di Baseball (con relative mazze) in trasferta per una partita, una
coppia di anziane sorelle, un mega direttore galattico, gran farabut. Pezz di
merd. Cavaliere di gran croce e due genitori in divenire, lei con il pancione
e lui… Pure! Ma solo perché è grosso e per fortuna dei viaggiatori, mena pure
forte.

Sta mano po esse fero e po esse piuma (tipico proverbio Coreano).

Corea e un
film di genere ambientato su di un treno, personalmente il primo titolo a cui
penso è quella bomba di “Snowpiercer” di quel gran fenomeno di Bong Joon-ho, a
cui questo “Train to Busan” è stato, ovviamente, associato per motivi puramente
geografici (e ferroviari) che, però, bisogna dire, il trenino di Bong Joon-ho
non lo vede nemmeno con il binocolo sfilare via sui binari, perché “Train to
Busan” si guarda bene dal rendere il treno anch’esso un mito di progresso,
lanciato sopra i continenti
una metafora, limitandosi al più classico
messaggio di TUTTI gli zombie movie fatti come George A. Romero comanda:
guardati dai vivi piuttosto che dai morti.

Mai fidarsi di un direttore d’azione incravattato.

Se proprio
volessimo fare paragoni con altri film, il trenino di Yeon Sang-ho sembra un “World
War Z”, sì, perché gli infetti, dopo il morso si trasformano velocemente e diventano
dei corridori assetati di sangue che basano la loro caccia sulla vista, per
assurdo basta non farsi vedere e fare silenzio per (cercare) di sfuggirgli,
aiuta non avere un Pierfrancesco Favino (detto Casino) qualunque a fare
bordello.

Il film non si
limita a mostrarci i protagonisti combattere per sopravvivere sul treno, ma
grazie ad un budget adeguato, può permettersi di farci vedere il panico e il
caos che si sparge nel paese e, per una volta, i telefoni cellulari hanno un
ruolo preciso, sarebbe stato facile eliminarli dall’equazione del film, usando
il classico espediente nel “Non c’è campo!”, qui, non solo i nostri
possono telefonarsi, ma utilizzano il GPS per calcolare quanto manca alla
prossima galleria, il che mi fa anche capire che la rete telefonica coreana durante
un’invasione di zombie, funziona comunque meglio di quella di uno strambo Paese
a forma di scarpa in condizioni normali.



Il panico che solo l’assenza di connessione Internet può creare.

Difetti? Beh,
il film non inventa davvero nulla, si concentra molto sul rapporto padre/figlia
e se ve lo state chiedendo: sì, tutti quanti s’impegnano moltissimo a salvare
la piccola Soo-an, quindi aspettatevi momenti intimisti e qualche lacrimone, perché
a parte un paio di battute, quasi tutte snocciolate del ciccio con le mani
pesanti (palesemente il migliore del film!) l’umorismo è bandito, ma, malgrado
tutto, il film funziona.

…E noi a Gino allo zombie lo menamo (ska ska ska).

Sì, perché il
ritmo è indiavolato, le svolte logiche e sensate, i personaggi si muovono come
pedine sulla scacchiera e, a volte, anche un semplice pedone, può fare le mossa
chiave, complicatissima metafora scacchistica in cui sono andato ad arroccarmi
per non rivelarvi nessun dettaglio della trama, poi ditemi che non vi penso!

Tutti i
rapporti umani e i drammi dei personaggi alla fine funzionano, vi ritroverete
ad odiare i personaggi più viscidi ed egoisti (vi assicuro che almeno uno sembra
la versione coreana del Billy Zane) e a fare il tifo per i vostri preferiti. Risultato: due orette coinvolgenti, ben dirette, per un film che ti prende per
il bavero e ti tira dentro, rischia di essere il miglior film di zombie dell’anno…
Sì, ok, lo so! Sono persone infette! Però tecnicamente sono morti, avete capito
cosa volevo dire fate i bravi, su!


Zombie, persone infette, insomma uno di questi così carucci qua!

Curiosità che
ho scoperto cercando i (complicatissimi, per me) nomi dei protagonisti: Yeon
Sang-ho ha diretto anche un prequel a cartoni animati di questo film intitolato
“Seoul Station” (a questo punto dovrò vedermi anche quello), se non altro dopo questa doppietta, i viaggi della speranza in treno, in questo strambo Paese a forma di scarpa potrebbero (quasi) sembrare meno drammatici.

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