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Trainspotting (1996): scegliete la bara o scegliete la vita?

Non volete scegliere? L’abbiamo scelto per voi questo trip, l’overdose
giornaliera di parole e cinema. Vi lascio al vostro pusher di fiducia. La
vostra Madre Superiora, il vostro Quinto Moro.

Scegliete
la Bibbia. Ma anche no.

C’era questo prete dico. Non era proprio un prete. Stava
in borghese, in incognito o come si dice. Un professore ecco, delle superiori. Teneva
gli occhialini da nazista, anche se non sembrava tanto vecchio né cattivo, non
come un nazista. Anzi, un pezzo di pane. Di quello morbido, da farci i toast.
Certe uscite non te le aspetti da un cristocattolico in borghese che a una
classe di quindicenni dice: “mi raccomando ragazzi, non dite ai vostri genitori
che vi faccio vedere Trainspotting.” Storia vera.

Ve lo devo dire. Ho sempre avuto un gran bel culo.
Dico sul serio. Vi mando una foto se non ci credete, o ve la pubblico in fondo
al post. Perché ci vuole un gran bel culo a beccare per tutta l’infanzia e
adolescenza un branco di adulti che smettono d’essere cristocattolici
bacchettoni al momento giusto: quando si parla di cinema. Non è che me li
sparassi in vena di nascosto, erano loro a prepararmi la dose, giuro. A tutte
le età. Questi gatti ammansiti con la croce al collo e i santini appesi
dappertutto, non erano proprio permissivi, neanche per il cazzo dico. Ma coi
film era diverso. E questo prete mancato qui è l’ultimo della lista: un cristocattolico
stitico autentico che ci fece vedere Trainspotting, a noi quindicenni, quel
randagio. Un cinefilo incallito. Storia vera cazzo. Ora di religione
significava film. Questo cristocattolico magari non tirava di boxe come Padre Karras, però la garra era quella, se al verbo stampato sulla Bibbia preferiva sermoni
stampati in vhs. Così mi sono fatto discepolo della parabola Trainspotting, la
mia preferita cazzo, anche perché il vecchio non voleva menarcela con la morale
sulle droghe. Per lui tanto bastava il film. Forse perché c’era nato in quella
generazione fottuta dall’ero. Amen e alleluia cazzo.
Il mio prof. vestiva uguale a Begbie. E non per il colletto alla V for Vangelo. Il suo guardaroba rispecchiava Begbie in ogni scena del film. Storia vera.

Scegliete
la Scozia. Se proprio volete.

C’è stato Sean Connery giusto? Uno scozzese coi
fiocchi, dico io. Ha pure vinto l’Oscar ma questo non significa un cazzo, dice
Sick Boy. Sick Boy è un tossico fissato con Sean Connery, ed è il miglior amico
di Mark Renton, ma solo nel libro, perché nel film Sick Boy è un vero stronzo. Chi
cazzo è Renton? Il tossico protagonista, ma solo nel film. Perché sì, rota
anarchica e mezzo dislessica di film viene da un libro parecchio incasinato, ma
ci guadagnate sul velluto a guardare prima il film.
Sick Boy non è che sia proprio fedele allo spirito
originale. Non è la personalità, è che Johnny Lee Miller che lo interpreta è
inglese. Insomma, se un inglese può passare per scozzese, datelo a lui l’Oscar
di Sean Connery cazzo. Ma con Renton ci è andata di culo, perché Renton lo fa
uno scozzese vero. Perciò non potevano fare i migliori amici cazzo, e infatti le
scene dove sembrano un cuore e una canna ZAC!
segate in sala montaggio. Meglio così dico io. ‘Fanculo alle scene di troppo e
alle versioni estese. Qui si va dritti a 90, che non è la posizione ma il
minutaggio. Si lavora di sottrazione per tenere il ritmo. Alleluia e amen
cazzo.
Dose pronta sotto il tacco e carisma da 007 per far fuori ogni perbenismo antidroga.
Sick Boy è un ossigenato del cazzo in fissa per
Sean Connery, che Dio l’abbia in gloria, ma Sean ha speso metà carriera a
fingersi un inglese al servizio di Sua Maestà. La cosa peggiore di Sean?
L’avete visto Highlander? E’ la storia di questo scozzese
cazzuto, Connor MacLeod, ma lo fanno interpretare a un francese. E il suo
mentore Sean-leggenda-vivente-Connery, scozzese fino al midollo, fa il ruolo del
fottuto spagnolo!
Voglio dire, che cazzo deve fare un povero scozzese
per avere un po’ di sano orgoglio in questo stronzo mondo del cinema? Non
venitemi a dire William “Braveheart” Wallace. Il nostro eroe nazionale a chi lo
lasciamo? Agli americani. E poi si sa che agli americani piacciono di più gli
irlandesi, o gli italiani perfino! Nemmeno questo sono riusciti a fare gli
scozzesi, neanche arrivare terzi alla colonizzazione del Nuovo Mondo. Sono
rimasti al palo, a farsi di ero e guardare i treni.
A questo punto tanto vale guardare in faccia la
realtà. Altro che grande orgoglio scozzese. Quando mai ci cagano dal resto del
mondo civilizzato? Per ‘sto romanzo che non è un romanzo ma un cacatoio di
storie di perdenti, stronzi, patetici, violenti e drogati. Perché Trainspotting
è un successone. Ok cazzo. Va bene anche così. Ma quando leggi il nome
dell’autore ti cascano le palle: Irvine Welsh. Sul serio cazzo? Irvine “il
Gallese”. Quando poi fanno il film a chi lo fanno dirigere? A Danny
stramaledettoinglese Boyle. Che di faccia poi, sembra un crucco.
Tenny Poyle esipisce sgvardo cattifo pronto a sparare a qvesti drocaten, jawohl Mein Fuhrer! (in realtà Danny è un pacioccone, ma resta pur sempre un inglese)

Scegliete
una patria. Sceglietela meglio.

Va a finire che è una merda essere scozzesi, parola
di Mark Renton. Renton, ecco l’eroe che ci meritiamo. Lo ruggisce forte al
cielo delle Highlands quanto è merda essere scozzesi, e c’è da credergli se a
interpretarlo c’è uno scozzese doc – alleluia cazzo – Ewan McGregor.
Il monologo di Renton che sputa sull’identità
nazionale è un dritto e rovescio alla Andy Murray, la sveglia per non stare a raccontarsela
che il tuo appartenere a questo o quel buco di culo del mondo sia chissà quale
meraviglia, ma devi essere onesto nel riconoscerlo per quel che è. E per quanto
ficcarti un ago in vena o strafarti di questo o quello non risolva uno
stracazzo di niente, beh, è meno ipocrita che raccontarsi d’essere speciali per
essere parte di un insignificante gruppo sociale cui appartieni solo per una
bandiera piantata su per il culo, giusto perché sei nato qui o lì.
Le Highlands. L’alcol. La droga. La depressione. Gli amici stronzi. Bella la Scozia, ma non ci vivrei.

Scegliete
il romanzo, critici da pipa e monocolo del cazzo.

Si, si, lo so che leggere è bello e salutare. Sono
fantastici, i libri, perché ci puoi menare gli stronzi che è una bellezza. Al
massimo stropicci qualche pagina, e se restano macchie di sangue vai di acqua
ossigenata e candeggina. Il sangue sbiadisce ma l’inchiostro di stampa resta.

Trainspotting-libro è un romanzo-che-non-è-un-romanzo,
un’accozzaglia di situazioni buttate una addosso all’altra, così come i
personaggi che a volte non capisci di chi cazzo stai leggendo. Ma il film non si
perde per le viuzze secondarie, ti ruggisce dritto in faccia con la sua fiata
alcolica, ti prende per le palle e strizza forte. Non ti sei ancora ripreso che
corri alla scena dopo, ingoiato nel vortice di eventi. Parti con “Lust for
life” di Iggy Pop, e giù col monologo storico, su come si sceglie la vita giorno
per giorno per tirare a campare. Ti punta il dito sul naso, questo film, te lo
schiaccia forte come a un clown del cazzo. E ti ride in faccia, ti scherza e ti
scopa senza preservativo. È il film che ti si fa, come un anarchico viaggio
lisergico che sputa e ride in faccia alla società conformista, poi ti sbatte in
faccia neonati morti e bravi ragazzi con ascessi al cervello. Fai giusto in
tempo a renderti conto delle goccioline umide che ti sei ritrovato in faccia,
gli sputazzi perché ‘sto film rideva in faccia proprio a te. Ma già si sta
correndo al finale, brillante e ipocrisiaco. È qui il film si mostra per quel
che è: costruito nel suo essere anarchico, un racconto bizzarro ma coerente che
arriva quasi a negare se stesso, nel trionfo di chi vuol scegliere la vita.
Perché Renton alla fine fa la sua scelta.

“Se non stai un po’ zitto te la pianto nel cuore. Hai visto Pulp Fiction?” (Cit.)

Scegliete
un eroe. Scegliete una maschera.

Caro Mark Renton. Alla fine hanno scelto proprio
te. Quasi il più sfigato del gruppo a far da protagonista. Ma è sempre così nei
romanzi di formazione, o come cazzo li chiamano gli intellettuali con la pipa e
gli occhiali (e la sciarpa, usano la sciarpa quelli, per darsi un tono del
cazzo). Insomma, non è che il fottuto libro girasse tutt’intorno a questo Renton
come nel film, ma va bene così cazzo. Abbiamo un tossico eroe al centro della
storia, ma meglio di Sick Boy, o di Begbie, o di Spud. Ok, forse Spud meritava
qualcosa di più, ma chi gli sta dietro a quello. E come cazzo parla poi. Renton
invece, oh, lui è perfetto per fare il narratore protagonista. Non è così
stronzo. Sbaglia, soffre, scopa, ride, strilla. È come noi. Bucato come una
gruviera, ma a posto cazzo.
Renton è lo sfigato scozzese di provincia che va al
centro della storia, perché questa Scozia è la provincia della provincia del mondo,
ed ogni provinciale o diseredato figlio di periferia può dirsi un po’ scozzese
e un po’ intossicato. Mark “Rent-boy” Renton è il ragazzo in affitto per tutte
le stagioni, per tutte angosce dei diseredati, la coscienza in affitto dei debosciati,
dei falliti, di tutti gli intossicati del mondo. Intossicati per la merda
sparata in vena, ingoiata via bocca o ascoltata via orecchie, o dalla cancrena
dei lividi incassati ogni giorno. Il “trainspotter” per eccellenza, coi trenini
sulla carta da parati nella sua cameretta del cazzo (un tocco di classe, quando
la scenografia fa il suo cazzo di dovere).
Un fottìo di treni e nessuno che possa portarti lontano da quello che sei.

Scegliete
una cricca. Scegliete gli amici.

Quella di Trainspotting non è solo la cricca di
Renton, Spud e Sick Boy, è pure quella di Danny, Ewan e John. Boyle, McGregor e
Hodge. S’erano già fatti dei trip in giro, piccoli omicidi tra amici. Un po’ ad
ammazzare un po’ a rubare, solite cose. Ma per completare la banda mancava il
vecchio Christopher Eccleston. Danny gli fa tipo “Chris ci torni a lavorare con
me?” e Chris gli risponde tipo “non in questo secolo”.
Ma io vi dico che è stata fortuna, che il futuro Dottor-Chi-Cazzo-6 aveva
troppo lavoro, l’attorone di stirpe, per tornare in sella con quegli sfigati. Eccleston
era un dritto, l’aveva capito il vecchio Boyle, fissato a merda con la
sterlina. No dico, un altro film con degli amici pronti a scannarsi per una
borsa di contante? Al vecchio Boyle gli hanno fatto mancare la paghetta da
piccolo, da piccoli omicidi a piccole overdose tra amici, passando per
“Millions” e “Millionaire”, c’ha il feticismo per le reginette stampate su
fogli di carta verde. Meglio uscire dal giro, avrà pensato il vecchio Chris,
prima di finire a fare softporn con letti coperti di sterline che neanche Mario Bava.
Insomma, finisce che Boyle ripiega su uno scozzese
vero. E cazzo se era vero, il nuovo-monumento-nazionale-scozzese Robert
“Begbie” Carlyle. Carlyle ci si è messo sulla mappa geografica con questo ruolo
cazzo, urlando forte a tutto il fottuto mondo del cinema:
“Io sono io, e tu chi cazzo sei?”

Scegliete
Begbie. E poi son cazzi vostri.

Se Begbie era solo un cazzone stronzo nel
romanzo-che-non-è-un-romanzo, qui è… beh, è Begbie cazzo. È un metro e settanta
di cazzo duro che ringhia, beve e mena su schermo. Ha dato a tutti una lezione
di Scozia vera cazzo, parlando il vero scozzese cazzo. Quei fighetti della
produzione hanno dovuto ridoppiare le sezioni con Begbie perché parlava troppo
scozzese. Storia vera. Questo è Franco Carlyle Begbie, prendere o lasciare. Troppo
scozzese? Certo, te lo rifaccio il tuo sporco ridoppiaggio per quei pallemosce
butta-thé-ammare stellestrisce del cazzo. E te lo ridoppio peggio, chiaro? Slang
Made in Scotland, e se non capisci un cazzo fattelo doppiare il tuo sporco
film. Solo così puoi capirci qualche cazzo. E bacia le mie nobili palle
scozzesi, dice Begbie.
Begbie è violento compagnia e tutti lo considerano
uno stronzo ma hey, è un tuo amico, e non puoi farci niente. L’amicizia non è un’orgia
di unicorni e orsacchiotti che si vogliono bene e s’aiutano. Manco per il
cazzo. Far parte di una compagnia è la sopportazione gli uni degli altri, lo
stare insieme nonostante tutto, anche quando sai che chi chiami amico ha torto
marcio, perché pesta qualcuno senza senso. Oppure perché si buca, e per farlo
ruba e fotte chiunque può. O ruba e fotte anche senza la scusa dell’ero. Oggi fotti
qualcuno, domani qualcuno ti fotte. Capita. Sei cresciuto qui, in mezzo a
questo schifo. Che vuoi fare? È così che va. Un po’ te lo meriti, un po’ no, ma
è così che va cazzo. Spud lo beccano, Renton se la cava. È così che va in
questi sobborghi scozzesi fatti di famiglie-bene cattoliche scandalizzate per
il figlio scoppiato. Le giornate passano così tra una rota a una lite, tra una partita
di calcio e una rissa da bar, una scopata e un buco in vena.
Quando ti dicono che sei un bravo ragazzo, e ti senti sprofondare.

Scegliere
gli amici. Sceglietevi un ruolo.

Scegliete un protagonista: Ewan McGregor è lo
scozzese che ce l’ha fatta. Scegliete un cattivo. Il menù offre Begbie il
violento, o Sick Boy il cinico egocentrico. Spud è il contorno, monumento al
disagio, il cervello bruciato dalla roba da far tenerezza. Scegliete una
vittima. Allerta spoiler: è Tommy il bravo ragazzo che deve finir male, che un
povero stronzo va sacrificato sull’altare della cattiva scelta della droga. Ma niente
moralismi, anzi la si faccia così com’è, sporca e subdola: perché cos’è essere
tossici, se non la caduta nell’oblio, nel disinteresse per tutto ciò che non è
la roba, il distacco da tutto e tutti, compreso il gattino che ti caga per casa
e ti infetta con le sue malattie? Magari ti cacavi sotto per l’HIV eh? E non
pensavi al gatto che ti cacava per casa.
Sembra di stare al supermercato. Maxi offerta Gusti-Disagio.
Tanti gusti di stronzo diversi, sottoprodotti da provincia, cacati fuori da un
racconto antiromantico sull’amicizia fatta di risse, sostegni temporanei,
abbandoni, tradimenti. Un branco di underdog, di anti-Beatles che si muovono in
un mondo di mitologie perse, cambiando formazione come cambiano le stagioni,
quando qualcuno muore o viene inghiottito e divorato dalla depressione o
dall’alcol. Come le rock-band, ma senza le folle strepitanti e milioni di
dischi venduti. E senza nessuno che si ricorderà di te. Perché se non sei Iggy
Pop, non gliene frega un cazzo a nessuno di cosa ti spari in vena.
Dilemmi di provincia: Passerà mai il treno? Diventerò qualcuno? Se il treno passasse ora, almeno mi vedrebbero al notiziario.

Scegliere
la vita.

‘Ste storie di tossici e disadattati hanno sempre
esercitato fascino su di me, un sottogenere di cinema,
dimenticato come quelli che sono morti o finiti ingabbiati nell’ispirarlo. A
vedere – o leggere – Trainspotting non ci sono cazzi. È un trip. Ma se il
romanzo-che-non-è-un-romanzo sembra una supposta d’oppio che ti sale lenta, il
film è un tiro di coca a buon mercato che ti manda su di giri, ti esalta,
deprime e poi rilassa nell’ineluttabilità della vita che hai scelto. O che ti
ha scelto, qualunque cazzo di cosa voglia dire. Ti viene voglia di farti un
altro giro, di rivederlo. Sotto con un’altra dose. L’incipit ti folgora e
prende a sberle con quel “scegli la vita”, scegli questo e quello. Da come
scegli di campare scegli pure come morire. Pensare che quel monologo doveva
arrivare a metà film, ma col cazzo che avrebbe avuto lo stesso effetto. Allora
meglio spararselo subito per mettere le cose in chiaro, sulle note di Iggy Pop,
che ci butta nel tour di deliri e musiche che viaggiano su schermo, con questi
falliti scozzesi di due generazioni: personaggi degli anni ’80 – nel libro – ancora
vivi e presenti nei ’90. Prima di morire o sopravvivere e svanire tra una
scelta di vita e l’altra. Prima di diventare ex tossici padri di famiglia,
arrivisti assicuratori e venditori d’auto usate. Cosa credete, che tutti i
tossici di allora siano morti e sepolti? I sopravvissuti si sono scelti la
vita. Essi vivono – o sopravvivono – tra noi. Sono diventati i nostri vicini di
casa e parenti. I nostri padri, i nostri zii, i nostri fratelli. Per qualcuno
più giovane, addirittura i nonni.
Un goccio alla salute delle tossiche anime perdute.
Alcuni ci sono morti, a fare il Trainspotting, aspettando
il loro treno, guardando i vagoni passare e portar via gli altri, i loro amici
e compagni. Alcuni sono rimasti a guardare come se non ci fosse nient’altro da
guardare, come uno spettacolo che era l’unico possibile, sognando dove sarebbe
andato quel treno. A portarli via da una parte o dall’altra, senza sapere da
che lato fosse la strada giusta, se in fondo al buco dell’ultima pera o alla
redenzione dopo l’ultima rota, lasciata indietro nella speranza che fosse per
sempre. A dividersi tra chi andava al cimitero e chi andava a scegliersi la
vita. A scegliere un altro brano di Iggy Pop o di Bowie da ascoltare, magari un
libro da leggere e un film da guardare. A ripetersi in silenzio, come ignari
del sussurro sottopelle, di rigar dritto lontano dai guai, in attesa del giorno
in cui morirai.
A scanso di equivoci, sia chiaro che La Bara Volante non incoraggia in nessun modo il consumo di pere. Men che mai per curare il male di vivere.

Grazie a Quinto Moro per averci portati tutti in Scozia, vi ricordo qualcuno dei suoi lavori, che potete trovare comodamente QUI.
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