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Transformers – Il risveglio (2023): un film pensato a tavolino, ma a molti questo basta e avanza, no?

La saga dei Transformers resta una gustosa anomalia nell’industria cinematografica americana, quasi eternamente bersaglio preferito dei critici, ha portato a casa negli anni un quantitativo smodato di fogli verdi con sopra facce di ex presidenti spirati, senza però mai tirarsela o far parlare di se come i film di superpiagiami.

Tutto è iniziato nel 2007, dall’incontro del produttore
Steven Spielberg – solo colui che ha tracciato tutto l’immaginario collettivo
occidentale contemporaneo o giù di lì – e un regista che i tuttologi di “Infernet”
infervorati, battendo le loro ditine sui tasti con la faccia rossa rossa rossa
di rabbia, si sbrigano sempre ad etichettare come un cane, ma che gode della
stima di tutti i suoi colleghi, tra cui proprio Spielberg. Tamarro
quanto volete, con un senso dell’umorismo più che discutibile e una fissa per
gli elicotteri più che condivisibile, ma comunque un drago dietro la macchina
da presa, Michael Bay.

Il primo “Transformers” tendenzialmente, è ancora quello che
piace di più al pubblico proprio per il suo essere di base una favola con i robottoni,
dal secondo capitolo in poi Spielberg si è sfilato, convinto di aver ormai
lasciato la sua impronta, non è un caso secondo me, che il secondo capitolo ovvero “Transformers
– La vendetta del Caduto” (2009) sia quello venuto fuori peggio di tutti. Bay
rimasto con il giocattolo in mano, si è affidato al suo senso dell’umorismo e
via di robot che scoreggiano e cani che si accoppiano! Insomma, un disastro, a
cui però il buon Michele Baia ha rimediato alla sua maniera, con il suo
approccio da Autore  – e non mi rompete i coglioni su questo, se non riconoscete
l’autorialità nei film di Bay, vuol dire che siete intellettualmente disonesti
o puri e semplici odiatori da tastiera – ovvero scatenando il BAYHEM!

A che serve un Airbag quando hai un Autobot?

Tra i film che hanno dato una seria spallata al cinema americano
contemporaneo, quello che non viene citato MAI è proprio “Transformers 3”
(2011), a mio avviso il migliore della serie proprio perché Bay, che dei Transformers
in quanto personaggi dei fumetti o del vostro cartone animato del cuore quando
eravate bambini, non è mai fregato un’infiocchettatissima, ad un certo punto ha
pensato: cosa posso fare con questi giganteschi robot? Il cazzo che mi pare!

Infatti il terzo film è una sfida anche ai limiti (umani) di
recepire un montaggio spinto all’estremo, per un film ENORME, scritto così ENORME, con il CAPSLOCK anche lui maiuscolo, che ha seriamente messo in crisi l’industria, il pubblico chiaramente non
pronto alla novità (il bulbi oculari hanno dei limiti oggettivi che Bay ha
infranto) e anche in termini di costi ha messo un po’ in dubbio l’esistenza stessa della saga, motivo per cui il film successivo, “Transformers
4 – L’era dell’estinzione” (2014) era un passo indietro anche in termini di
budget, perché sul serio, Bay è andato troppo oltre, non è un caso se ha sempre
mezzo dichiarato di essersi un po’ annoiato a dirigere il quarto capitolo, per
altri registi sarebbe stata una sfida, per lui dopo il terzo film, una
normale giornata in ufficio.

Lo so che siete partiti bellicosi con Bay, ma riponete le armi.

Con Transformers – L’ultimo cavaliere ormai il banco
era saltato, la spaccatura tra le ambizioni di Bay, la risposta del pubblico
alle sue idea da autore (pardon Autore) decisamente estreme era ormai netta, per quello in
molti hanno accolto quella ciofeca di Bumblebee come il secondo avvento,
perché ammettiamolo, Bay è trattato da quei sociopatici con odiano su Infernet
come si fa quando al bar si parla di calcio, ma io odio il calcio e non
frequento bar, quindi tali figuri li ignoro, se vogliono godersi un filmetto
che scopiazza le idee di Spielberg (peggio di quanto abbia fatto lui stesso nel
2007 o addirittura prima nella sua carriera), per un filmetto pensato a
tavolino per cavalcare la moda che in quel momento tirava, ovvero gli anni ’80,
chi sono io per dire alle persone come passare il tempo? Ma non venite a dirmi
che Bumblebee, con le sue ambizioni da film d’animazione mancato, ha davvero
inventato qualcosa, figuriamoci lanciato una sfida all’industria come fatto in
precedenza da Bay.

Lo so che sono un po’ cattivello con il povero Bumblebee, ma sto esponendo una tesi.

Detto questo, il produttore Lorenzo di Bonaventura ha pensato a lungo come riportare in auge una saga che oh! Ha fatto tanti, ma tanti,
ma tanti soldi, ma non ha mai raccolto niente in termini di riconoscimenti, perché
parliamoci chiaro, i fan dei Transformers sono stati solamente capaci di lamentarsi
di ogni nuovo film in uscita, anche se, numeri alla mano, sono corsi in sala a vederlo tutti.
Messa da parte l’idea di un “Bumblebee 2” (ringraziamo gli Dei del cinema per
questo!) si è pensato ad un film più corale, ma figlio della stessa
formuletta, ci sono accenni ad un revival di malinconia per il decennio degli
anni ’90? Facciamo del nuovo “Transformers” un film che sia un po’ punto di rilancio
un po’ prequel, questo spiega l’ambientazione in una New York del 1994 con
ancora le Torri Gemelle in bella vista, in modo da cavalcare la formula e la
malinconia, ricordando al pubblico il periodo in cui probabilmente, molti di
loro per motivi anagrafici, giocavano con i Transformers e con quelli che dall’altra
parte della grande pozzanghera nota come oceano Atlantico si chiamavano Beast
Wars, mentre qui da noi erano noti come Biocombat. Capite che messi sul tavolo
tutti questi fattori, il film si scrive da solo o meglio, si fa scrivere ad un’ammucchiata
di sceneggiatori, ben cinque, lo ripeto, cinque, C-I-N-Q-U-E, evidentemente
un sintomo di tutte le riscritture e del lavoro fatto a tavolino per applicare
la formula, che va detto, si nota a tutti i livelli per questo “Transformers –
Il risveglio” come è uscito qui da noi, perché se avessero tradotto “Transformers
– Rise of the Beasts” letteralmente, il film sarebbe sembrato un grosso
METAFORONE sull’erezione mattutina, quindi un po’ troppo “macho”, un po’ troppo
BAYHEM, oltre a confermare il verbo rise come quello che mette in crisi i
nostri titolisti.

Dopo le doverose premesse per portare in scena i Biocombat,
ci trasferiamo a New York per fare la conoscenza di Noah, interpretato da una
sorta di Steph Curry senza il tiro da tre punti di nome Anthony Ramo
(intravisto in Godzilla II), ex militare che si arrangia, pronto
controvoglia a darsi al malaffare rubando un’auto che si rivelerà essere la spalla
comica del film, ovvero l’Autobot Mirage doppiato da Pete Davidson. Doppiato in
originale intendo, perché qui da noi le voci italiane passano come pialla sui
vari nomi noti, Michelle Yeoh che presta la voce ad Airazor, Peter
Dinklage che doppia il nuovo capo dei cattivoni Scourge e soprattutto uno dei
miei preferiti, il mitico Ron-Ron Perlman che presta il suo timbro al capo dei
Biocombat, il gorillone Optimus Primal, che vi avviso, vale come SIMMIA nei
film, quindi fa felice lo scimmiologo DOC in me.

Una SIMMIA, robot, doppiata da Ron Perlman, io ho finito grazie!

Se Anthony Ramos, in quanto Steph Curry mancato è un esempio di cast inclusivo, lo è anche Dominique Fishback che interpreta la stagista
sottopagata aspirante archeologa Elena, e che sia chiaro, non lo dico come una
critica perché sono due che posso seriamente passare per due abitanti medi di
New York, quindi va bene così. Un po’ meno bene il fatto che dall’ammucchiata
di sceneggiatori, sia venuta fuori la solita trametta, con l’oggetto misterioso
da ritrovare, che apre portali e permette di mettere in moto gli eventi e il
tour turistico che da sempre questa tipologia di Blockbuster rappresentano. Ormai
uno si aspetta lo scrittone a tutto schermo con il nome della nazione, per una
trama che dall’America rimbalza ovunque nel mondo, qui si va in Perù, sopra,
sotto e attraverso la nazione per un risultato che scomodando le immortali parole
di Douglas Adams: praticamente innocuo.

Tutto procede come da programma, ci sono gli sganassoni tra
buoni e poi l’alleanza (strombazzata fin dalla locandina del film) per prendere
a sganassoni i cattivi, nel tentativo di rendere tutto un po’ più emotivo, gli
umani hanno un ruolo più centrale (i dialoghi tra umani da girare costano meno
di dialoghi tra Autobot in CGI e servono a contenere i costi), anche se va
detto, infilare un umano con tutina proto-Iron Man in mezzo alla battagliona,
toglie molta enfasi, perché Bay, che sarà anche odiatissimo, sapeva sfruttare
alla perfezione le dimensioni maggiorate dei suoi meccanici protagonisti,
quindi per quanto ultra veloci e caratterizzate da un montaggio in grado di
farvi esplodere le pupille, Bay sfoggiava un controllo degli spazi, delle
dimensioni e della composizione dello schermo che lèvati, ma lèvati proprio, ma
tutto questo allo spettatore medio dei Transformers non interessa minimamente.

«Dove vai? Ma ti sei offeso per il paragone con Steph Curry? Ma era un complimento!»

Questa saga è incredibile, perché tendenzialmente, il pubblico
andava in sala a pagare, solo per potersi lamentare di quanto Optimus Prime
(che io ho sempre chiamato Commander, ma io non sono un Vero Credente della
fede dei robottoni Hasbro) non somigliasse alla versione del cartone animato G1
o al giocattol… Action Figure che avevano da bambini. Insomma finanziavano un
regista che non sapeva nemmeno che cazzo fosse un Optimus Prime, ma lo trovava
perfetto per portare avanti la sua idea di cinema sempre più estremo. Un
cortocircuito che è andato avanti per anni, se solo Bay avesse fatto l’unica
cosa che i fan sognavano, probabilmente la saga sarebbe andata avanti con la
sua regia per altri venti film, perché diciamolo, parliamo del Biocombat
Elefante in mezzo alla stanza.

Il successo di Sonic lo ha dimostrato, il pubblico
vuole solo ed unicamente mettere il culo sulla poltrona di un cinema per poter
vedere il suo beniamino UGUALE a come lo ricorda, poi non importa che non ci
sia una trama, che manchi un Autore come Bay interessato davvero a provare a
utilizzare il mezzo cinematografico per fare qualcosa di innovativo, l’importante
è che Bumblebee somigli a Bumblebee, poi chissene se il film in cui compare
sia concettualmente una fregatura pensata a tavolino dal reparto vendite.

Anche qui per molto pubblico va le il principio: MA É UGUALE!!!

In “Transformers – Il risveglio” Optimus Prime somiglia a
quello del cartone animato, quindi piacerà al pubblico, anche se mi chiedo che
senso abbia tutto questo, esiste già un bellissimo film dei Transformers dove
erano identici al cartone animato (“Transformers – The Movie” del 1986), quindi
perché lamentarsi che il cinema non faccia tutto uguale al cartone non
lo so, ribadisco quello che sostenevo in apertura, per me la saga di Transformers
andrebbe studiata perché è un caso più unico che raro nel panorama odierno.

Non voglio sembrare troppo cinico, se pensate che gli
aggiustamenti studiati a tavolino per questo “Transformers – Il risveglio”
possano fare per voi, probabilmente sortiranno il loro effetto, io non ho
interesse ad un film così preconfezionato, che sfrutta soluzioni tutto sommato
convenzionali, anche se va spezzata una lancia a favore di Steven Caple Jr. che
qui non ha per le mani una trama piena di gran momenti emotivi come il suo
Creed II, ma è uno che sa come portare oltre la linea di meta una grande produzione,
malgrado le soluzioni viste e già viste, il suo film mantiene il ritmo alto, confermandosi come un regista capace di districarsi bene anche tra seguiti complicati.

La caciara, quella giusta, che piace alla gente che piace.

Forse il motivo per cui la saga di “Transformers” non ha
goduto del credito presso i critici, va cercato anche nella scelta di Bay di
fregarsene di tutte queste robe da Nerd, per avere più tempo di portare avanti
le sue cose da Nerd dei chiocchi fortissimi e delle mazzate meccaniche. Pensateci,
“Transformers” è sempre stata immune dalle contaminazioni da “continuity” che
invece sono alla base dei film della Marvel e della Distinta Concorrenza, anche
se va detto che i robottoni tra le pagine dei fumetti, hanno fatto a pugni con
chiunque, fate un nome? Loro li hanno menati.

Ed è qui che sempre seduto al suo tavolone, insieme al resto
del reparto vendite e alla sua squadra di sceneggiatori ammucchiati, il produttore in capo, ha fatto
la pensata finale, quella definitiva: «In quali altre saghe ho buttato via soldi? Su
quanta altra roba della Hasbro ho contribuito a sfornare merchandising?», ecco
perché “Transformers – Il risveglio” ha due scene dopo i titoli di coda per uniformarsi
alla moda di Marvel e Distinta Concorrenza, la seconda è un momento gigione
ignorabile, ma la prima, cazzo credo che con la prima mi abbiano fregato in pieno, vi
avviso, nel prossimo paragrafo: SPOILER!

«Oltre ad essere la spalla comica, vi avviso anche del paragrafo con gli Spoiler. Sono doppiamente utile»

Veder spuntare Michael Kelly, ad offrire un
potenziale nuovo posto di lavoro al protagonista del film, è stata una scelta
interessante, un attore che ho sempre stimato e che va detto, potrebbe interpretare
molti dei miei personaggi della Hasbro preferiti (una prova concreta a supporto della tesi), considerando che esistono anche fior fiori di fumetti in merito, ho come l’impressione che mi toccherà vedere anche il prossimo
film, nel dubbio… YO JOE! Fine del paragrafo con gli Spoiler.

Insomma, molto pubblico voleva degli aggiustamenti ed
eccoli, sono arrivati, continuo a preferite la sfida all’industria
rappresentata dal BAYHEM, ma a molti tutto queato piacerà o basterà, io torno a riflettere sugli
effetti (potenzialmente divertenti o disastrosi, non si sa) di quella scena
dopo i titoli di coda, ormai Hollywood è un impero fondato sulle scene che
ancora tanto pubblico si perde, perché si alza e se ne va allo scattare dei titoli
di coda come tanti centometristi, io che sono nato lento e più adatto alla maratona li leggo sempre, ma dei miei problemi mentali questa Bara è piena, ormai si sa.

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