
Nel 2026 spegne quaranta candeline un oggetto cinematografico che per molti non è mai stato soltanto un film, ma un piccolo trauma generazionale mascherato da cartone animato. “Transformers – The Movie” arrivò nelle sale nel 1986 come estensione su grande schermo della serie animata con cui siamo tutti cresciuti, ma finì per fare qualcosa che la televisione del pomeriggio, fino a quel momento, non aveva osato nemmeno immaginare, tipo traumatizzare una generazione. Sono ancora convinto che molti odiatori da tastiera che infestano “Infernet” oggi, fossero i ragazzini colpiti in mezzo agli occhi di ieri.
Mi è sempre andata bene che i Transformers mi piacevano, tanto come a tutti, ma non erano i miei giocattoli preferenziali, ne avevo un paio regalati e alcuni ereditati dai miei cugini più grandi, ho combattuto anche io le mie belle battaglie tra Autorobot e Distructor, che è come chiamavamo allora Autobot e Decepticon, per lo meno tutti noi per cui il loro capo, lo scintillante camion rosso si chiama ancora Commander e non Optimus Prime.

1986, l’anno di Top Gun, dei pomeriggi davanti al tubo catodico e dei giocattoli che erano già mitologia prima ancora di diventare plastica colorata. In quel contesto, l’idea di portare gli Autobot e i Decepticon al cinema poteva sembrare solo un’operazione commerciale orchestrata da Hasbro, e in parte lo era, inutile fingere il contrario. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì, perché sotto la vernice lucida dell’operazione di marketing si nascondeva un racconto sorprendentemente cupo.
Prodotto da Sunbow e Marvel, che deteneva i diritti sulla pubblicazione dei fumetti dei Transformers, il film poteva avvalersi sull’animazione della giapponese Toei, per una trama ambientata venti anni dopo la fine della seconda serie e poco prima dell’inizio della terza.
Il film si apre nel futuro… Il 2005. Quanto amo il retrofuturismo alla rovescia. Un attacco, una battaglia, e soprattutto una morte che ha fatto tremare una generazione di bambini: quella di Optimus Prime. Il leader carismatico, Commander, la figura paterna metallica che incarnava rettitudine e sacrificio, cade sotto i colpi di Megatron in una sequenza che ancora oggi conserva una potenza emotiva inaspettata, non era previsto che un “cartone per vendere giocattoli” osasse tanto.

La regia di Nelson Shin sceglie una messa in scena più cinematografica rispetto alla serie televisiva con un’animazione più dettagliata, fondali più ricchi, una fluidità che, pur con i limiti tecnici dell’epoca, ambisce a qualcosa di più grande. L’ingresso in scena di Unicron – pianeta divoratore di mondi, incarnazione cosmica dell’annientamento – amplia improvvisamente la scala narrativa. Non più soltanto la guerra fra due fazioni, ma un conflitto che riguarda l’universo intero, anche perché Unicron, prima di trasformarsi nel solito mega robot con problemi di prospettive rispetto agli altri (insomma, un vecchio punto debole dei Transformers), si gioca una carta non da poco. Sì, doppiamo parlare dei dobbiatori originale. O viceversa.

Oltre ad una leggenda come Peter Cullen, sempre pronto a prestare la voce a Commander, qui abbiamo il capitolo segreto della sacra trilogia di Jude Nelson, che si avvale anche della sua prova come voce originale di Hot Rod. Se poi non vi bastasse un’altra leggenda come Frank Welker a doppiare Megatron (e molti altri personaggi) nel momento della trasformazione del capo dei cattivoni, quel vecchio pistola diventa Galvatron e inizia a parlare con la voce del padrino dei Nerd… Leonard Nimoy! Vi sembra abbastanza? No! Questo film osa, e osa molto più di così!

Unicron il pianeta vivente rappresentava una delle tante (visto che doveva pagarsi i debiti) apparizioni pop di un titano come Orson Welles, perché sì, prima delle pubblicità del pollo e delle comparse vocali nei dischi Metal, uno dei più grandi registi della storia del cinema, qui si prestava per dare la voce ad una minaccia che è l’equivalente su schermo della sua portata per la settima arte, il tutto per un film pensato per vendere giocattoli, mi vengono in mentre pochi altri esempi paragonabili a questo, forse anche solo uno.

Ed è più o meno qui che “The Transformers – The Movie” compie il salto, introducendo il tema del passaggio generazionale, i “vecchi” eroi vengono spazzati via per lasciare spazio a nuovi volti, nuove trasformazioni, insomma, nuovi giocattoli da lanciare sul mercato. Ma sullo schermo questa dinamica si traduce in qualcosa di narrativamente efficace, senza ombra di dubbio, ma anche di piuttosto forte, ci avevamo già battuto il naso quando abbiamo visto lo sceriffo Bud Spencer andare a terra (temporaneamente), ma qui si alzava la posta in gioco, qui la scoperta consisteva nel capire che anche gli idoli possono cadere, anche per sempre (almeno fino alla terza stagione televisiva).
Oltre a decapitare gli Autobot partendo dal loro leader, lo scopo del film era evidentemente quello di fare spazio, qui a terra restano parecchi beniamini, a partire da Jazz/Tigre (in originale doppiato da Scatman Crothers), Cliffjumper/Grillo, Bumblebee/Maggiolino e tanti altri ci lasciano le penne nell’assalto dei Decepticon ad Autobot City. Va detto che questo inizio è stato così potente, da segnare parecchi miei coetanei, volete una prova? Anche quel genietto di Daniel Warren Johnson, nel suo rilancio a fumetti dei Transformers, ha voluto iniziare con una bella serie di Autobot defunti, che arrivavano decisamente da qui come ispirazione.

Ho sempre trovato simbolico il passaggio della Matrice del Comando, che arriva al recalcitrante Ultra Magnus, uno che pochi secondi prima si era auto-definito: «Io sono solo un soldato» e improvvisamente si ritrova a capo della baracca, dimostrando ben poca predisposizione al comando, il vecchio Convoy ha sempre avuto tutta la mia solidarietà, anche perché era uno dei pochi in versione giocattolo nella mia ereditata collezione (storia vera).
Ma se il film si affanna a togliere i beniamini al pubblico accorso in sala a vedere il film sui suoi eroi, con chi li sostituisce? Un successo dietro l’altro, partiamo da Arcee, l’Autobot femmina che si trasforma in una macchina rosa da corsa, così amato dal pubblico che per decenni su di lei non sono nemmeno mai stati prodotti i giocattoli, poi chiedetevi da dove sia nata una generazione di Incel eh?

Anche se il più famigerato nuovo arrivato è l’incolpevole Hot Rod, il vero protagonista del film, quello che parte da smarmittante irresponsabile per ritrovarsi nuovo possessore della Matrice del Comando, da fanta tarro a Rodimus Prime in un arco narrativo completo. Posso dirlo? L’ho sempre trovato molto figo come tutti quelli che da grande non volevano fare il capo ma ci sono ritrovati, però imporlo come nuovo idolo ad una platea che non aveva idee di chi fosse, è stato un bel salto dello squalo e a proposito di fantastici tamarri, parliamo delle musiche.
La colonna sonora, figlia legittima del suo tempo, è un concentrato di sintetizzatori, chitarre elettriche e pezzi proto-Metal. Brani come The Touch diventano immediatamente inni, amplificando l’enfasi epica di sequenze che oggi possono apparire ingenue, ma che all’epoca sembravano gigantesche e giustamente beh, metallare, per restare in tema. Se poi in certi passaggi quella colonna sonora così possente, ricordava da vicino quella di Rocky IV, normale, si tratta del secondo lavoro più famoso di quell’adorabile tamarro di Vince DiCola che qui mette le mani su tutto, dai pezzi strumentali ai brani cantanti, il risultato è una delle colonne sonore più anni ’80 di sempre, e in questo caso lo dico nel senso migliore del termine.
Non tutto, ovviamente, regge con la stessa forza a distanza di quarant’anni, la sceneggiatura corre, a tratti inciampa in scelte anche estetiche molto anni ’80, e in questo caso lo dico nel senso peggiore del termine. Ad esempio, che sono tutti quei Robot baffutti? Uno per altro doppiato dal mitico Eric Idle, che quando incontra gli Autorobot sul pianeta dei rottami, inizia a ballare il tango con uno dei protagonisti (!) per poi far partire una sorta di, boh, quadriglia tra Robot (!!) sulle note di un pezzo che si intitola “Dare to be stupid” (!!!). Insomma, è chiaro che fosse un cartone pensato per vendere i giocattoli a noi bambini di allora, quindi non aspettatevi Cartesio, il fatto che ‘enni piangano su “Infernet” per questa a quella modifica ai loro ricordi d’infanzia, lo trovo molto buffo tante volte.

Per dare ad Optimus Cesare quello che è di Optimus Cesare, va detto che lungo tutto “Transformers – The Movie” c’è un’energia quasi incosciente che lo attraversa, una volontà di osare che oggi, nell’era delle saghe pianificate al millimetro, suona quasi rivoluzionaria, anche qui il piano era spazzare via il vecchio per giustificare una nuova tornati di giocattoli da vendere ai bambini, siamo sempre la società del capitale, non si fa beneficenza, ma qui per lo meno abbiamo un pianeta vivente che parla con la voce di Orson Welles e una colonna sonora Metallara, cioè, mica pizza e fichi!
Il confronto con le successive incarnazioni cinematografiche dei personaggi, a partire dai film diretti da Michael Bay, è inevitabile, in quelli domina l’iperrealismo digitale, il fragore metallico, la spettacolarità muscolare e la voglia di esagerare. Nel film dell’86, invece, c’è una semplicità grafica che paradossalmente lascia più spazio alle trasformazioni, alle trovate di trama matte e soprattutto, il cuore della storia resta ancorato a un’idea di eroismo quasi classico, curioso, o forse no, che per ritrovare un po’ di quello spirito, la saga sia dovuta ricorrere ancora all’animazione.

Rivederlo oggi, sapendo che nel 2026 compirà quarant’anni, significa misurare la distanza fra due epoche da un lato, un cinema d’animazione che non aveva ancora paura di traumatizzare il proprio pubblico più giovane per poi consolarlo magari con qualche nuovo giocattolo, dall’altro, il fatto che questo film è stato quasi un rito di passaggio, non è un caso se il successivo “G.I.Joe – The movie” ne ricalcasse lo schema quasi interamente.
Forse è questo il motivo per cui, a quarant’anni dalla sua uscita, continua a essere ricordato con una miscela di affetto e odio, non perché sia perfetto, ma perché ha avuto il coraggio – consapevole o meno – di beh, osare (occhiolino-occhiolino) alzando l’asticella emotiva del suo pubblico di riferimento.
Nel 2026, non so quante pagine di cinema in giro avranno il fegato di festeggiare questo compleanno, perché è inevitabile dover parlare di un prodotto figlio del suo tempo, delle sue soluzioni pazze, dei suoi colori saturi e delle sue sonorità sopra le righe, ma sotto questi quattro decenni di modernariato batte ancora un cuore in grado di osare, ovviamente, fatto di metallo.


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